E se anche gli Stati Uniti avessero il loro Roberto Vannacci? Non è escluso che sia così. E il ruolo potrebbe andare a Tucker Carlson. Un tempo strenuo sostenitore di Donald Trump, il giornalista ha rotto con lui sulla guerra in Iran. E, a fine giugno, ha annunciato il suo rumoroso addio al Partito repubblicano.
«I sondaggi ora parlano chiaro. Non sosterrei il Partito repubblicano, non c’è alcuna possibilità», ha affermato. «Ho votato repubblicano per tutta la vita, ho lavorato a Fox News. Sono stato un difensore costante del Partito repubblicano per 35 anni, ma ora non si può più difendere perché è immorale», ha aggiunto. «Se mi tiro fuori io, penso che lo faranno anche molte altre persone», ha specificato.
Poco dopo, anche l’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene ha seguito le sue orme. «Sono troppo conservatrice per essere una democratica e troppo onesta e libera per essere una repubblicana. Ma sono una americana orgogliosa al 1.000%!», ha dichiarato. Un tempo anche lei ferrea sostenitrice dell’attuale presidente americano, l’anno scorso ha rotto i rapporti con lui per divergenze su Israele, inflazione e file di Jeffrey Epstein.
Insomma, è un terremoto significativo quello che sta caratterizzando una parte del mondo Maga. Come detto, nonostante qualche attrito in passato, Carlson era uno dei principali sostenitori dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Addirittura, durante la Convention nazionale repubblicana di Milwaukee del 2024, il giornalista fu tra gli speaker che presero la parola nell’ultimo giorno della kermesse, poco prima che Trump tenesse il suo discorso di accettazione della nomination. È quindi interessante chiedersi quali siano le sue intenzioni per il futuro. Un’ipotesi è che, con l’addio all’elefantino, Carlson voglia confermare la sua immagine di comunicatore antisistema, per rafforzare le proprie iniziative editoriali.
C’è tuttavia chi sospetta che il diretto interessato possa in realtà nutrire ambizioni politiche. Già sei anni fa circolò l’ipotesi che avrebbe potuto candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti nel 2024: un’indiscrezione poi non concretizzatasi. Lo scorso marzo, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto con l’Iran, fu la stessa Taylor Greene a proporre il giornalista alla corsa presidenziale. «Trump non mette l’America al primo posto, mette al primo posto i finanziatori. Tucker batterebbe Trump se si candidasse alla presidenza e il presidente in carica tentasse di violare la Costituzione cercando di ottenere un terzo mandato», dichiarò.
L’ex volto di punta della Fox, dal canto suo, ha nicchiato sulla questione. Nei mesi scorsi aveva negato di volersi candidare, ma non aveva neppure chiuso del tutto la porta a una simile eventualità. Poi, a fine giugno, è sembrato escludere categoricamente la sua discesa in campo. «Non ho intenzione di candidarmi alla presidenza», ha dichiarato. Sarà sincero? O si tratta di una strategia? Del resto, anche Vannacci, in passato, diceva di non voler fondare un proprio partito. E poi invece l’ha fatto, arrivando addirittura a superare – negli ultimi sondaggi disponibili – la Lega, la compagine che lo ha fatto eleggere a Bruxelles. E quindi? Quali sono le prospettive che Carslon potrebbe avere in una eventuale corsa per la Casa Bianca?
Il 22 giugno, il sito di scommesse Polymarket attribuiva al conduttore il 5% delle probabilità di aggiudicarsi la nomination presidenziale repubblicana del 2028. Certo, la cifra non è alta e non stiamo parlando di un sondaggio vero e proprio. Tuttavia, nella classifica del sito, Carlson era dato al terzo posto dietro a JD Vance (38%) e a Marco Rubio (21%). Aspetto ancor più interessante, il giornalista veniva dato avanti rispetto ad altri nomi di peso del Partito repubblicano, come il governatore della Florida, Ron DeSantis, e l’ex governatore della Virginia, Glenn Youngkin.
