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Muse: con The Wow! Signal il rock torna a guardare le stelle

Muse: con The Wow! Signal il rock torna a guardare le stelle
PRESS PHOTO Warner

Il nuovo album non rivoluziona il suono della band inglese ma lo rende più coeso e convincente

C’è sempre stato qualcosa di profondamente sproporzionato nei Muse. Ogni loro canzone sembra voler occupare più spazio di quello che le spetterebbe: lo spazio di un’arena, di un pianeta, di un’apocalisse. Anche quando parlano di sentimenti minuscoli, li illuminano con fari da catastrofe cosmica. È il loro limite, ma anche la loro grandezza.

The Wow! Signal nasce esattamente dentro questa tensione. Non è un disco che prova a ridimensionare i Muse, né a renderli più sobri, più adulti, più credibili secondo criteri esterni. Al contrario, accetta fino in fondo la loro vocazione all’eccesso. Ma questa volta l’eccesso non sembra soltanto una posa: diventa il modo più naturale per raccontare una frattura intima.

L’apertura affidata a The Dark Forest è una dichiarazione d’intenti: pochi secondi bastano per ritrovare quel linguaggio fatto di tensione, aperture improvvise e atmosfere orchestrali che ha reso riconoscibile il trio di Teignmouth. Da lì in avanti il disco procede come un unico viaggio, alternando episodi più aggressivi a momenti di sospensione senza mai perdere la bussola.

Il titolo rimanda a un segnale misterioso proveniente dallo spazio, ma il vero enigma del disco è molto più terrestre: come si continua a comunicare quando qualcosa si è rotto? Le distanze siderali evocate dall’album non appartengono solo alla fantascienza; sono quelle che si aprono tra due persone.. I Muse trasformano il dolore privato in architettura sonora, come se una separazione potesse produrre onde gravitazionali.

Musicalmente il disco non rinuncia a nulla: chitarre monumentali, sintetizzatori, aperture melodrammatiche, improvvisi slanci pop, passaggi quasi operistici. Cryogen riporta il gruppo su territori di tensione quasi claustrofobica. Al centro dell’album, Be With You rappresenta il momento di maggiore esposizione emotiva: una pausa solo apparente, perché anche qui la melodia finisce presto per allargarsi fino a occupare tutto l’orizzonte.

La seconda metà è forse la più convincente. Hexagons e The Sickness In You & I mostrano una band che continua a stratificare idee senza perdere compattezza. bene anche Hush con l’apporto vocale di Ellie Goulding. È con Space Debris che il disco trova la sua conclusione più efficace: non una chiusura trionfale, ma una dissolvenza che lascia sospesa la sensazione di aver attraversato qualcosa di enorme e, allo stesso tempo, profondamente personale.

La voce di Matt Bellamy è ancora quella di chi canta come se ogni frase fosse l’ultima trasmissione prima del collasso. Può risultare enfatica, perfino teatrale, ma qui trova una funzione precisa: non maschera la fragilità, la ingigantisce. È come se il disco dicesse che certi sentimenti, per essere raccontati davvero, non possano essere sussurrati. Devono esplodere.

Il rischio dell’autoparodia resta sempre vicino. I Muse camminano da anni su quel confine sottilissimo dove il sublime può diventare ridicolo in un istante. The Wow! Signal funziona proprio perché non ha paura di quel rischio. Non cerca la misura, cerca l’impatto. Non vuole essere elegante, vuole essere necessario.

Il risultato è un album che non reinventa la band, ma la rimette a fuoco. Dopo anni in cui l’immaginario dei Muse sembrava talvolta più grande delle canzoni, qui l’apparato torna a servire un nucleo emotivo riconoscibile. Il cosmo, le macchine, i segnali, il vuoto: tutto converge verso una domanda semplice e dolorosa. Cosa resta di noi quando nessuno risponde più?

The Wow! Signal non è un disco perfetto, e forse non vuole esserlo. È troppo carico, troppo solenne, troppo Muse per piacere a chi non ha mai sopportato la band. Ma proprio per questo possiede una forza rara: quella di un gruppo che, invece di inseguire nuove identità, sceglie di scavare più a fondo nella propria. E scopre che, persino nello spazio profondo, il rumore di fondo più difficile da ignorare resta quello delle emozioni umane.

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