Ore di diplomazia interminabili, iniziate con la promessa di distruggere completamente le infrastrutture iraniane, si sono invece concluse con una tregua di due settimane tra Stati Uniti, Israele ed Iran, con la promessa di una riapertura del libero transito nello Stretto di Hormuz.
La più devastante guerra mediorientale degli ultimi decenni arriva così ad una temporanea conclusione. Rimangono tanti, tuttavia, i punti interrogativi.
L’annuncio della tregua
Il principale mediatore della tregua è stato il Pakistan, con il Primo ministro Shehbaz Sharif che nella notte ha annunciato: “Con la più grande umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, incluso il Libano e altrove, EFFETTIVO IMMEDIATAMENTE”.
Ha fatto seguito l’annuncio di Trump, che tramite post social ha fatto sapere di aver trattenuto “la forza distruttiva che sta per essere lanciata questa notte contro l’Iran e, a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti l’APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz, acconsento a sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane”.
Nonostante il messaggio piuttosto chiaro del leader pakistano sul fatto che il Libano fosse incluso nella tregua negoziata, l’ufficio del Primo ministro Benjamin Netanyahu ha invece fatto sapere che tale accordo “non riguarda il Libano”, dove le operazioni di guerra israeliane continuano senza interruzioni.
Cosa può succedere ora
La palla passerebbe (il condizionale è d’obbligo) alla diplomazia. Come annunciato da Sharif, Stati Uniti e Iran si siederanno questo venerdì al tavolo negoziale: “Invito le loro delegazioni a Islamabad venerdì 10 aprile 2026, per ulteriori negoziati volti a un accordo definitivo per risolvere tutte le controversie.”
Secondo le prime notizie pubblicate dai media iraniani e americani, la delegazione statunitense dovrebbe essere guidata dal Vicepresidente JD Vance, mentre quella iraniana dal Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, molto vicino ai Pasdaran.
Le due delegazioni giungono tuttavia con posizioni antitetiche e, almeno apparentemente, inconciliabili. Nel suo messaggio social il Presidente americano annunciava di aver ricevuto “una proposta in dieci punti dall’Iran e riteniamo che costituisca una base valida su cui negoziare”.
Tali dieci punti erano stati precedentemente resi noti dai media iraniani lunedì 6 aprile, ed includevano: una garanzia di non aggressione da parte degli Stati Uniti e il mantenimento del controllo sullo Stretto di Hormuz da parte di Teheran.
Il piano richiede poi il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio per scopi civili e la contestuale revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie. A livello diplomatico, l’Iran esigeva il termine delle risoluzioni contrarie sia del Consiglio di Sicurezza ONU che dell’AIEA.
Gli ultimi punti riguardano le conseguenze dirette del conflitto, con la richiesta di riparazioni di guerra economiche, il ritiro completo delle truppe americane dalla regione e l’instaurazione di un cessate il fuoco definitivo su tutti i fronti mediorientali.
Appare quindi chiaro che tali punti siano stati sensibilmente modificati, come suggerito dallo stesso Trump in un’intervista concessa questa mattina a Sky News: “Non sono i punti massimalisti che l’Iran sta rivendicando [in pubblico, ndr]”. Se così non dovesse essere, tali richieste sarebbero semplicemente irricevibili per Washington, e la tregua non sarebbe altro che una pausa delle ostilità.
Il nodo di Hormuz
Il problema più importante per l’economi globale è la riapertura dello Stretto di Hormuz. A tal riguardo, Trump ha promesso la riapertura “completa, immediata e sicura” della via d’acqua. A ormai 9 ore da tale messaggio, tuttavia, il traffico rimane fortemente limitato e indirizzato unicamente nel “corridoio iraniano”, passante tra l’isola di Qeshm e Larak.
Il messaggio diffuso dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sembra infatti alludere ad una riapertura parziale e condizionata dello stretto. Nel messaggio, il ministro afferma che “per un periodo di due settimane sarà possibile transitare in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz”, ma solo “grazie al coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto dei limiti tecnici”.
Parole che sembrano presagire un mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto, mentre non è ancora chiaro se Teheran imporrà dazi di transito (assolutamente illegali dal punto di vista del diritto internazionale) alle navi che attraversano il corso d’acqua coordinandosi con i Pasdaran.
Il nodo libanese
Ancora tutto da chiarire per quanto riguarda il fronte libanese. Come detto, il messaggio del Primo ministro pakistano includeva espressamente il Libano all’interno della tregua, poco dopo l’annuncio.
L’esercito israeliano ha però condotto diversi raid nel Libano meridionale, dopo aver emesso un rinnovato ordine di evacuazione per tutti i cittadini del sud del Paese, mentre Hezbollah ha annunciato di aver sospeso le sue operazioni di guerra.
Il nodo libanese rimane quindi da sciogliere. Sul piano diplomatico, è il presidente francese Emmanuel Macron a farsi portavoce della richiesta che il Libano sia “pienamente” incluso nella tregua, sottolineando come la situazione nel Paese resti “critica”.
La situazione rimane insomma fragile e volatile. Venerdì si terrà il primo round negoziale diretto tra l’Iran e gli Stati Uniti, da posizioni difficilmente conciliabili. Il commercio attraverso lo Stretto di Hormuz sembra indirizzato a rimanere sotto la gestione iraniana, mentre la fine della guerra in Libano appare tutt’altro che scontata.
