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La forca e la frusta: la violenza di Stato dei regimi islamici tra Iran e Afghanistan

La forca e la frusta: la violenza di Stato dei regimi islamici tra Iran e Afghanistan

Mentre in Iran e Afghanistan la repressione islamista moltiplica esecuzioni pubbliche, frustate e condanne a morte, l’Europa resta in silenzio: nessuna piazza, nessuna mobilitazione, nessuna indignazione organizzata per crimini documentati e accertati.

Nel 2025 la repressione nei regimi islamici ha raggiunto livelli che non trovano paragoni nella storia recente. In Iran e in Afghanistan, governato dai Talebani, la violenza di Stato si è tradotta in un’escalation di esecuzioni, punizioni corporali e spettacolarizzazione della morte, utilizzate come strumenti politici per terrorizzare la popolazione e soffocare ogni forma di dissenso. In Iran, il numero delle esecuzioni ha segnato un record assoluto. Nel solo 2025 sono stati giustiziati 2.201 prigionieri: più del doppio rispetto al 2024, due volte e mezzo rispetto al 2023 e quasi quattro volte rispetto al 2022. Un’impennata che segue una curva precisa: mentre il regime si indebolisce e cresce il malcontento sociale, aumenta la repressione. Il secondo semestre dell’anno ha visto un numero di esecuzioni più che raddoppiato rispetto ai primi sei mesi, con un picco senza precedenti nel dicembre 2025, quando sono state registrate 376 impiccagioni in un solo mese, il dato più alto degli ultimi 37 anni. La macchina della morte non ha risparmiato nessuno. Tra le vittime figurano almeno 64 donne, quasi il doppio rispetto all’anno precedente, e sei persone che erano minorenni al momento del reato. Tredici esecuzioni sono state compiute in pubblico, con l’obiettivo dichiarato di intimidire la popolazione: una crudeltà esibita deliberatamente, trasformando la pena capitale in uno strumento di propaganda del terrore. Le impiccagioni hanno colpito persone dai 18 ai 71 anni, con un’età media di 36 anni, e si sono svolte in 97 città di 31 province, a conferma della volontà di estendere il clima di paura a tutto il territorio nazionale. Secondo il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, si tratta di esecuzioni di massa arbitrarie e collettive, riconducibili a un crimine organizzato e a un crimine contro l’umanità. Il messaggio politico è chiaro: di fronte alle proteste dei commercianti e dei cittadini, esplose a Teheran e in altre città alla fine del 2025, il regime ha risposto stringendosi alla forca, incapace di governare se non attraverso la violenza. Parallelamente è aumentato il numero di condanne a morte contro prigionieri politici, in particolare con l’accusa di legami con l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano. Almeno 18 detenuti politici sono oggi in attesa di esecuzione, mentre un processo-farsa contro 104 membri della Resistenza prepara il terreno per nuove ondate repressive.

Ma l’Iran non è un’eccezione. In Afghanistan, sotto il controllo dei Talebani, il 2025 ha segnato una normalizzazione della violenza pubblica. Secondo i dati ufficiali della Corte Suprema talebana, oltre 1.030 persone sono state frustate in pubblico in un solo anno, tra cui almeno 150 donne. Si tratta di un numero quasi doppio rispetto agli anni precedenti. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, i Talebani hanno sottoposto almeno 1.848 persone a fustigazioni pubbliche, rendendo le punizioni corporali una pratica strutturale del loro sistema giudiziario. Alle frustate si aggiungono le esecuzioni pubbliche. Nel 2025 almeno tre condanne a morte sono state eseguite davanti a grandi folle nelle province di Khost, Badghis e Paktia. In uno dei casi più scioccanti, un uomo è stato giustiziato davanti a decine di migliaia di spettatori, con la sentenza eseguita da un tredicenne: un episodio che ha suscitato indignazione internazionale ma che illustra la brutalità con cui il regime talebano utilizza la religione come strumento di dominio. Complessivamente, negli ultimi quattro anni, sono state emesse almeno 178 condanne a morte secondo il principio del qisas, oltre a sentenze di lapidazione e pene che prevedono il crollo di muri sui condannati.

Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo che queste pratiche violano in modo sistematico il diritto internazionale. In Afghanistan, come in Iran, la repressione non è un eccesso isolato, ma una strategia di governo: creare paura, umiliare pubblicamente, distruggere la dignità individuale. I residenti di Kabul descrivono un Paese trasformato in una prigione a cielo aperto, dove uomini e donne vengono puniti davanti alla folla per rafforzare il controllo sociale.La comunità internazionale ha condannato a più riprese queste pratiche. Le Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto la cessazione immediata delle punizioni corporali e delle esecuzioni. La Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto contro i vertici talebani per crimini contro l’umanità e persecuzione di genere. Ma i regimi islamici coinvolti continuano a respingere ogni critica, rivendicando l’applicazione di una presunta legge religiosa. I dati del 2025 mostrano un quadro inequivocabile: quando il potere islamista entra in crisi, risponde con una violenza sempre più feroce. Forca e frusta diventano strumenti di governo, e la crudeltà non è un effetto collaterale, ma il cuore stesso del sistema. Eppure, di fronte a questi crimini accertati, documentati e rivendicati dagli stessi regimi, l’Europa resta muta. Nessuna mobilitazione di massa, nessuna piazza gremita, nessuna indignazione organizzata. Le esecuzioni pubbliche in Iran, le fustigazioni di donne e uomini in Afghanistan, le condanne a morte inflitte in nome della religione non accendono proteste, non generano cortei, non producono campagne permanenti. Una sproporzione evidente, che solleva interrogativi inevitabili. Perché per alcune vittime esiste una mobilitazione globale e per altre no? Perché il terrore esercitato dai regimi islamici non diventa mai una causa politica in Europa? La domanda, scomoda ma legittima, riguarda anche il ruolo dei finanziamenti, delle reti organizzative, delle agende ideologiche che trasformano alcune tragedie in simboli e altre in silenzi. Senza sponsor, senza apparati, senza narrazioni spendibili, persino l’impiccagione e la frusta possono diventare invisibili.

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