Secondo informazioni diffuse da ambienti vicini all’opposizione iraniana, il comando interno dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (PMOI/MEK) ha riferito che nelle prime ore di lunedì 23 febbraio 2026 e fino al pomeriggio della stessa giornata si sono verificati scontri di eccezionale violenza con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nei pressi del complesso che ospita la Guida Suprema. Il bilancio provvisorio parla di oltre cento militanti del movimento rimasti uccisi o arrestati nel corso delle operazioni. Un secondo gruppo, composto da più di 150 combattenti che si era attestato nel secondo anello di sicurezza attorno alla sede centrale, sarebbe riuscito a ritirarsi e a rientrare nelle proprie basi prima della mezzanotte, secondo l’orario di Teheran. Il comando del PMOI/MEK ha inoltre annunciato che l’elenco completo dei caduti, dei feriti e dei detenuti sarà trasmesso alle organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dei diritti umani. L’area interessata coincide con il cosiddetto Complesso Motahari, una vasta zona protetta che include non solo gli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei, ma anche la residenza e gli uffici del figlio Mojtaba Khamenei, oltre alle sedi del Consiglio dei Guardiani, dell’Assemblea degli Esperti, della magistratura centrale, del Ministero dell’Intelligence, del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e del Consiglio per il Discernimento. Il complesso si estende per circa 620 metri per 770, con il quartier generale collocato nella sezione settentrionale.
Attorno all’intera area risultano installate diciassette telecamere di sorveglianza mobili. All’alba alcune di esse sarebbero state disattivate con l’aiuto di persone interne alla struttura. Non esistono cifre ufficiali sulle perdite subite dalle forze governative, ma diverse testimonianze parlano di un continuo afflusso di ambulanze scortate da unità speciali almeno fino a mezzogiorno. Le operazioni di rastrellamento e arresto sono proseguite per tutta la giornata in diversi quartieri della capitale e nelle città circostanti, con modalità descritte come particolarmente dure. Numerosi residenti di Teheran avrebbero fornito assistenza e rifugio ai combattenti in fuga, soprattutto ai feriti, contribuendo a rendere ancora più complessa la risposta delle autorità. Il perimetro attorno al quartier generale è protetto da muri prefabbricati in cemento armato alti oltre quattro metri, sormontati da barriere metalliche anti-drone e anti-proiettile. All’interno del Complesso Motahari ogni edificio dispone di un proprio sistema di protezione. Circa 8.000 uomini appartenenti a diverse unità militari e di intelligence sono incaricati della sicurezza dell’area. Il coordinamento generale è affidato al generale dei Pasdaran Hassan Mashrou’i Far, meglio noto anche come Emami. Di questi effettivi, circa 2.000 appartengono al Corpo di Protezione Vali e Amr, che include anche i piloti e gli equipaggi degli elicotteri speciali utilizzati dalla Guida Suprema. Il loro quartier generale si trova in un edificio di quattro piani a sud del complesso. Il Corpo Ansar al Mahdi, con circa 2.750 uomini, è responsabile invece del secondo e del terzo anello difensivo, con un raggio rispettivamente di 350 e 500 metri. Nonostante le smentite ufficiali, lunedì mattina le scuole situate nei pressi di via Pasteur sono rimaste chiuse e unità speciali sono state dispiegate anche all’interno di alcuni edifici scolastici. Restrizioni al traffico e movimenti massicci delle forze di sicurezza erano chiaramente visibili. Dalle 7 del mattino veicoli antisommossa armati presidiavano incroci strategici della capitale, mentre verso le 10:30 tre elicotteri sono stati avvistati a bassa quota sopra l’area di Pasteur e il complesso della Guida.
Il contesto in cui si inseriscono questi eventi è estremamente delicato. Le tensioni interne si intrecciano infatti con un quadro internazionale sempre più instabile. Gli Stati Uniti hanno ribadito nelle ultime settimane che l’opzione militare contro l’Iran resta sul tavolo qualora Teheran non accetti condizioni più stringenti sul programma nucleare e missilistico. La presenza militare americana nella regione è stata rafforzata e i toni delle dichiarazioni ufficiali si sono fatti più duri, alimentando il timore di un possibile intervento armato. Allo stesso tempo le proteste contro il regime non si sono fermate. In diverse città iraniane, studenti universitari e gruppi di cittadini continuano a scendere in piazza per denunciare la crisi economica, la repressione politica e la mancanza di libertà civili. Nonostante arresti, intimidazioni e un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza, il malcontento appare radicato e diffuso. Le manifestazioni, iniziate mesi fa, hanno assunto un carattere più strutturato, con reti di sostegno locale e una crescente partecipazione giovanile. Gli scontri attorno al Complesso Motahari rappresentano dunque non solo un episodio di violenza circoscritta, ma il segnale di una frattura profonda che attraversa il Paese. Da un lato un apparato di sicurezza imponente e capillare, dall’altro una parte della popolazione e dell’opposizione determinata a sfidare il cuore del potere. Sullo sfondo, la pressione internazionale e la minaccia di un conflitto aperto con Washington contribuiscono a rendere il quadro ancora più esplosivo, in un equilibrio sempre più fragile tra repressione interna e confronto esterno.
