È operativo il “decreto autovelox”. Un provvedimento atteso da 34 anni, da quando cioè il Codice della strada del 1992 richiede dispositivi “debitamente omologati” senza che fosse mai stato scritto il regolamento tecnico necessario per farlo davvero. Ora c’è il decreto, che spegne quasi 1 dispositivo su 5. Su circa 4mila dispositivi censiti in Italia, circa 850 non potranno più elevare multe valide finché non otterranno la nuova omologazione. Ma come si fa a capire se la contravvenzione ricevuta arriva da un apparecchio in regola e come orientarsi tra verifiche, ricorsi e vecchie multe?
Cosa cambia concretamente da domenica 12 luglio
Il caos autovelox è nato da un vuoto normativo durato decenni, che ha reso attaccabili migliaia di multe. Dal 1992 il Codice della strada richiedeva autovelox “omologati”, ma per 34 anni è mancato il decreto tecnico per farlo davvero: nel frattempo il Ministero rilasciava solo “approvazioni”, procedura diversa e insufficiente secondo la Cassazione. Dal 2024 la Cassazione ha annullato decine di multe basate solo sull’approvazione, spingendo il governo a colmare finalmente il vuoto normativo con questo decreto. Ora il decreto c’è e non cambiano i limiti di velocità né l’importo delle sanzioni. Quello che cambia è il “titolo giuridico” che permette a un dispositivo di produrre multe valide. Nel decreto sono elencati i 25 modelli di autovelox che vengono considerati automaticamente omologati, perché già in possesso dei requisiti richiesti. Tutti gli altri dispositivi, quelli non compresi nell’elenco, non possono più produrre sanzioni valide: restano spenti finché il produttore non richiede e ottiene l’omologazione, procedura per cui il Ministero ha 60 giorni di tempo per rispondere.
Come scoprire se la multa arriva da un autovelox regolare
Se si riceve una multa da autovelox innanzitutto bisogna controllare la data dell’infrazione (se precedente al 12 luglio 2026, si applicano le regole di allora) e poi cercare il modello del dispositivo sul sito del Ministero dei Trasporti o del Comune dove è avvenuta la rilevazione per verificare la regolarità del dispositivo che ha rilevato l’infrazione. Infine, se né il verbale né i portali online danno informazioni sufficienti, è possibile presentare una richiesta di accesso agli atti amministrativi per ottenere la documentazione completa sul dispositivo. Quello che va verificato in concreto è che l’apparecchio risulti censito alla data dell’infrazione (non a oggi, ma proprio al giorno della multa); che modello, versione, matricola ed estremi del decreto coincidano con quanto scritto nel verbale; che il prototipo compaia nell’elenco ufficiale dei dispositivi omologati e che la taratura fosse valida e le verifiche periodiche di funzionalità fossero state svolte regolarmente.
Come e quando fare ricorso
Prima di decidere se pagare o fare ricorso conviene verificare la data dell’infrazione e la regolarità del dispositivo, oltre ad altri eventuali vizi del verbale. Se si pensa di avere diritto a ricorrere le strade sono due. Entro 30 giorni dalla notifica, rivolgendosi al giudice di pace e entro 60 giorni dalla notifica, rivolgendosi al prefetto. Si può scegliere una o l’altra strada, non entrambe. E se si paga la multa si chiude di regola la possibilità di contestarla successivamente.
Come funziona con le vecchie multe prese prima del decreto autovelox
Il decreto vale solo dal 12 luglio in poi. Non tocca le multe già arrivate a casa, non ferma i ricorsi già avviati e non “salva” retroattivamente le multe vecchie fatte con autovelox solo approvati. Chi ha preso una multa prima del 12 luglio, insomma, resta soggetto alle vecchie regole e quindi anche alle vecchie possibilità di contestarla.
Cosa succede ora: il nodo giuridico sugli autovelox resta aperto
Non è detto che la questione autovelox sia chiusa per sempre. Il decreto dice che alcuni autovelox approvati “diventano” automaticamente omologati, ma un decreto ministeriale conta meno di una legge e la regola che distingue approvazione e omologazione è scritta proprio in una legge, quella del 1992. Questo vuol dire che, in caso di nuovi ricorsi, un giudice potrebbe comunque dare ragione all’automobilista, rifacendosi alla legge. In pratica: il decreto ha messo ordine dal punto di vista tecnico, dopo 34 anni di attesa, ma non è detto che basti a fermare i ricorsi. Si capirà con le prime sentenze dei prossimi mesi.
