C’è un dato che, più di tutti, restituisce il senso del Safer Internet Day 2026: non l’aumento delle ore trascorse online, né la crescita delle piattaforme utilizzate, ma il fatto che una larga maggioranza di ragazzi sappia di essere dipendente dai dispositivi digitali senza riuscire, nonostante questo, a modificare in modo duraturo il proprio comportamento. È la frattura che emerge dalla survey dell’Osservatorio Scientifico sull’Educazione Digitale, promossa dal Movimento Etico Digitale, che ha coinvolto oltre 20.000 studenti tra gli 11 e i 18 anni.
Non una questione di inconsapevolezza, ma di solitudine educativa. Come sottolinea Davide Dal Maso, presidente del Movimento Etico Digitale, «quando oltre tre ragazzi su quattro si sentono dipendenti e più di nove su dieci riconoscono effetti sulla salute, siamo davanti a una richiesta di supporto». Una richiesta che oggi resta in larga parte inevasa.
La dipendenza come condizione ordinaria
Il 77,5% degli studenti dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi digitali, con un aumento netto rispetto all’anno precedente. Un dato che colpisce non tanto per la sua entità, quanto per il modo in cui viene interiorizzato: la maggioranza parla di una dipendenza lieve o moderata, come se l’eccesso fosse diventato una condizione strutturale, difficilmente scardinabile ma anche difficilmente allarmante.
È qui che il dato quantitativo diventa qualitativo. La dipendenza non viene più vissuta come deviazione, ma come parte integrante della quotidianità digitale. E quando si passa dal riconoscimento all’azione, il sistema si blocca: tra i ragazzi che hanno provato a ridurre il tempo online, solo il 23,3% dichiara di esserci riuscito davvero. La consapevolezza c’è, ma non trova un terreno su cui tradursi in comportamento.
Cinque ore al giorno e il tempo che scompare
Più di un terzo degli studenti trascorre oltre cinque ore al giorno davanti agli schermi, una soglia che equivale, su base annua, a passare quasi tre mesi interamente online. Ma ancora più significativo è il momento in cui questo tempo viene assorbito: cresce in modo marcato la navigazione nella fascia 13–19 e continua ad aumentare quella serale, tra le 19 e le 23.
Ore che una volta erano dedicate allo studio, alle relazioni, al riposo. Ore che oggi vengono risucchiate da una connessione continua, che non si limita più a occupare i margini della giornata, ma ne ridisegna la struttura. Il digitale non accompagna la vita quotidiana: sempre più spesso la sostituisce.
La salute come consapevolezza diffusa
Sul piano della percezione, i ragazzi mostrano una lucidità che smentisce molte narrazioni adulte. Oltre il 91% riconosce un impatto diretto dell’uso eccessivo dei dispositivi digitali sulla salute mentale, fisica o su entrambe. Attenzione, sonno, postura, vista, benessere psicologico: il quadro è chiaro anche per chi lo vive in prima persona.
È una consapevolezza che però non si traduce in capacità di regolazione. Come osserva Gregorio Ceccone, pedagogista del digitale e referente dell’Osservatorio Scientifico, «il problema non è la scarsa consapevolezza dei ragazzi, ma il messaggio spesso incoerente che ricevono dagli adulti». A scuola si lavora su equilibrio e cittadinanza digitale, ma fuori dall’aula il discorso si interrompe, si frammenta, perde continuità.
“Né bene né male”: quando il digitale diventa ambiente
Uno dei dati più rivelatori riguarda la percezione emotiva dello stare online. Se il 57% dichiara di sentirsi “bene”, cresce in modo significativo la quota di chi risponde “né bene né male”, che arriva al 31%. Non è un segnale di equilibrio, ma di assuefazione. Internet non è più percepito come uno spazio che fa stare bene o male, ma come un ambiente costante, inevitabile, che smette di essere valutato.
È il passaggio più delicato: quando il digitale non è più oggetto di scelta, ma sfondo permanente dell’esistenza.
Gli adulti e la responsabilità condivisa
Quando i ragazzi hanno un dubbio, il 91% cerca risposte su Internet. Genitori e insegnanti restano indietro, mentre cresce il ricorso all’intelligenza artificiale come strumento di orientamento. Nel frattempo, il 62,6% dichiara che in famiglia esistono regole sull’uso dei social, ma si tratta soprattutto di limiti di tempo e controlli tecnici.
Il nodo, ancora una volta, è educativo. «Non di rado ci si sente rispondere che l’educazione digitale è una questione privata», osserva Ceccone, «mentre è una responsabilità condivisa». Ed è proprio questa mancanza di continuità tra scuola, famiglia e società a lasciare i ragazzi soli di fronte a una consapevolezza che, senza strumenti, rischia di trasformarsi in impotenza.
