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Vance contro Rubio: la guerra in Medio Oriente può decidere chi guiderà gli Usa (tra i repubblicani)

Vance contro Rubio: la guerra in Medio Oriente può decidere chi guiderà gli Usa (tra i repubblicani)

La guerra e i negoziati con l’Iran diventano il terreno di gioco decisivo per la successione a Donald Trump

È un impatto rilevante quello che il dossier iraniano potrebbe avere sulle prossime primarie presidenziali del Partito repubblicano. Non è un mistero che, con ogni probabilità, i principali contendenti per la nomination saranno JD Vance e Marco Rubio. Ebbene, il loro futuro politico potrebbe in gran parte dipendere proprio dall’eventuale risoluzione della crisi iraniana. A livello generale, i due rappresentano sensibilità differenti in seno al complicato universo Maga. Pur non essendo un isolazionista puro, Vance è maggiormente vicino ai colletti blu della Rust Belt e si fa spesso interprete del loro scetticismo verso i processi di nation building all’estero. Rubio, dal canto suo, vanta maggiori legami dal punto di vista internazionale ed è vicino all’ala repubblicana più attenta alle questioni di sicurezza nazionale. Questo ne fa una figura generalmente favorevole a una politica estera più proattiva, per quanto non possa minimamente essere definito un neocon esaltato.

Ora, venendo alla guerra contro l’Iran, è noto che Vance fosse scettico verso un’operazione bellica di vasta portata. Non è un caso che, durante le prime settimane del conflitto, il vicepresidente si fosse eclissato, sparendo quasi totalmente dai radar. Maggiore protagonismo lo ha invece avuto Rubio. Un Rubio che, tuttavia, secondo quanto recentemente riferito da Politico, era anche lui poco convinto di un conflitto su larga scala contro Teheran. Quanto emerso negli ultimi giorni è interessante. Secondo varie indiscrezioni, Donald Trump sarebbe intenzionato a mettere Vance a capo del team negoziale statunitense nel contesto di eventuali colloqui con Teheran. Questo non significa che Rubio sarà estromesso dal processo diplomatico. Chiaramente però è significativo il ritorno in auge del vicepresidente. Il che può essere forse spiegato con varie ragioni.

Innanzitutto, dato il suo notorio scetticismo verso i processi di nation building, Vance rappresenta, per Trump, una mano tesa a quella parte di base elettorale repubblicana che ha sempre guardato con freddezza all’intervento militare contro l’Iran. In secondo luogo, l’attuale vicepresidente è, nell’amministrazione statunitense, la figura forse meno morbida nei confronti di Benjamin Netanyahu. Trump potrebbe quindi aver deciso di schierare il suo numero due per spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington. Il presidente americano auspica un cessate il fuoco rapido e una soluzione venezuelana per quanto riguarda il futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran: due obiettivi a cui Netanyahu guarda con freddezza. In terzo luogo, non è escludibile che, come ha già fatto in passato, Trump voglia rinfocolare la rivalità tra Vance e Rubio in vista del 2028.

Il segretario di Stato americano era uscito politicamente assai rafforzato dalla cattura di Nicolas Maduro lo scorso gennaio. Ed è anche per questo che Vance sta cercando di uscire dall’angolo in cui era de facto finito negli ultimi quattro mesi. Rubio, dal canto suo, farà prevedibilmente leva sul suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale ad interim per continuare ad avere un ascendente su Trump. È comunque evidente come la gestione del dossier iraniano rappresenti un rischio tanto per Vance quanto per il segretario di Stato. Inoltre, questa non è l’unica questione su cui emerge la loro rivalità in vista del 2028. Dall’altra parte, la crisi mediorientale è un tema troppo delicato. Ne consegue che, con ogni probabilità, Vance e Rubio, sì, competeranno, ma ciò non significherà assenza di collaborazione reciproca. D’altronde, se la guerra in corso dovesse chiudersi negativamente per gli Stati Uniti, entrambi finirebbero col risentirne negativamente dal punto di vista politico.

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