Ogni anno, quando suona l’ultima campanella a inizio giugno, l’Italia si ritrova per settimane con migliaia di edifici scolastici quasi vuoti, dunque teoricamente disponibili per tutto ciò che durante l’anno appare complicato o impossibile: sistemare bagni, riparare infissi, tinteggiare pareti, rinnovare laboratori, mettere mano agli impianti, rendere utilizzabili palestre e cortili, sostituire arredi consumati e affrontare quella manutenzione minuta che, proprio perché non produce inaugurazioni né fotografie con il nastro tricolore, finisce spesso ai margini delle priorità pubbliche. Qualcosa si fa, sia chiaro, ma a settembre per notare le migliorie bisogna essersi allenati con la settimana enigmistica a scovare le differenze tra un’immagine e l’altra. La scuola in estate, va detto subito, non è chiusa: le segreterie gestiscono iscrizioni, trasferimenti, graduatorie, contratti, certificati, diplomi, progetti e pratiche del personale; il personale Ata presidia, pulisce, sposta, prepara, apre e chiude; i dirigenti scolastici e i vari responsabili progettano organici, formano sezioni, impostano scadenze, gestiscono le richieste delle famiglie e altre faccende burocratiche; una parte dei docenti resta impegnata fino ai primi giorni di luglio in esami, maturità, recuperi, scrutini differiti e adempimenti di fine anno, mentre un’altra, esauriti gli obblighi di giugno, attraversa una lunga sospensione dalla scuola più evidente, quella della lezione in classe. Fatto sta che il tempo materiale per intervenire sugli edifici esisterebbe, perché l’estate offre una finestra che nessun altro servizio pubblico possiede con la stessa ampiezza, ma questo tempo è spesso sciupato tra ritardi, competenze frammentate, risorse vincolate, gare partite tardi, uffici tecnici sotto organico e responsabilità distribuite in modo tale da rendere ogni decisione più lenta del bisogno che dovrebbe soddisfare. Il rapporto Ecosistema Scuola 2025 di Legambiente, restituisce l’immagine di una manutenzione scolastica fragile, diseguale e intermittente, nella quale la distanza tra ciò che sarebbe necessario e ciò che viene effettivamente realizzato resta ampia, soprattutto quando si passa dalle dichiarazioni programmatiche alla capacità concreta di spendere, appaltare e chiudere i lavori prima che gli studenti tornino in aula. La manutenzione ordinaria, quella che dovrebbe impedire agli edifici di degradarsi lentamente, appare spesso compressa dentro bilanci modesti, mentre la manutenzione straordinaria, anche quando viene finanziata, incontra tempi e procedure che raramente coincidono con il calendario scolastico.
Il punto, dunque, non può essere ridotto alla formula secondo cui mancano i fondi, perché in molti casi le risorse esistono, arrivano attraverso canali diversi e rispondono a obiettivi specifici, dal digitale al Pnrr, dalla sicurezza all’efficientamento. Il problema è che questi soldi non sempre sono quelli necessari nel momento in cui servono, non sempre possono essere utilizzati per l’intervento concreto che un edificio richiede, non sempre arrivano insieme a progetti già pronti, personale tecnico sufficiente, procedure rapide e una responsabilità chiara su chi debba fare cosa entro settembre. Così accade che una scuola possa ricevere fondi per ambienti innovativi e continuare ad avere finestre che chiudono male, possa dotarsi di lavagne digitali affisse su muri scrostati e sporchi, mentre i bagni restano in condizioni mediocri, o anche terribili. È la distanza tutta italiana tra intervento da inaugurazione e piccola manutenzione. A rendere più complicato il quadro c’è la struttura stessa della governance scolastica, perché anche quando il dirigente conosce i problemi dell’edificio, ne raccoglie le conseguenze quando qualcosa non funziona e ne risponde davanti a famiglie, studenti e personale, senza però esserne il vero proprietario né il decisore ultimo sugli interventi edilizi. Gli edifici dipendono dagli enti locali, con i Comuni competenti per infanzia, primaria e medie e Province o Città metropolitane per le superiori; la scuola segnala, l’ente valuta, l’ufficio tecnico programma, la politica stanzia, la gara parte, l’impresa esegue e, mentre sembra di essere finiti nella famosa Don Raffaè di Bubola-De André, in questa catena basta un anello debole perché l’estate passi più rapidamente del cantiere. La domanda vera, allora, non riguarda soltanto che cosa facciano presidi, docenti, segreterie e personale Ata quando gli studenti sono a casa, poiché la scuola d’estate, pur con intensità diverse e presenze ridotte, continua a funzionare. Il tema è che cosa intendiamo fare noi, come cittadini insieme ai nostri rappresentanti, delle nostre (sì, nostre!) scuole quando finalmente ci sarebbe davanti a sé il tempo per prendersene cura. La realtà è che la scuola italiana continua a oscillare tra grandi piani e piccole urgenze, tra finanziamenti importanti – sbandierati, da sempre – e difficoltà elementari, tra l’ambizione delle aule innovative e la realtà di edifici che invecchiano più velocemente di quanto vengano curati. Poi arriva settembre, le aule si riempiono, i problemi tornano dentro la routine e l’occasione si chiude fino all’anno successivo. Ecco come, anche in estate, la scuola italiana non ha pace.
