La domanda, per lo più in modo retorico, l’abbiamo sentita ripetere infinite volte negli ultimi mesi, soprattutto riguardo al terribile caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Di chi sono i bambini? Dei genitori o dello Stato? Ciascuno offre la sua risposta, per lo più spannometrica. Sul tema tuttavia le riflessioni più convincenti, e probabilmente anche definitive, sono quelle proposte da Murray Rothbard, economista e filosofo tra i numi tutelari del pensiero libertario, di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario della nascita (nacque il 2 marzo 1926 a New York, dove morì nel 1995).
In uno scritto intitolato I danni della scuola di Stato, ora in uscita per Liberilibri, il pensatore americano fornisce un piccolo e prezioso concentrato della sua visione: «È ovvio che la situazione naturale è che siano i genitori ad avere la responsabilità del bambino», scrive Rothbard. «I genitori sono i veri produttori del bambino, e il bambino ha con loro il rapporto più intimo che due persone possano avere. I genitori hanno legami di affetto familiare con il bambino. I genitori sono interessati al bambino come individuo e sono i più propensi ad essere interessati e a conoscere le sue esigenze e la sua personalità. Infine, se si crede in una società libera, in cui ognuno è padrone di sé stesso e dei propri prodotti, è ovvio che anche il proprio figlio, uno dei suoi prodotti più preziosi, sia sotto la loro responsabilità. L’unica alternativa logica alla “proprietà” dei figli da parte dei genitori è che lo Stato li sottragga loro e li cresca completamente da solo. A chiunque creda nella libertà questo deve sembrare un passo davvero mostruoso».
Rothbard, come tutti i libertari, considera lo Stato il nemico supremo, ma non è certo questa tutto sommato generica avversione che ci interessa oggi. La vera potenza delle tesi rothbardiane si coglie soltanto se si osserva la brutale realtà dei fatti. E cioè l’omologazione e talvolta addirittura l’indottrinamento a cui tendono le scuole pubbliche a ogni livello e latitudine. Secondo il filosofo, in questo tipo di scuole «sono destinate a emergere tecniche per inculcare il rispetto per il dispotismo e altri tipi di “controllo del pensiero”». Nel complesso, sostiene Rothbard, «l’educazione moderna ha abbandonato le funzioni scolastiche dell’istruzione a favore della modellazione della personalità totale, sia per imporre l’uguaglianza dell’apprendimento al livello dei meno educabili, sia per usurpare il più possibile il ruolo educativo generale della famiglia e di altre influenze».
Difficile affermare che non sia vero oggi, anche nella scuola italiana, che talvolta appare il frutto di un fatale miscuglio fra la retorica finto romantica dell’Attimo fuggente e la tristezza banal-progessista del film La scuola con Silvio Orlando. Ecco perché una ripresa dei passaggi più affilati dell’opera di Rothbard risulta di questi tempi un salutare antidoto al conformismo di massa, anche al netto di certi suoi estremismi.
L’amore sincero di Rothbard per la libertà resta un faro, a prescindere da ciò che si possa pensare del ruolo dello Stato nell’economia. Dopo tutto, da libertario destrorso, egli combatteva non solo l’ingerenza dello Stato in quanto tale ma soprattutto il veleno ideologico incarnatosi in quello che oggi è il pensiero prevalente. Come spiega a Panorama Piero Vernaglione, appassionato studioso del libertarismo, Rothbard detestava «alcune idee dominanti tipiche dell’élite liberal. Il multiculturalismo, la giustizia sociale, l’egualitarismo, l’ambientalismo dirigista e collettivista. Questo apparato pedagogico che lui avversava lo vedeva realizzato nella scuola pubblica, e ovviamente nell’università pubblica».
Inutile negarlo: l’individualismo acceso di Rothbard – specie in questi tempi egotici – pone più di un problema, anche per i conservatori, soprattutto di impronta cattolica. Come si concilia questa sua visione con l’apertura all’altro così essenziale per il cristianesimo? A questo interrogativo risponde Beniamino Di Martino, sacerdote e direttore della rivista StoriaLibera, che per Giubilei Regnani ha appena curato una antologia del pensiero rothbardiano: Apologia del libertario.
