Prende una forma sempre più concreta lo scisma di Tucker Carlson dal mondo repubblicano. Il giornalista ha infatti annunciato di voler contribuire a fondare un terzo partito. «Intendo contribuire alla creazione di un terzo partito. Bisogna impegnarsi in buona fede per capire cosa sia davvero vantaggioso per il Paese», ha dichiarato, sostenendo che su «guerra e finanza» i due principali schieramenti politici statunitensi «sono uniti da un’assoluta solidarietà». «Questa non è democrazia. Questo è uno Stato a partito unico che si spaccia per democrazia, e deve essere smantellato», ha anche detto.
Era fine giugno, quando l’ex volto di Fox News aveva formalmente annunciato l’addio al Partito repubblicano. Del resto, negli scorsi mesi, Carlson aveva rotto i rapporti con Donald Trump, non perdonando al presidente americano di aver avviato la guerra in Iran. Negli ultimi giorni, il giornalista ha smentito di essere interessato a una candidatura presidenziale nel 2028. Gli analisti tuttavia si chiedono se sia o meno sincero su questo punto. Quali potrebbero quindi essere gli scenari che aprirebbe una sua eventuale discesa in campo?
Lo scisma della destra USA e le incognite elettorali del terzo partito
È vero: nessun candidato presidenziale di un terzo partito è mai arrivato alla Casa Bianca. E Carlson, nel caso, assai difficilmente farebbe eccezione. È tuttavia anche vero che potrebbe succhiare preziosi voti al contendente repubblicano (un po’ come Ross Perot che, nel 1992, boicottò de facto la riconferma di George H.W. Bush). In quest’ottica, Carlson potrebbe puntare a due obiettivi: da una parte, potrebbe rivolgersi ai trumpisti delusi, seguendo una strategia che lo accomunerebbe, per trovare un corrispettivo alle nostre latitudini, a Roberto Vannacci; dall’altra, viste le sue posizioni critiche verso il governo israeliano, il giornalista potrebbe mirare a pescare qualche voto anche a sinistra.
In tal senso, emergono due considerazioni. In primis, è interessante notare come la rottura tra Trump e il giornalista sia una conseguenza dell’evoluzione del trumpismo, sul quale – durante i quattro anni dell’amministrazione Biden – si sono innestati mondi che un tempo avversavano il tycoon (dalle aziende ipertecnologiche agli apparati della Difesa). Questa situazione ha finito col produrre due anime nel movimento dell’America first: quella originaria (più interessata alla difesa dei colletti blu e alla reindustrializzazione) e quella nuova (maggiormente orientata ai temi della sicurezza nazionale e alla promozione degli interessi tecnologico-geopolitici degli Stati Uniti). Si tratta di due correnti che sono entrate in dialettica: una dialettica che Trump, nell’ultimo anno e mezzo, ha spesso dovuto gestire con non poca difficoltà.
Il nuovo sentimento anti-establishment tra voto d’opinione e alleanze future
Il secondo aspetto interessante è più generale. Carlson incarna infatti un sentimento anti establishment che sta prendendo sempre più piede nella politica statunitense, a destra come a sinistra. Le ultime primarie parlamentari negli Stati di New York, Maine e Colorado hanno visto prevalere candidati di estrema sinistra che erano scesi dichiaratamente in campo contro le alte sfere dello stesso Partito democratico. La campagna elettorale per le midterm di novembre sembra che stia quindi facendo emergere un sentimento antisistema non troppo dissimile da quello che animò le candidature presidenziali di Trump e Bernie Sanders nel 2016. La differenza, almeno per ora, è che questa nuova ondata anti establishment – sia quella di Carlson che quella alla Zohran Mamdani – è più legata a un voto di opinione che alla costruzione di una base sociale solida tra i colletti blu della Rust belt (elemento, questo, che era invece ben presente nelle strategie di Trump e Sanders dieci anni fa).
E quindi che cosa farà Carlson? Forse proseguirà per la sua strada. O forse bisogna prestare attenzione alle recenti parole di amicizia che ha pronunciato verso JD Vance, di cui è sempre stato uno storico alleato. Chissà che, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028, il giornalista non torni a convergere con il vicepresidente statunitense.
