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Bossi, tutti lo celebrano oggi: ma dov’erano quando lo processavano in piazza?

Bossi, tutti lo celebrano oggi: ma dov’erano quando lo processavano in piazza?

Le lodi post mortem da chi l’ha odiato per una vita confermano: il senatùr è stato un animale politico non ingabbiabile. Adesso lasciatelo in pace

Ma quant’era bello Bossi, ma quant’era bravo Bossi. Ma quanto era persino elegante Bossi, con quei vestiti Facis e la cravatta slacciata, per non dire della canottiera, vero capo fashion dell’estate 1994. E poi quant’era raffinato: pizza e Coca, rutto libero, ma con classe. Perché era un sincero democratico come dice il presidente Mattarella. Uno che amava l’Italia. La amava a tal punto che voleva averne due o tre, ovviamente divise. Però era «un fine pensatore», un «abile stratega», anche «un genio della geopolitica». Praticamente Henry Kissinger in versione padana. «Rapido, tattico, istintivo ma non privo di strategia», uno che «se dicevi ponte pensava a Ponte di Legno», dimostrando così di essere un vero statista. Mica come quelli che se dici ponte pensano a un ponte.  

Di sicuro era antisovranista, come scrive Gramellini: sì, è vero, gli piacevano le piccole patrie, i campanili e gridava Padania libera, ma, ovvio, era tutto un trucco. In realtà lui era un fan della globalizzazione. Una specie di Kennedy alla cassoeula. Un Obama celtico condito con salsa sghei. Di sicuro: «L’avversario al quale ho voluto più bene», come dice Bersani. «Uno sempre rispettato», come sostiene Veltroni. Infatti lo rispettarono tutti. Sempre. Lo rispettarono a tal punto che nella sede della Lega arrivò la Digos: lo accusarono di attentato all’integrità dello Stato e costituzione di associazione paramilitare. Le camicie verdi scambiate per Ku Klux Klan, il parapiglia, le botte, gli attacchi sui giornali e nei tribunali. Però gli hanno voluto bene, ecco. L’hanno sempre rispettato. Figurarsi se non lo rispettavano.

Si capisce: quando si muore si diventa tutti migliori. E un certo grado di melassa attorno alla bara è sempre comprensibile. Ma non esageriamo. Mi piacerebbe sapere dove stavano tutti questi fan di Bossi, quando l’Umberto veniva processato sulle pubbliche piazze come razzista, terrorista, violento, sedizioso, quando lo si metteva all’indice perché proclamava la secessione e insultava il Tricolore, parlava di bergamaschi pronti con le pallottole in canna e strillava che la Lega ce l’ha duro, intimava di non dare case popolari ai «Bingo Bongo» e traduceva Spqr in «Sono porci questi romani». Dov’erano, allora, i suoi migliori avversari? Quelli che oggi dicono di averlo sempre rispettato? Dove stavano i Veltroni, i Bersani, i Gramellini e i Mattarella che oggi trasudano omaggi al miele? Ve lo dico io dov’erano: insieme a tutti quelli che nel Palazzo demonizzavano il senatùr, o lo ridicolizzavano. Erano con quelli lo trattavano da nemico della Patria o da cialtrone celtico, gli imputavano i tank dei Serenissimi o lo sfottevano per l’ampolla sul Po. Ora, invece, tutti con il turibolo in mano. E a quell’overdose di incenso dovremmo rispondere come rispondeva il senatùr: ma tachès al tram, attaccatevi al tram.

La verità è che Bossi, su molte cose, ha avuto ragione. Aveva ragione quando capì in anticipo su tutti che la prima Repubblica era alla fine. Aveva ragione quando capì come si faceva a parlare direttamente al popolo. Aveva ragione quando intuì prima di tutti gli altri la questione settentrionale. Aveva ragione, ma nessuno gliel’ha mai detto: prima lo hanno combattuto, poi lo hanno messo da parte come un’anticaglia, recuperandolo al massimo per far la guerra a Matteo Salvini. Altro che «lo abbiamo sempre rispettato». Non lo hanno mai rispettato, e non lo hanno mai capito. Tutt’al più lo hanno usato, ognuno a modo suo, come uomo nero o come arma impropria, come spauracchio o come oggetto contundente. Ma quanti di quelli che oggi fingono di piangerlo, ex amici ed ex nemici, ex seguaci ed ex avversari, l’avrebbero volentieri tolto di mezzo? A quanti ha dato fastidio, sia quand’era un leader barbaro «armato di manico», come amava dire, sia quand’era un ex capo deposto e stanco e armato solo di memoria?

Certo anche la storia di Bossi ha avuto le sue pagine nere. Il Cerchio magico, il Trota, i diamanti della Tanzania: se alla Lega arrivarono le ramazze vuol dire che c’era dello sporco da spazzar via. E il senatùr ha commesso errori, come tutti. Ma è sempre stato un uomo del popolo. Dalla parte del popolo. Per questo il popolo l’ha sempre capito, quelli del Palazzo no. E per questo le loro lacrime, direbbe a modo suo, sono «scoregge nelle spazio».

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