Sarebbero già 18 le navi posamine distrutte dalla Marina degli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz e sulle rotte percorse dalle petroliere per raggiungere il Mar Arabico, quindi l’Oceano Indiano. E nonostante la caccia alle unità navali di Teheran effettuata nell’ultima settimana, con quasi 50 affondamenti, pare che alcuni settori dello Stretto siano oggi dichiarati pericolosi e proibiti per la presenza di ordigni. Intanto, anche se l’attività di ricerca delle mine non è ancora estesa a grandi zone di mare, non sono mancati gli avvistamenti di alcune decine di mine posate negli ultimi giorni da piccole unità iraniane, quindi più difficilmente individuabili. Queste fanno comunque capo al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che ora controlla di fatto lo Stretto insieme alla Marina Militare iraniana, decimata ma che avrebbe ancora la capacità di schierare posamine sfruttando proprio imbarcazioni apparentemente civili, e invece cariche di esplosivo. Tale situazione dovrebbe avere conseguenze devastanti quanto al numero di attacchi che gli Usa possono dover compiere nel tentativo di distruggerle.
Il presidente Donald Trump, nella giornata di ieri, aveva dichiarato: «Se l’Iran ha piazzato mine nello Stretto di Hormuz, vogliamo che vengano rimosse immediatamente o l’Iran affronterebbe conseguenze a un livello mai visto prima». Il Tycoon aveva anche ricordato che la rinuncia a piazzare le mine sarebbe stato considerato «un passo nella giusta direzione», alludendo alla possibilità di colloqui di pace. Poche ore dopo tale messaggio il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva scritto su X che, su ordine di Trump, il Comando Centrale degli Stati Uniti «ha eliminato le navi posamine inattive nello Stretto di Hormuz, annientandole con spietata precisione. Non permetteremo ai terroristi di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz». Specificando anche che, alle ore 18 del 10 marzo, erano state affondate 16 navi e altre due erano state danneggiate.

Il pericolo tra fondali bassi, finti pescherecci e sommergibili tascabili
Le Forze iraniane avevano precedentemente avvertito che qualsiasi nave in transito attraverso lo stretto sarebbe stata attaccata, così il canale, largo soltanto 33 chilometri e con due zone di transito ampie soltanto 15 km a causa dei fondali relativamente bassi (fino a poco più di 60 metri), è stato di fatto chiuso dall’inizio della guerra. Tale situazione diventa quindi pericolosa, poiché la posizione geografica rende estremamente vulnerabile ogni convoglio che vi transita; i punti di maggiore profondità dello Stretto sono quelli vicino alla penisola di Musandam (territorio dell’Oman), dove i fondali raggiungono profondità maggiori, ovvero di 90-100 metri. Al contrario, le zone di minore profondità si trovano proprio vicino alla costa iraniana, dove la sabbia è soltanto a 15-30 metri dalla superficie. Ma per paralizzare il transito delle petroliere non è neppure necessario che le mine siano vere: sono infatti già stati avvistati corpi galleggianti sospetti, e di conseguenza i comandanti delle navi hanno immediatamente fermato i motori.
Un altro pericolo è costituito dai cosiddetti «sottomarini tascabili» e, appunto, dalle piccole imbarcazioni ottimizzate per seminare rapidamente mine e i punti critici. Infine, non bisogna sottovalutare le batterie di missili costieri e i punti di decollo dei droni. In particolare, eventuali operazioni di sminamento sarebbero complicate dai missili Noor e Qader derivati dai cinesi C-802, ovvero sistemi antinave da crociera con gittata stimata tra 200 e 300 chilometri che portano testate di circa 200 kg di esplosivo. Questi sono dispiegabili da lanciatori costieri mobili, navi di superficie e velivoli. Sotto la superficie del mare, prima della guerra, la dotazione iraniana di sottomarini convenzionali comprendeva tre derivati di classe Kilo di fabbricazione russa, noti come di classe Tareq, equipaggiati con tubi lanciasiluri standard da 533 mm e in grado di posare mine. Tuttavia, la loro ridotta autonomia e la relativa silenziosità li rendono utili per le imboscate nel Golfo dell’Oman, sebbene siano limitati dalle acque poco profonde e dall’attività antisommergibile statunitense presente nel Golfo Persico. Più rilevanti in acque confinate sono i sottomarini iraniani più piccoli, classe Ghadir e Nahang, utili a corto raggio e anche loro adatti per posare mine. Secondo l’emittente Cnn, a oggi risultano bloccati quasi 15 milioni di barili di greggio al giorno, più altri 4,5 milioni di barili di combustibile raffinato.
Poco costose, difficili da rimuovere in sicurezza
Rispetto ad altre armi le mine sono poco costose, circa 1500 dollari, seppure contengano una grande quantità di esplosivo, in genere da 450 a oltre 900 kg. Le più facili da usare, chiamate mine a contatto, detonano quando un’imbarcazione urta la mina in acqua o arriva in prossimità di essa a una distanza prefissata, ma esistono anche ordigni di questo tipo che possono essere comandati a distanza. Sebbene vietate dal diritto internazionale da oltre ottant’anni, sia l’Iran che l’Iraq hanno utilizzato mine alla deriva in guerra dal 1980. Oltre a quelle galleggianti, esistono le mine di fondo o «a influenza»: possono essere attivate tramite contatto o controllo remoto, e basano il loro funzionamento sulla rilevazione di imbarcazioni in superficie grazie alla variazione dei campi magnetici o del rumore.
Poiché la loro energia esplosiva deve raggiungere la chiglia di una nave che galleggia, queste tendono a funzionare meglio in acque relativamente basse (meno di 50 metri). Il movimento delle sabbie sui fondali ne occulta la presenza, e per compiere uno sminamento è necessario essere dotati di speciali sonar che le rilevino a distanza di sicurezza senza però attivarle. Per ingannare tali sensori, è necessario però che le navi non siano metalliche, cosa impossibile nel caso delle petroliere. La tecnologia attuale permette però anche un controllo più preciso del comportamento di attivazione di una mina, per aumentare le probabilità di successo. Per esempio, la distanza d’influenza può essere impostata in modo da rispondere solo alle navi di grandi dimensioni (come le petroliere più grandi), consentendo invece il passaggio alle imbarcazioni più piccole.
