Diego Armando Maradona è stato curato da un gruppo di dilettanti, abbandonato e ucciso dai medici che lo avevano preso in cura. L’accusa è di omicidio volontario e nell’udienza che si è svolta al Tribunale di San Isidro il pm ha chiesto una condanna di dodici anni per Leopoldo Luque, dieci per la sua psichiatra, otto per la coordinatrice della struttura che lo ha avuto in cura e cinque per uno psicologo, oltre che quattro anni ciascuno per un coordinatore degli infermieri e il suo sottoposto. L’accusa sostiene che tutti hanno preso, o omesso di prendere, decisioni cruciali che avrebbero potuto salvare la vita a una delle figure più popolari dell’Argentina e dello sport mondiale. L’autopsia sulla salma del Diez ha rilevato che aveva sviluppato una cirrosi epatica e una patologia polmonare e che, al momento della morte, presentava un aumento sproporzionato della cavità addominale e gravi alterazioni a reni e cuore. La causa esatta del decesso è stata però un edema polmonare provocato da un’insufficienza cardiaca, nella sua abitazione di Dique Lujan, nella periferia di Buenos Aires. Diego se ne andò il 25 novembre del 2020, aveva appena compiuto sessant’anni.
“Luque non ha fatto niente per salvarlo”
Scagionato il medico clinico Pedro di Spagna che secondo il pm Patricio Ferrari “è l’unico che ha fatto quello che doveva fare e che non aveva potestà di decisione sulle condizioni di degenza della vittima”. sue parole sono state molto più dure nei confronti del neurochirurgo Leopoldo Luque. “Non ha redatto una cartella clinica aggiornata. Non ha organizzato un ricovero in una struttura medica specializzata, vista la complessità del paziente. Ha fatto tutto il possibile perché le cose andassero male“. E ancora: “Ha ignorato i segni di insufficienza cardiaca. Tutti gli dicevano che era gonfio e che tratteneva liquidi. L’atteggiamento di Luque è stato sempre lo stesso: non fare nulla”. L’imputato principale si è difeso sostenendo di essersi trovato di fronte a un “evento cardiaco improvviso, acuto e imprevedibile”.
“Anche la Forlini assente”
Accuse pesanti anche per Nancy Forlini, la coordinatrice di Swiss Medical, la clinica che ha seguito Maradona negli ultimi giorni, non esce bene nemmeno dalle requisitorie: “Guidava l’altra organizzazione caotica che ha tenuto il paziente in una condizione di continua precarietà negli ultimi giorni“. Dopo le arringhe dei pubblici ministeri e delle altre parti civili, le difese di ogni imputato avranno fino a tre ore per sostenere la condotta dei propri assistiti nelle due settimane in cui si è prestata assistenza a Maradona, che nell’ultima fase della sua vita ha sofferto per la sua dipendenza da droghe e alcol.
