Tom ha 24 anni, ha finito il suo corso universitario in Politics and Business nei tre anni previsti, con una votazione piuttosto alta. Ci ha messo altri tre anni a trovare un lavoro stabile e vive ancora a Londra con i genitori perché se dovesse pagare un affitto o un mutuo non sarebbe in grado di mantenersi. Sophia lavora da anni nell’industria di produzione cinematografica; il salario è buono, ma gli orari sono sfinenti, ogni incarico viene affidato con un progetto a termine e devi essere pronto a cambiare sede lavorativa con grande flessibilità. I ragazzi come lei vivono un po’ come zingari, dieci giorni a Brighton, qualche mese a Londra, un anno a fare la pendolare nel Surrey.
Non è più un Paese per i giovani, il Regno Unito. E Londra guida la classifica dei luoghi con l’indice più alto di disoccupazione. Nella Capitale che tutt’ora rappresenta una delle mete più sognate dai ragazzi italiani, il tasso di ragazzi senza impiego ha raggiunto quota 24,6% con 135 mila soggetti tra i 16 e 24 anni fuori dal mondo del lavoro, tra novembre del 2025 e gennaio del 2026. Un record che non era mai stato raggiunto negli ultimi 5 anni e che non sembra andare verso un’inversione di tendenza.
La crisi della capitale che non è più un Paese per giovani
Nel Paese, la media è un po’ più bassa, il 16%, ma gli ultimi dati statistici rivelano che tra ottobre e dicembre del 2025, 957 mila individui tra i 16 e 24 anni risultavano disoccupati, non stavano studiando, né erano alla ricerca di un lavoro. Dall’ultima inchiesta fatta sul problema dalla BBC emerge un quadro preoccupante. Gli intervistati raccontano di esperienze a cui forse i coetanei italiani sono avvezzi da tempo, ma di certo non gli inglesi. Mai come oggi è stato difficile trovare un impiego, persino in settori da sempre alla ricerca di personale come quelli dell’ospitalità e della ristorazione. Uno studente ha raccontato di aver fatto più di un centinaio di domande prima di trovare finalmente un posto in un pub.
«Non c’è niente per noi là fuori», spiega una studentessa che frequenta l’ultimo anno all’Imperial College of London, una delle più prestigiose università del Regno, «ho fatto centinaia di domande dallo scorso settembre e molti non mi hanno neppure risposto. Sono esasperata ed è un sentimento condiviso da quasi tutti i miei compagni di università». «Di noi dicono che siamo pigri, che non vogliamo assumerci degli impegni, ma ci stiamo provando», si sfoga Adele Blossom, che studia al Capital City College, «e credo che molti abbiamo un’idea sbagliata della nostra generazione. Personalmente mi sento come se dovessi costantemente doomed a tutti che sto lavorando duramente. Certo ci sono persone demotivate, ma generalizzare è ingiusto». Il governo laburista di Keir Starmer ha sempre promesso di mettere in atto politiche di supporto per ridurre la disoccupazione, con un occhio particolare alle giovani generazioni. Anche di recente Pat McFadden, segretario di Stato per il Lavoro e le pensioni, ha confermato che l’esecutivo sta mettendo a punto un nuovo pacchetto di sostegno per ridurre la disoccupazione giovanile. «Si tratta di un problema di lungo termine», spiega, «e quindi necessita di soluzioni a lungo termine». Nel pacchetto saranno compresi un bonus di 3 mila sterline per le aziende che assumeranno un giovane disoccupato e un incentivo di 2 mila per le piccole imprese che prenderanno un apprendista.
A Londra il sindaco Sadiq Khan assicura che «sostenere i giovani londinesi affinché possano trovare impieghi ben remunerati rimane una delle priorità della nostra amministrazione» e ricorda il lancio, avvenuto lo scorso ottobre, del programma Inclusive Talent Strategy, che prevede investimenti per più di 147 milioni dollari sterline destinati a implementare un piano per la forza lavoro da impiegare nella Capitale.
Tra affitti insostenibili e promesse tradite dal governo
Tutte buone iniziative che però non bastano a risolvere i gravi problemi di una città dove un ventenne viene stritolato dagli affitti altissimi e dal costo della vita che non lascia scampo. Una semplice stanza costa in media un migliaio di sterline al mese e anche ora che sta per venir varata la nuova legge sugli affitti, che impedirà ai proprietari di sfrattare i suoi inquilini senza una giusta causa e allungherà i tempi per il preavviso, si teme che chi affitta sia tentato di aumentare anziché diminuire il canone.
I venticinquenni britannici si sentono sempre più traditi e questo sentimento è uno dei motivi che ha condotto il Labour alla disfatta nelle ultime amministrative, sorpassato a destra dai populisti di Farage e a sinistra dagli ecologisti di Polansky.
Per riuscire a rimanere in sella, Starmer ha promesso «un nuovo corso del Paese all’interno dell’Unione Europea» e «nuove opportunità di lavoro per i giovani», ma sono parole già sentite, che non saranno convincenti fino a che non troveranno applicazione concreta.
Il vicolo cieco della rivoluzione verde e i prestiti studenteschi
Nel frattempo i laureati appena usciti dall’università si ritrovano già sulle spalle un pesantissimo debito universitario, basti pensare che i tassi d’interesse – ora leggermente più bassi, ma sempre molto alti – applicati ai prestiti d’onore, per una banca sarebbero considerati illegali. E sta suscitando un vespaio di polemiche l’intenzione del governo di applicare, a partire dal prossimo settembre, un tetto massimo del 6% ai prestiti studenteschi, praticamente il doppio di quello precedente. Ma questa è soltanto una delle tante ragioni dell’insoddisfazione di molti ragazzi delusi dalle promesse non mantenute fatte dal governo. Come quella “rivoluzione verde”, fortemente sostenuta dai ministri di Starmer che si sta rivelando una pura chimera. Lo scorso anno Ed Milliband, ministro per la Sicurezza energetica, ha promesso di formare nuova forza lavoro da inserire in ulteriori 400mila impieghi green entro il 2030. Lavori altamente specializzati situati nelle zone costiere e tra le comunità post industriali, con salari più alti della media. Molti ragazzi che risiedono nelle aree più povere dell’Inghilterra, come il Suffolk, hanno creduto in questa promessa. Hanno scelto corsi di studio o percorsi di formazione che fornissero conoscenze da utilizzare poi nell’industria verde, per poi ritrovarsi con un pugno di mosche.
«Il governo ha lasciato immaginare alla gente che esiste tutta una serie di ruoli di alto profilo», spiega Rachel Wilde, antropologa sociale alla University College London, «ma tutte queste opportunità sono in realtà già esaurite. Si pubblicizzano un certo tipo di impieghi, ma la maggior parte dei lavori sono altri». Perché l’industria verde oggi ha soprattutto bisogno di bassa manovalanza, come portieri, guardie di sicurezza, impieghi per cui non sono richieste lauree. Adesso il dipartimento per l’Energia ha aggiustato il tiro, promettendo che altre opportunità arriveranno e che la media salariale annua raggiungerà le 50 mila sterline annue. Alle nuove generazioni non resta che sperare.
