L’Unione Europea vuole approvare il 21esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, e lo vuole fare il più presto possibile, perché oggi, 15 luglio, è il giorno della revisione automatica del price cap (limite di prezzo) sul petrolio esportato dalla Russia, che salirebbe da 44 a circa 58 dollari al barile.
Nella giornata di ieri, infatti, il Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri dell’UE (Coreper) riunitosi a Bruxelles non è riuscito a raggiungere un consenso e ad approvare il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa.
Perché l’Ue vuole mantenere il price cap
Il price cap sul petrolio russo vieta alle compagnie occidentali di fornire servizi assicurativi e di trasporto marittimo al greggio russo venduto sopra una certa soglia, fino a oggi fissata a 44,1 dollari al barile.
Dallo scorso anno il meccanismo è diventato dinamico, con un adeguamento automatico ogni sei mesi calcolato al 15% sotto il prezzo medio del greggio Urals rilevato su una finestra di alcune settimane.
Mantenendo il tetto artificialmente basso, Bruxelles punta a privare Mosca di parte dei ricavi petroliferi pur lasciando che il greggio russo continui a circolare. Il problema è che, con l’impennata dei prezzi internazionali seguita alla chiusura dello Stretto di Hormuz, la formula automatica si adeguerebbe al rialzo dei prezzi avvenuto, salendo a 58 dollari.
Manca ancora l’unanimità
Gli ultimi giorni sono stati un susseguirsi di riunioni andate a vuoto. Lo scorso venerdì il Coreper non è riuscito a trovare la quadra nonostante le modifiche apportate dalla presidenza di turno irlandese allo schema sanzionatorio.
Domenica sono arrivati progressi, ma non sufficienti, il Coreper ha registrato passi avanti importanti, lasciando ai ministri degli Esteri il compito di affrontare i temi ancora aperti nel Consiglio Affari Esteri di lunedì.
Anche quella riunione, però, si è chiusa senza intesa. L’Alta rappresentante Kaja Kallas, il cui unico lavoro sembra essere quello di mettere sanzioni alla Russia, ha ovviamente espresso il proprio disappunto, pur assicurando che l’accordo fosse vicino. Ieri, martedì, l’ennesimo tentativo a vuoto, .
I veti incrociati dei Paesi Ue
Il pacchetto, che nelle intenzioni della Commissione doveva colpire pesca, GNL, transazioni finanziarie e criptovalute, è stato progressivamente svuotato dalle obiezioni nazionali. Sul fronte ittico, Portogallo e Germania hanno difeso rispettivamente il merluzzo per il bacalhau e il pollock d’Alaska usato dall’industria dei bastoncini di pesce surgelati, portando la presidenza irlandese a stralciare l’intero capitolo, che valeva comunque solo il 2,7% dell’import totale dalla Russia.
La Grecia, una delle maggiori potenze mondiali in fatto di armamento di imbarcazioni, si oppone alle restrizioni sulle metaniere che trasportano GNL russo, temendo un colpo diretto alle proprie compagnie di navigazione.
La Bulgaria di Rumen Radev ha inizialmente bloccato l’inserimento del patriarca Kirill nella lista nera, sciogliendo la riserva solo dopo che il nome è stato tolto. L’Austria mantiene una riserva sull’intero pacchetto, legata alla richiesta di prelevare 2 miliardi di euro dagli asset sovrani russi congelati.
Italia e Francia hanno invece ottenuto un ammorbidimento del divieto di ingresso per i veterani russi, per non penalizzare i flussi turistici.
L’import europeo di GNL russo è ai massimi
Mentre discute di nuove sanzioni, però, l’Europa importa gnl russo a livelli record. Secondo l’organizzazione Urgewald, che cita dati Kpler, i Paesi Ue hanno pagato circa 5,96 miliardi di euro per i carichi di GNL da Yamal tra gennaio e giugno 2026, con la maggior parte delle spedizioni dirette verso Francia, Belgio e Spagna.
I porti europei hanno ricevuto 136 dei 140 carichi complessivi spediti dall’impianto Yamal LNG nel primo semestre, oltre il 97% del totale, un volume in crescita del 16-18% rispetto allo stesso periodo del 2025. In pratica l’Europa sta facendo incetta dell’intera produzione dell’impianto artico controllato da Novatek proprio nei mesi che precedono lo stop definitivo.
Dal primo gennaio 2027 entrerà infatti in vigore il divieto sulle importazioni di GNL russo tramite contratti di lungo periodo, mentre il gas via gasdotto sarà vietato più avanti nello stesso anno. Un cortocircuito che espone plasticamente la distanza tra la retorica sanzionatoria di Bruxelles e la realtà dei flussi energetici ancora in corso con Mosca
