Arriva quando la luce si spegne. Prima un ronzio vicino all’orecchio, poi il silenzio, infine il prurito che annuncia la puntura. Alle tre di notte, l’estinzione delle zanzare non sembra un dilemma morale ma un programma politico ragionevole. La novità è che la scienza ha cominciato a prenderlo sul serio. Non proprio l’estinzione di tutte le specie, ma delle poche che hanno trasformato un insetto di pochi milligrammi nell’animale più pericoloso per l’uomo.
L’ultimo progetto di controllo locale porta una firma inattesa: Google. Con il programma Debug, la società ha chiesto all’Environmental protection agency statunitense il permesso di liberare fino a 64 milioni di maschi della specie Culex quinquefasciatus in California e Florida nell’arco di due anni. Non sono organismi geneticamente modificati: portano un ceppo del batterio Wolbachia che rende incompatibile l’accoppiamento con le femmine selvatiche. Le uova vengono deposte, ma non si schiudono.
Dalle Hawaii all’Italia: la strategia dei maschi incompatibili
È una guerra combattuta aggiungendo zanzare alle zanzare: i maschi di laboratorio trasformano ogni accoppiamento in un vicolo cieco biologico. Alle Hawaii un’altra specie, la Culex quinquefasciatus, minaccia gli ultimi uccelli canori dell’arcipelago a cui trasmette la malaria aviaria, così è nato il progetto “Birds, Not Mosquitoes”, che impiega droni ed elicotteri per liberare milioni di maschi incapaci di generare prole.
Ancora: nell’area metropolitana di Washington sono stati appena liberati circa 600 mila maschi di zanzara tigre (Aedes albopictus) resi incompatibili con le femmine grazie al citato batterio Wolbachia, per ridurre la popolazione senza insetticidi.
Anche l’Italia ha avviato sperimentazioni simili. Nel 2025, nel Centro ricerche Enea della Casaccia, alle porte di Roma, sono stati liberati su 53 ettari circa 1,6 milioni di maschi incompatibili di zanzara tigre, riducendo dell’88 per cento la produzione di uova fertili destinate a superare l’inverno. Nel 2026 la sperimentazione è proseguita con rilasci anticipati e più intensi. Nel comune di Bologna, da maggio a ottobre, vengono immessi ogni settimana circa mezzo milione di maschi sterili di zanzara tigre su 48 ettari.
A questo punto il problema cambia scala: dalla soppressione locale si pensa alla possibilità di provocare l’estinzione globale di quelle più pericolose. Nessuno scienziato propone di sterminare indiscriminatamente le oltre 3.500 specie di zanzare. Ma per alcune, perfino sul magazine Nature si è discusso della possibilità di estinzione.
Al primo posto c’è Aedes aegypti, principale vettore di dengue, febbre gialla, Zika e chikungunya. Invece per la malaria i bersagli sarebbero poche specie: Anopheles gambiae, Anopheles coluzzii, Anopheles arabiensis e Anopheles funestus, responsabili di gran parte della trasmissione nell’Africa subsahariana, oltre ad Anopheles stephensi, che è asiatica ma in espansione nelle città africane.
La minaccia sanitaria e il salto verso il gene drive
In Italia le principali guastafeste sono due. La zanzara tigre, Aedes albopictus, nera a strisce bianche, punge soprattutto di giorno e si riproduce nei ristagni di sottovasi e tombini. Arrivata nel 1990, è ormai diffusa quasi ovunque e può trasmettere dengue, chikungunya e Zika. La zanzara comune, Culex pipiens, è invece la visitatrice notturna delle camere da letto e uno dei principali vettori europei del virus West Nile.
Delle sessanta specie presenti in Italia, soltanto una decina rientrano nei programmi di controllo per aggressività e capacità di trasmettere malattie.
La ragione di tanta audacia nel pensare all’estinzione è nei bollettini sanitari. Nel 2024 la malaria ha provocato circa 282 milioni di casi e 610 mila morti; il 95 per cento dei decessi si è concentrato in Africa e tre vittime su quattro erano bambini sotto i cinque anni. Nello stesso anno l’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato 14,4 milioni di casi di dengue e 11.201 morti, il livello più alto mai raggiunto. A uccidere non è la zanzara, ma i virus o i parassiti che trasmette. Eliminarla significa interrompere il contagio.
L’infezione artificiale con Wolbachia, però, consente solo una soppressione locale: finché continuano i rilasci, la popolazione diminuisce; quando si fermano, individui provenienti da altre aree possono ripopolarla. Non solo, alcune Anopheles che trasmettono la malaria si allevano facilmente in laboratorio ma non ospitano Wolbachia in modo stabile. E allora, come fare? I ricercatori studiano il gene drive, una tecnica di bioingegneria che permette a una modifica genetica di diffondersi rapidamente, ereditata da una quota di discendenti molto superiore al normale 50 per cento. Può trasmettere infertilità o alterare il rapporto tra i sessi. In laboratorio, si è raggiunta un’intera popolazione di Anopheles gambiae in gabbie di sperimentazione provocandone il collasso in sette-undici generazioni.
L’incognita ecologica e il dilemma etico
Lo strumento, dunque, esiste ed è potentissimo. «La zanzara tigre e altre recentemente arrivate in Italia (per esempio Aedes japonicus e Aedes koreicus) si stanno facendo spazio spesso a scapito di specie locali ed eliminarle non sarebbe un problema per la biodiversità», spiega Riccardo Moretti, ricercatore del laboratorio Agricoltura 4.0 dell’Enea. «È comunque improbabile pensare di riuscire ad eliminarle completamente». Anche la nostra Culex pipiens, autoctona, può essere controllata nelle città e nelle zone epidemiche, ma non è una candidata plausibile all’estinzione globale. Per questo l’Organizzazione mondiale della sanità chiede valutazioni graduali, trasparenti e condivise con le comunità coinvolte e, finora, nessun Paese ha autorizzato rilasci in natura.
«Le tecniche di modificazione genetica in sperimentazione su una delle zanzare Anopheles della malaria funzionano. Ma il campo nasconde sempre imprevisti, quindi bisogna avere cautela nelle applicazioni e mai ottimismo assoluto. Staremo a vedere», avverte Moretti.
Resta però la domanda alla quale nessuna tecnologia può rispondere: che cosa perdiamo eliminando una zanzara? Larve e adulti sono cibo per numerosi animali e alcune specie contribuiscono anche all’impollinazione. Molti predatori potrebbero adattarsi, ma conosciamo ancora troppo poco queste reti ecologiche per considerare innocua un’estinzione globale. È qui che il problema cambia natura. Ridurre una popolazione invasiva su un’isola è controllo sanitario; decidere che una specie non debba più esistere è un’altra cosa. Un’analisi etica pubblicata su Science nel 2025 ammette l’estinzione deliberata solo in casi eccezionali: benefici enormi, assenza di alternative meno radicali, rischi ecologici accettabili e una decisione giustificabile davanti alle popolazioni coinvolte. Insomma, ce n’è abbastanza per discuterne ancora. Per ora, alle tre di notte continueremo a schiacciare una zanzara sul muro senza pensarci troppo. Ma una mattina dovremo chiederci non se siamo capaci di schiacciarla, ma se siamo pronti a decidere che su quel muro non debba tornare mai più.
