Dalla libertà degli anni della PFM a Crêuza de mä, dal live con Demetrio Stratos al nuovo disco Tutto è già qui: una conversazione con Mauro Pagani sulla memoria, sulla misura e sul valore di ciò che si sceglie di togliere.
In Lunedì, uno dei pezzi del nuovo dusco Mauro Pagani ritrova il paesaggio della sua infanzia. «Quei paesaggi sono le immagini dei miei primi anni di vita», dice. A Chiari, in provincia di Brescia, quasi al confine con Bergamo, «c’era un sacco di nebbia» e, tornando a casa, «si faceva fatica a distinguere un muro dall’altro». Poi, la campagna, con «il grano turco, i fossi, i gelsi»: immagini che non sono soltanto ricordi, ma una geografia affettiva entrata nella sua musica.
Anche la libertà dei primi anni con la PFM appartiene a un paesaggio preciso: quello di una musica italiana che cercava spazio. «Noi vivevamo un’inebriante libertà, dopo anni e anni in cui non ci era neanche concesso di scegliere i nostri pezzi», ricorda Pagani. La libertà, però, poteva trasformarsi in eccesso. E nella sua lettura il progressive ha conosciuto entrambe le cose: la meraviglia della scoperta e il rischio di non sapersi fermare.
La formula con cui riassume quella stagione è secca: «Il progressive si è suicidato per eccesso di note». Poi spiega: «Abbiamo cominciato a suonare troppo, a sentirci liberi senza controllo, a improvvisare per un quarto d’ora, venti minuti di fila, con assoli lunghissimi». Una musica che per anni era stata «meravigliosa» ha cominciato, a suo giudizio, a diventare «triste, ripetitiva, un po’ presuntuosa». Da quell’esperienza Pagani ha tratto una lezione di mestiere. Ricorda una massima di De André che gli è stata preziosa nel lavoro di produttore: «Se non sai cosa aggiungere, togli».
È una lezione che torna nel racconto di Crêuza de mä, il disco in cui la collaborazione con Fabrizio De André ha trovato la sua forma più compiuta. «Fabrizio e io ci siamo trovati al momento giusto: lui era pronto a cambiare, io ero pronto a organizzare per bene quello che avevo in mente». Le canzoni, racconta, avevano il passo giusto: «Non erano né troppo veloci né troppo lente. Camminavano».
Pagani arrivava al disco con un’idea musicale ricca, forse fin troppo. Fu De André a fermarlo: «Io avrei voluto esasperare ancora i pezzi, figlio di una cultura troppo abbondante. Fabrizio mi disse: “No, no, tu sei matto: il disco è fatto, non si tocca”». Nel ricordo di Pagani, quel gesto di fiducia e contenimento è parte del lavoro a quattro mani: De André portò i testi e l’idea del genovese; Pagani la musica e gli anni di studio sulle tradizioni sonore del mondo. «C’è la sua presenza e c’è veramente un lavoro a quattro mani», dice.
Un altro frammento di quella storia musicale riemerge parlando di Rock’n’Roll Exhibition, il live con Demetrio Stratos e Paolo Tofani. «Non avrebbe neanche dovuto essere pubblicato come disco», racconta Pagani: l’idea era nata quasi per caso, da una giornata in teatro e dalla voglia di ritrovare il rock’n’roll delle origini. Anche la registrazione fu un azzardo. Il fonico aveva con sé un Revox e poco nastro; il concerto venne inciso a velocità ridotta e ricostruito in studio. «È stato un disco che è nato per una magia», dice. «I musicisti erano così bravi che praticamente stava in piedi da solo».
La decisione di pubblicarlo arrivò dopo la morte di Stratos, anche per raccogliere fondi a favore della sua famiglia. Pagani conserva il ricordo del divertimento e, insieme, la consapevolezza di un’ultima occasione: «Mai più avrei pensato che sarebbe stata l’ultima cosa che avrei potuto registrare di Demetrio».
Dal passato il discorso arriva alla musica di oggi, sommersa dalla quantità. Pagani la chiama «la dittatura della merce da banco»: «Ci sono algoritmi che pubblicano centomila nuovi pezzi al giorno. Non è un bell’andazzo». Eppure non cede alla nostalgia: «In giro c’è anche un sacco di bella musica. Solo che si fa fatica a trovarla, non ad ascoltarla». Cita, tra gli esempi, le nuove scene musicali africane, da Senegal e Mali, piene, dice, di energia.
Il nuovo disco, Tutto è già qui, tiene insieme proprio il ricordo e il presente. Nel brano che dà il titolo all’album si susseguono due frasi: «Tutto mi manca» e «Tutto è già qui». Pagani le descrive come due movimenti della stessa coscienza: da una parte il passato, fatto di persone e di anni indimenticabili; dall’altra «la sensazione di un presente più che mai vivo, nonostante tutto».
Anche la forma del disco è passata da una scelta, e da una rinuncia. Per selezionare i brani, racconta, servono istinto, esperienza e ascolto dei musicisti. «Ho cercato di metterci tutto quello che mi veniva in mente di accettabile, poi ho cercato di lasciare solo quello che era necessario». Il risultato, dice, è «la cosa più pulita e responsabile possibile».
Una misura che attraversa tutta la conversazione: dalla musica che cammina di Crêuza de mä alle note di troppo del progressive, fino alla cura con cui Pagani ha costruito il nuovo album. E che si accorda con la sua idea della musica, capace di restare presente anche quando tutto il resto cambia: «La musica ha un’energia con cui si mangia tutto. È unica e irripetibile».
