A tre anni dal 7 ottobre, l’attacco di Hamas contro Israele appare come l’inizio di una profonda trasformazione degli equilibri mediorientali. La guerra non è rimasta confinata a Gaza: ha coinvolto Hezbollah, indebolito la rete regionale sostenuta dall’Iran, contribuito alla caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria e infine portato allo scontro diretto tra Teheran, Israele e Stati Uniti. Resta da capire quanto sia sostenibile la strategia iraniana e quale ruolo possa mantenere Washington.
Il 7 ottobre 2023 Hamas ha cercato di fermare il riavvicinamento tra Israele e Paesi arabi moderati, temendo che intese economiche e di sicurezza relegassero la questione palestinese. L’attacco mirava a mettere in crisi l’assetto regionale sostenuto da Washington. L’uccisione di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, di Yahya Sinwar oltre alla morte di Ismail Haniyeh, hanno segnato un passaggio decisivo. Teheran ha perso due dei principali strumenti con cui esercitava influenza militare e politica nel Levante.
Il crollo del corridoio siriano e la svolta strategica di Teheran
Nel dicembre 2024 la caduta del regime di Bashar al-Assad ha sottratto all’Iran un pilastro della propria architettura regionale. Per anni la Siria era stata il ponte attraverso cui Teheran sosteneva Hezbollah in Libano e manteneva una presenza strategica vicino a Israele. Con il nuovo governo di Damasco, l’influenza iraniana si è ridotta rapidamente. Anche quella russa è arretrata, mentre la nuova leadership siriana ha cercato rapporti con Washington e con gli Stati arabi moderati.
La domanda è diventata se continuare a investire nell’Asse della Resistenza o concentrare le risorse sulla difesa diretta dell’Iran. Alcuni strateghi hanno sostenuto la necessità di ridurre il ricorso agli alleati non statali e puntare sulle capacità militari nazionali, sulla deterrenza e sulla protezione del territorio. I settori più radicali del regime hanno invece interpretato le difficoltà dell’Asse non come un fallimento, ma come un motivo per ricostruire e rafforzare le milizie.
La divergenza è diventata cruciale quando il confronto è passato dalla guerra indiretta allo scontro diretto. Washington e Gerusalemme hanno giudicato l’Iran più vulnerabile che in passato. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, e Benjamin Netanyahu hanno aumentato la pressione sul regime. La campagna militare ha colpito infrastrutture nucleari e centri di potere, con l’obiettivo di ridurre le capacità di Teheran e creare le condizioni per un cambiamento politico.
La resilienza del potere iraniano tra rotte petrolifere e droni
Gli attacchi contro i vertici iraniani hanno causato perdite gravissime, compresa la morte della Guida suprema Ali Khamenei, ma il regime non è crollato. La struttura di potere superstite si è ricomposta, ha sostituito i comandanti eliminati e ha mostrato una resilienza superiore alle attese. La guerra è entrata così in una fase nuova: Stati Uniti e Israele hanno dimostrato di poter infliggere danni enormi, ma non di poter trasformare automaticamente la superiorità militare in un risultato politico definitivo.
Consapevole di non poter competere con Stati Uniti e Israele sul piano della potenza aerea, l’Iran ha puntato sul sistema economico che sostiene i suoi avversari. La chiusura dello Stretto di Hormuz è diventata una leva strategica: ha coinvolto le monarchie del Golfo, i mercati internazionali e i principali importatori di energia, oltre a Washington e Gerusalemme. Missili e droni iraniani hanno colpito anche basi statunitensi e infrastrutture energetiche nei Paesi arabi del Golfo.
Un’eccezione importante è rappresentata dagli Houthi, rimasti relativamente intatti e ancora in grado di minacciare Bab el-Mandeb, il passaggio tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. La loro presenza consente a Teheran di mantenere una forma di proiezione indiretta. Hormuz e Bab el-Mandeb sono diventati così due punti di pressione complementari. Per i sostenitori della strategia dei proxy, questo dimostra che la rete regionale non è stata completamente smantellata, nonostante le perdite di Hamas e Hezbollah.
Il Golfo ridiscute la sicurezza e l’intelligence chiude i conti
La pressione militare non ha fatto crollare il regime e Teheran ha conservato la capacità di imporre costi ai suoi avversari. Trump ha quindi mantenuto aperta la via negoziale. Da aprile, Washington ha cercato un’intesa che permettesse di fermare la guerra e riportare al centro il dossier nucleare. Un accordo, tuttavia, non cancellerebbe il problema strategico: colpire infrastrutture e vertici non significa necessariamente modificare il comportamento di un regime.
La guerra ha aperto una frattura anche nei rapporti tra Washington e le monarchie del Golfo. Per decenni Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e altri Stati hanno considerato la presenza militare americana una garanzia contro le minacce esterne. Ora quella certezza appare meno solida. Se gli Stati Uniti non sono riusciti a neutralizzare l’Iran né a impedire agli Houthi di minacciare Bab el-Mandeb, i governi arabi devono chiedersi se la protezione americana sia sufficiente.
I Paesi del Golfo hanno iniziato a rafforzare le proprie capacità militari, proteggere le infrastrutture energetiche e migliorare le difese contro missili e droni. È tornata sul tavolo anche l’idea di una sicurezza regionale gestita dagli stessi Paesi mediorientali. Teheran la sosteneva da tempo, ma fino a poco fa sembrava incompatibile con gli interessi degli Stati arabi moderati. La guerra l’ha resa meno astratta.
A tre anni dal 7 ottobre emerge un paradosso. Hamas ha attaccato Israele per impedire la nascita di un nuovo equilibrio regionale e riportare la questione palestinese al centro dell’agenda. Ma la sequenza di eventi ha indebolito proprio il sistema di alleanze costruito dall’Iran: Hamas e Hezbollah sono stati decimati, la Siria è uscita dall’orbita iraniana e il corridoio terrestre verso il Libano è stato interrotto.
È questo il problema strategico lasciato dalla guerra. Una vittoria militare incompleta ha mantenuto al potere un regime ostile, potenzialmente orientato a ricostruire le proprie capacità senza dipendere soltanto dai proxy. Il Medio Oriente è così entrato in una fase nuova: una competizione diretta tra Teheran, Israele, Stati Uniti e Paesi arabi per definire la futura architettura di sicurezza regionale e ridefinire gli equilibri regionali.
In questo contesto Il capo del Direttorato di Intelligence Militare delle FDI (Aman) ha dichiarato durante una riunione del gabinetto: «Dei 6.000 che hanno attraversato il confine e invaso Israele il 7 ottobre, 4.000 sono stati eliminati.Ne rimangono 2.000. Arriveremo fino all’ultimo di loro».