«Se si libera il concetto dai frequenti pregiudizi e dalle comuni banalizzazioni, per individualismo si intende quel metodo proprio delle Scienze sociali che, per analizzare i problemi politici, ritiene di dover concentrarsi sulle scelte individuali», dice Di Martino a Panorama. «Conseguentemente il significato da dare al concetto è la centralità dell’essere umano. Per capire ciò che avviene tra gli uomini occorre conoscere ciò che è proprio dell’individuo e delle sue scelte. Questa può sembrare un’ovvietà, un’affermazione priva di vivacità. Eppure ordinariamente – anche senza avvedersene – si scivola nell’errore di ritenere che si debba partire dalla società, dalle entità collettive (ciò dà luogo anche alla “personificazione” dello Stato), praticando un implicito e inconsapevole collettivismo mentale. Dall’individualismo metodologico allora sarà facile scendere al corretto significato del concetto facendo coincidere l’individualismo con la stessa natura dell’essere umano. Per comprendere più facilmente, si può concisamente dire che il contrario dell’individualismo è il collettivismo. Attenzione: il collettivismo, non l’altruismo o la generosità. Ciò significa che condannare l’individualismo confondendolo impropriamente con l’egoismo o l’insensibilità, con l’avidità o il cinismo comporta conseguenze addirittura drammatiche perché gravide di germi totalitari».
Secondo Di Martino, «buona parte delle critiche all’individualismo mosse dalla cultura cristiana e dal cattolicesimo in particolare (dalle omelie parrocchiali alle encicliche papali, non c’è analisi della società che non lamenti “l’attuale individualismo” come causa dei mali che oggi affliggono la convivenza umana) si fonda sul fraintendimento che ho provato a schematizzare. Un equivoco dalle radici sicuramente profonde, ma non per questo incontrastabile. Basterebbe, infatti, un minimo di chiarezza per riposizionare i termini e per impostare correttamente la questione domandandosi, con il grande economista Ludwig von Mises, se “il fine è costituito dall’individuo o dalla società” avendo storicamente sperimentato come il bene e lo sviluppo di ogni parte della società è reso possibile solo dalla libertà individuale (mentre ogni tentativo di piegare quest’ultima nel nome del bene comune ha sempre provocato regresso per l’intera società)».
Come già in Ayn Rand, l’individualismo è il cuore del libertarismo. «Dell’individualismo esattamente inteso non ci si può certo vergognare; anzi questa qualità va riaffermata come il grande fattore di forza e di… generosità», continua Di Martino. «Sì, perché solo riaffermando la sovranità dell’individuo, in contrapposizione al potere disumanizzante delle entità collettive (o collettivistiche), può essere assicurata una società di uomini liberi che vivano secondo il progetto di Dio. D’altronde cosa altro è l’individualismo se non ciò che il pensiero cristiano ha sempre espresso come “primato della persona” sulle strutture politiche e sociali?».
Ecco perché, conclude il sacerdote, da Rothbard i cristiani «dovrebbero re-imparare da Rothbard la duplice lezione del valore della libertà individuale e la diffidenza verso ogni accentramento di potere politico. I cattolici avrebbero molto da guadagnare dall’assimilazione di ciò di cui, in verità, dovrebbero essere maestri dato che, accanto alla razionalità, la facoltà della libertà è quel che rende l’uomo partner di Dio. Cosa è, infatti, la redenzione offerta da Cristo se non una condizione di piena libertà esistenziale? Da Rothbard, poi, i credenti dovrebbero comprendere cosa comporta delegare allo Stato spazi sempre più ampi della vita. Si tratta di un’ingenuità in cui cadono tutti, ma per i cristiani è una colpa imperdonabile dinanzi alla storia. Tanto più perché nessun gruppo come la Chiesa, in ogni secolo, ha sperimentato la persecuzione da parte dell’assolutismo politico». Un assolutismo che oggi si manifesta in forme più subdole rispetto al passato, apparentemente più dolci ma ugualmente pericolose.
Forme che Rothbard insegna a contrastare con coraggio.
