Fra una settimana la Cassazione dovrà dire l’ultima parola – giudiziaria – su Mario Roggero. Forse non tutti ricordano la storia di questo piemontese, magro e cortese, di 72 anni. Il 28 aprile di cinque anni fa, tre rapinatori assaltarono la sua gioielleria, a Grinzane Cavour, minacciando la moglie e la figlia per farsi consegnare i preziosi. Tra lui e i malviventi ci fu una colluttazione e, mentre i banditi fuggivano, l’uomo impugnò la pistola e li inseguì sparando. Due componenti della banda morirono, il terzo rimase ferito.
Roggero aveva già subìto una rapina violenta anni prima e, paradossalmente, invece di costituire un motivo di spiegazione della sua reazione, essere già stato vittima di un assalto è divenuto quasi un elemento a suo carico: secondo il procuratore generale, sparò infatti perché animato «da incontenibile sete di vendetta».
Risultato, in primo grado il gioielliere è stato condannato a 17 anni di carcere, in appello a 14 e 9 mesi. Il tribunale ha anche stabilito un risarcimento a favore dei familiari dei due banditi morti, oltre a fissare una provvisionale pure per il rapinatore rimasto ferito. In totale Roggero ha già sborsato un milione di euro, ma i famigliari dei delinquenti – tra cui anche il convivente della madre di uno dei deceduti – di milioni ne pretendono tre, quanto una vincita alla Lotteria Italia. Tanto per capirci, il malvivente sopravvissuto, un tipo dal curriculum non proprio immacolato, oltre al risarcimento già ottenuto per ordine dei giudici lamenta un «disturbo post traumatico da stress» e reclama altri 225 mila euro. In pratica, un piccolo negoziante di provincia rischia il carcere fino all’ultimo dei suoi giorni e, anche, di finire, lui e la sua famiglia, sul lastrico. Tutto ciò per essersi difeso, per aver reagito a una rapina. La moglie e la figlia erano minacciate: la prima con un coltello puntato alla gola, la seconda con una pistola alla testa. L’arma risultò poi essere una scacciacani ma, certo, questo Roggero non lo poteva sapere quando premette il grilletto.
Quel giorno l’uomo mite e un po’ pedante che per tutta la vita aveva commerciato in anelli e collanine perse la testa? Sì, ma chi non la perderebbe vedendo i propri cari aggrediti e picchiati? Anche lui, il gioielliere, ricevette una gragnuola di pugni e il suo sangue fu rinvenuto sulla porta del negozio. Ma essere vittima di una rapina violenta, secondo i giudici, non giustificava comunque la sua reazione. Doveva alzare le mani, non sparare. Aveva chiamato i carabinieri, premendo l’allarme all’interno del negozio. Doveva lasciar fare a loro, non inseguire da solo i banditi che se la stavano squagliando con il malloppo. A condannarlo è un filmato all’esterno della gioielleria in cui lo si vede premere il grilletto. Lui dice che nella concitazione del momento pensava che i malfattori, per garantirsi la fuga, avessero preso in ostaggio la moglie e, aggiunge, che uno di loro avrebbe agitato contro di lui il revolver. Per questo avrebbe sparato. «Non volevo uccidere», ha spiegato, «cercavo solo di difendermi».
I giudici, di primo e secondo grado, non gli hanno creduto e, purtroppo, temo che non gli crederanno neppure quelli della Cassazione. Ovviamente mi auguro di sbagliare, ma per quel poco che so di cose di giustizia, la vedo dura. Lo stesso Roggero, peraltro, la vede dura. Pur non avendo perso la speranza, ha già preparato la valigia: si è comprato due pigiami estivi, calze e mutande e ha persino scelto i libri che si vuole portare in cella. Insomma, non si sottrarrà alle estreme conseguenze.
Ma è giusto che per essersi difeso, dopo una vita di lavoro e sacrifici, un uomo passi i giorni che gli rimangono dietro le sbarre, come un delinquente comune? È accettabile che i parenti dei rapinatori si arricchiscano alle spalle di una famiglia onesta, la cui colpa è di essere stata vittima di un assalto dei banditi? Sì, lo so che nessuno ha il diritto di farsi giustizia da solo e pure che la legittima difesa impone dei limiti per evitare il Far west. E capisco pure che la legge è questa e i giudici, che qualche volta trovano tutte le attenuanti, nel caso di Mario Roggero non sono riusciti a rintracciarne neanche una. Però, pur conscio di tutto ciò, credo che chiudere gli occhi di fronte alla detenzione di un borghese piccolo piccolo sia un’ingiustizia. È per questo che mi permetto di richiamare l’attenzione del presidente della Repubblica. Ci sono pochi casi che mi sembrano meritevoli di ottenere un provvedimento di clemenza e quello di Roggero mi pare uno di questi. Mattarella gli conceda la grazia: sarebbe un bel messaggio a tutte le persone oneste.
