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Israele attaca l’Iran (con l’appoggio degli Usa). Ecco cosa può succedere adesso

Israele attaca l’Iran (con l’appoggio degli Usa). Ecco cosa può succedere adesso

Tel Aviv annuncia raid coordinati con gli Stati Uniti contro infrastrutture strategiche iraniane. Stato di emergenza, spazio aereo chiuso e timori di missili e droni in arrivo. Sullo sfondo il nodo nucleare e il possibile coinvolgimento di Hezbollah.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che Israele ha avviato un attacco preventivo contro la Iran per neutralizzare minacce considerate imminenti per la sicurezza nazionale. Katz ha avvertito che nelle prossime ore o nei prossimi giorni potrebbe arrivare una risposta iraniana sotto forma di missili balistici e droni diretti contro il territorio israeliano e la popolazione civile. In base ai poteri previsti dalla Legge sulla Difesa civile, è stato proclamato uno stato di emergenza speciale su tutto il fronte interno. Le sirene hanno risuonato in numerose città dopo l’annuncio dell’operazione, ma l’esercito ha chiarito che si tratta di un’allerta preventiva e che, allo stato attuale, non è obbligatorio restare stabilmente nei rifugi. Parallelamente, il ministro dei Trasporti Miri Regev ha disposto la chiusura dello spazio aereo ai voli civili, come riportato dal sito Ynet. Secondo quanto riferito dall’emittente Channel 12, l’operazione sarebbe coordinata con gli Stati Uniti e avrebbe colpito infrastrutture ritenute cruciali per le capacità offensive iraniane.

Dalla guerra indiretta allo scontro dichiarato

L’attacco odierno rappresenta l’ultimo capitolo di un confronto che negli ultimi mesi ha superato la dimensione della guerra indiretta. Israele ha intensificato i raid contro installazioni legate al programma nucleare e missilistico iraniano, colpendo siti considerati strategici per l’arricchimento dell’uranio e per la produzione di vettori a lungo raggio. A queste operazioni si sono affiancati sabotaggi e azioni cibernetiche nel solco di una strategia avviata già nel 2010 con il malware Stuxnet, attribuito a una cooperazione tra Washington e Gerusalemme, che danneggiò in modo significativo le centrifughe dell’impianto di Natanz. Nel corso del 2025, lo scontro ha compiuto un salto qualitativo. Dopo nuovi raid israeliani contro strutture sensibili in Iran, Teheran ha reagito lanciando centinaia di droni e missili verso Israele in un’azione di ritorsione diretta. Molti vettori sono stati intercettati dal sistema di difesa multilivello israeliano, ma l’episodio ha segnato una rottura simbolica e operativa: l’Iran ha dimostrato di essere disposto a colpire apertamente il territorio israeliano dal proprio suolo, trasformando la deterrenza in un confronto dichiarato.

Il fattore Hezbollah e il rischio del secondo fronte

A rendere ancora più instabile il quadro è il ruolo di Hezbollah, il potente movimento sciita libanese sostenuto, finanziato e armato da Teheran. Hezbollah dispone di un arsenale stimato in decine di migliaia di razzi e missili, inclusi sistemi a maggiore precisione rispetto al passato, oltre a droni e capacità di guerra elettronica. Negli ultimi anni il gruppo ha rafforzato le proprie infrastrutture nel sud del Libano, scavando tunnel, ampliando postazioni e migliorando le capacità di comando e controllo.

Per Israele, Hezbollah rappresenta il braccio avanzato dell’Iran sul proprio confine settentrionale. In caso di conflitto aperto tra Israele e Iran, il coinvolgimento diretto di Hezbollah potrebbe aprire un secondo fronte su larga scala, costringendo le forze israeliane a dividere risorse e capacità operative. In precedenti fasi di tensione, il confine tra Israele e Libano è già stato teatro di lanci di razzi, scambi di artiglieria e attacchi mirati contro comandanti del movimento sciita. Un’escalation simultanea su più fronti rischierebbe di trascinare anche il Libano in una guerra devastante, con effetti destabilizzanti per l’intera area mediterranea.

Il nodo nucleare e la corsa agli armamenti

Il nodo centrale rimane però il programma nucleare iraniano. Teheran continua a portare avanti l’arricchimento dell’uranio nonostante sanzioni economiche e pressioni diplomatiche, riducendo progressivamente il tempo necessario per raggiungere una potenziale soglia militare. Israele e gli Usa considerano questa determinazione una minaccia esistenziale, ritenendo che un Iran dotato di arma nucleare cambierebbe radicalmente l’equilibrio strategico regionale.

Un eventuale salto qualitativo verso la capacità atomica militare non avrebbe conseguenze solo per Israele. Diversi Paesi mediorientali potrebbero sentirsi spinti a sviluppare programmi analoghi, innescando una corsa agli armamenti nucleari in una regione già attraversata da conflitti aperti e rivalità profonde. In questo contesto, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e rete di milizie alleate – con Hezbollah in prima linea – amplifica il rischio di un conflitto su scala regionale.

L’operazione preventiva annunciata da Katz si inserisce in una logica di pressione volta a rallentare – o bloccare – l’avanzamento delle capacità strategiche iraniane prima che diventino irreversibili. Ma il quadro che emerge è quello di un equilibrio sempre più instabile. Ogni raid, ogni lancio di missili, ogni dichiarazione pubblica contribuisce a restringere gli spazi della diplomazia e ad ampliare quelli del confronto armato. Se l’Iran dovesse proseguire senza cedimenti nell’arricchimento dell’uranio e nel rafforzamento del proprio arsenale missilistico, il rischio non sarebbe limitato a un duello con Israele. L’intera architettura di sicurezza regionale verrebbe messa sotto pressione, con attori pronti a ricalibrare le proprie strategie militari e a rafforzare le proprie capacità difensive e offensive. In uno scenario simile, anche un singolo errore di calcolo potrebbe innescare una reazione a catena. Il Medio Oriente si trova dunque davanti a un bivio: da una parte un’escalation progressiva che potrebbe coinvolgere Iran, Israele, Hezbollah e potenzialmente altri attori regionali; dall’altra la possibilità, sempre più fragile, di un contenimento negoziato. Ma finché la questione nucleare resterà irrisolta e la sfiducia reciproca continuerà ad alimentare il confronto, la prospettiva di una stabilizzazione duratura appare lontana.

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