Insomma, un discreto seguito di trumpisti delusi Carlson potrebbe realmente attirarlo. E a quel punto potrebbero darsi tre scenari. Il primo è che corra da candidato indipendente (a inizio luglio ha anche annunciato di voler “aiutare a fondare un terzo partito”). Chiaramente sarebbe quasi impossibile per lui arrivare alla Casa Bianca, ma potrebbe comunque succhiare voti non solo al Partito repubblicano (rivolgendosi, per l’appunto, ai trumpisti scontenti) ma anche, con le sue posizioni critiche verso Israele, all’ala sinistra del Partito democratico. Tutto questo consentirebbe al giornalista di ritagliarsi il ruolo di terzo incomodo che fu di Ross Perot nel 1992: il miliardario che, con la sua discesa in campo, di fatto impedì a George H. W. Bush di essere rieletto.
Un altro scenario è che possa candidarsi alla nomination repubblicana. Infine, una terza possibilità è che possa decidere di appoggiare Vance. Non dimentichiamo che il giornalista gode storicamente di stretti legami con l’attuale vicepresidente americano. E che fu tra coloro che, nel 2024, spinsero Trump a sceglierlo come proprio running mate. «Questo presidente ha completamente tradito i suoi elettori. E ciò lascia il vicepresidente, che era la speranza di molti di loro, me compreso, in una situazione terribile. E ogni giorno mi dispiace per JD Vance. Ogni giorno prego per lui. Lo considererò sempre un amico», ha dichiarato Carlson negli stessi giorni in cui annunciava l’addio al Partito repubblicano. Del resto, il giornalista vede nel vicepresidente l’anima originaria del trumpismo: l’anima, cioè, più scettica verso i coinvolgimenti militari all’estero e maggiormente attenta ai temi della reindustrializzazione e della tutela dei colletti blu.
E qui veniamo alle cause strutturali che sono alla base della rottura tra Trump e Carlson. La questione è infatti ben più profonda di semplici dissapori personali. Per capire quanto accaduto, bisogna però fare un passo indietro. Durante i quattro anni dell’amministrazione Biden, il trumpismo ha effettuato una vera e propria “traversata nel deserto”. In questo arco temporale, sul ceppo originario del movimento sono venuti a innestarsi dei mondi che, originariamente ostili a Trump, si sono via via sentiti delusi dal Partito democratico: dalla Silicon Valley agli apparati della Difesa e della sicurezza nazionale. Ebbene, questa confluenza di correnti vecchie e nuove ha dato origine a un trumpismo 2.0 che è riuscito a riportare The Donald alla Casa Bianca nel 2024. Il punto è che, riconquistata la presidenza, tra le due anime dell’America First è cominciata una sorta di tensione dialettica: da una parte, la corrente originaria (quella meno propensa agli interventi militari all’estero e più attenta alla difesa dell’economia); dall’altra, la corrente innestatasi secondariamente sul trumpismo (costituita dalle grandi aziende tecnologiche e dall’alta burocrazia del Pentagono). Si tratta di due anime che in alcuni casi sono riuscite a convivere, in altri no. In questo contesto, il tycoon ha dovuto man mano fronteggiare scossoni di assestamento (si pensi solo alla sua lite dell’anno scorso, poi rientrata, con Elon Musk).
È quindi all’interno di un simile quadro che va inserita la rottura tra Carlson e il presidente. Il giornalista ha infatti considerato la guerra in Iran come un tradimento del trumpismo originario. Fu del resto proprio Carlson, nel 2019, a dissuaderlo dall’attaccare la Repubblica islamica: un’offensiva che, all’epoca, era invece stata caldeggiata soprattutto, secondo il Guardian, dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton.
Insomma, il rapporto tra il presidente e il giornalista è saltato a causa delle trasformazioni profonde che attraversano il mondo Maga. Bisognerà quindi attendere che cosa accadrà nel futuro. Carlson si candiderà alla presidenza da indipendente o proseguirà la sua attività editoriale? La sua rottura con il Partito repubblicano è definitiva o transitoria? È possibile ipotizzare che, qualora Vance dovesse riuscire a chiudere onorevolmente la partita iraniana, possa esserci una ricucitura tra il giornalista e la Casa Bianca? È troppo presto per avere delle risposte.
E così, mentre Vannacci valuta se allearsi o meno con il centrodestra, Carlson si tiene, per ora, le mani libere, sempre più convinto che il trumpismo si sia trasformato in un “mondo al contrario”.
