Washington guarda a Khartoum. Nel fine settimana, l’inviato speciale di Donald Trump per l’Africa, Massad Boulos, ha avuto un incontro, in Egitto, con il capo dell’esercito sudanese, Abdel Fattah al-Burhan. «Riaffermiamo l’impegno costante degli Stati Uniti, insieme ai nostri partner egiziani e agli altri partner e alleati regionali e internazionali, per promuovere una soluzione politica alla crisi», ha affermato l’inviato statunitense, riferendosi alla guerra civile sudanese e sostenendo che il pranzo con al-Burhan sarebbe stato offerto dal presidente egiziano, Fattah al-Sisi. Diversa è invece stata la versione di Khartoum. Secondo Reuters, un funzionario sudanese avrebbe infatti affermato che l’incontro sarebbe stato «casuale», per poi negare che i due abbiano avuto un colloquio.
Le tensioni fra l’amministrazione Usa e il Sudan
Come che sia, quanto accaduto in Egitto è avvenuto a seguito delle tensioni che, il mese scorso, si erano verificate tra l’amministrazione Trump e al-Burhan. Il governo di Washington aveva infatti negato al capo dell’esercito sudanese il visto necessario per prendere parte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e New York. Stando a delle indiscrezioni riportate all’epoca dalla stampa, l’amministrazione americana avrebbe subordinato il rilascio del visto all’accettazione da parte di al-Burhan di un cessate il fuoco con le Forze di Supporto Rapido: l’organizzazione paramilitare con cui l’esercito sudanese è in conflitto dal 2023. Il punto è che al-Burhan non sembra intenzionato a stipulare una tregua: martedì, è infatti tornato a respingere questa eventualità, sostenendo di voler conquistare «ogni centimetro» di territorio attualmente in mano alle Forze di Supporto Rapido.
Si tratta di un’intransigenza che sta irritando Washington. Quest’ultima vorrebbe infatti arrivare rapidamente a una stabilizzazione del Sudan, disinnescando la guerra civile in corso. Al di là del mancato rilascio del visto, l’amministrazione Trump ha usato delle parole particolarmente dure. «Né le Forze Armate Sudanesi, né le Forze di Supporto Rapido, né i rispettivi leader rappresentano un governo legittimo e costituzionale per il Sudan: essi governano unicamente con la forza delle armi», ha dichiarato, il 22 settembre, il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tommy Pigott. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di decretare l’embargo di armi all’intero Sudan, anziché limitarlo alla sola regione del Darfur.
Lo scacchiere geopolitico del Corno d’Africa
In questo contesto, è probabile che l’incontro tra Boulos e al-Burhani fosse finalizzato ad allentare la tensione tra Washington e i vertici militari di Khartoum. Non è del resto un mistero che l’attuale amministrazione statunitense guardi con estrema attenzione al continente africano e al Mar Rosso. Washington ha di recente revocato le sanzioni all’Eritrea e nutre apprensione per le crescenti fibrillazioni che si stanno registrando tra Asmara e Addis Abeba. «Esortiamo vivamente l’Etiopia e l’Eritrea a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dei loro vicini, a esercitare la massima moderazione e a tornare al dialogo e alla cooperazione», ha affermato, il 3 ottobre, il Dipartimento di Stato americano.
È d’altronde arcinoto come l’Etiopia ambisca a ottenere uno sbocco sul Mar Rosso. Quell’Etiopia che ha, al contempo, tacciato Sudan, Eritrea ed Egitto di fomentare i ribelli tigrini: un’accusa che i tre Paesi hanno respinto al mittente. Non solo. L’esercito di al-Burhani ha a sua volta sostenuto che Addis Abeba starebbe spalleggiando le Forze di Supporto Rapido. A tutto questo si aggiunga che la guerra civile sudanese sta creando tensioni anche tra gli Emirati Arabi Uniti (sospettati di fornire assistenza ai paramilitari) e l’Arabia Saudita (che è ufficialmente schierata con Khartoum). Insomma, l’amministrazione Trump punta a risolvere la guerra civile in Sudan per disinnescare le fibrillazioni in Africa nordorientale e in Medio Oriente, nonché per evitare che scoppi un’ulteriore crisi a ridosso del Mar Rosso. Ci riuscirà?
