Quali sono esattamente gli obiettivi di Donald Trump in Iran? Si tratta di una domanda cruciale, a cui, almeno per ora, non è facile rispondere.
Nel video in cui annunciava l’attacco contro la Repubblica islamica, il presidente americano ha tenuto un doppio registro. Il primo era improntato alla Realpolitik: Trump ha infatti affermato che l’operazione militare sarebbe funzionale alla salvaguardia degli interessi americani. In tal senso, ha sostenuto la necessità di distruggere la Marina e l’industria missilistica iraniane, aggiungendo di voler impedire che Teheran si doti dell’arma atomica. Tuttavia, sul finire del video, il presidente americano ha usato toni più idealistici, esortando il popolo iraniano a prendere il controllo del governo e aprendo così allo scenario di un cambio di regime. Non solo. Parlando con il Washington Post, Trump ha anche detto di volere la «libertà per il popolo». La conferma dell’uccisione di Ali Khamenei, alcune ore più tardi, ha confermato che la strada intrapresa è quella del cambio di regime.
Ciò detto, in un’intervista rilasciata alla Cbs dopo la morte dell’ayatollah, il presidente americano è apparso a tratti sibillino. Da una parte, ha affermato che l’attacco militare potrebbe adesso aprire la via della diplomazia; dall’altra, ha dichiarato che «ci sono alcuni buoni candidati» per guidare l’Iran nel post Khamenei, pur senza fare nomi. E qui si aprono le incognite.
Trump sta pensando a un regime change classico (un regime change alla Bush jr per intenderci)? Se così fosse, quando pensa a dei «candidati» dovrebbe riferirsi ad alcuni esponenti dell’attuale opposizione iraniana. Il che si sposerebbe anche con l’invito, rivolto al popolo iraniano, ad assumere il controllo del governo. Dall’altra parte, il fatto che il presidente americano si dica disposto a un rilancio della diplomazia cozza con l’idea di instaurare un nuovo regime. Da questo punto di vista, l’operazione bellica sembrerebbe più un modo per fiaccare l’attuale governo e spingerlo a negoziare da una posizione di estrema debolezza. Senza contare che un regime change in stile Bush è probabilmente inattuabile senza l’invio di truppe sul terreno. Il che, qualora dovesse mai concretizzarsi, rappresenterebbe un costo politico rilevante per un presidente americano che ha sempre criticato le «guerre senza fine» portate avanti da suoi predecessori.
In tal senso, mentre la situazione complessiva resta ancora fluida, bisognerà vedere se l’attuale inquilino della Casa Bianca propenderà per un cambio di regime classico o se, al contrario, cercherà di mettere in campo una «soluzione venezuelana». Se dovesse essere questo lo scenario, Trump, dopo aver decapitato la Repubblica islamica, potrebbe scegliere come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente sdentato e addomesticato. Potrebbe, in altre parole, rivolgersi a una Delcy Rodriguez in salsa iraniana: il che gli consentirebbe di rendere Teheran allineata ai desiderata di Washington, senza tuttavia inviare soldati americani sul terreno. Guarda caso, domenica, il presidente americano ha detto che parlerà con i leader iraniani. «Vogliono parlare, e io ho accettato, quindi parlerò con loro. Avrebbero dovuto farlo prima», ha affermato.
Non è al momento dato sapere se questa sia l’intenzione del presidente americano né se, in caso, Benjamin Netanyahu la approverebbe. Certo, lo Stato ebraico sembrerebbe più intenzionato a un regime change classico. Tuttavia, il premier israeliano tiene anche ben presente un fatto: e cioè che, nel 2024, il crollo di Bashar al Assad in Siria abbia portato Damasco sotto un regime filoturco non troppo amichevole nei confronti di Gerusalemme. Se, come probabile, Trump spingerà per una «soluzione venezuelana», farà leva su questo elemento per convincere Netaynahu a seguirlo. Il presidente americano ha d’altronde due necessità interconnesse: evitare un conflitto prolungato e, soprattutto, scongiurare lo scenario di un Medio Oriente che sprofondi nel caos. Oltre che sul massiccio attacco militare, Trump può inoltre contare sul peso delle sanzioni statunitensi e sul fatto che le ritorsioni iraniane contro i Paesi arabi potrebbero spingere i sauditi a riavvicinarsi tanto agli emiratini quanto agli israeliani. È quindi su queste linee sottili che il presidente americano si sta muovendo. Ed è in tal senso che potrebbe tentare una «soluzione venezuelana» a Teheran.
