Mentre le manifestazioni di piazza continuano a scuotere il Paese e i morti aumentano ogni ora, l’Iran deve fare i conti con una crisi economica sempre più profonda che erode consenso e risorse. Inflazione sopra il 40%, rial in caduta libera, disoccupazione giovanile elevata e un potere d’acquisto ridotto ai minimi storici stanno mettendo sotto stress il sistema della Repubblica islamica. In questo quadro, l’atteggiamento della Cina, considerata per anni il principale partner strategico di Teheran, appare molto più prudente del previsto. L’alleanza che aveva allarmato Stati Uniti e Paesi mediorientali mostra oggi limiti evidenti, sia sul piano politico sia su quello economico. La pressione internazionale è tornata a salire dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha annunciato l’intenzione di imporre un ulteriore dazio del 25% ai Paesi che mantengono scambi commerciali con l’Iran. Le modalità di applicazione non sono state chiarite, ma la minaccia rischia di incrinare la fragile distensione commerciale costruita nei mesi scorsi tra Washington e Pechino, suggellata dall’incontro con il leader Xi Jinping. Pechino ha reagito respingendo l’ipotesi di nuove sanzioni, ribadendo la propria opposizione a misure unilaterali e rivendicando il diritto di tutelare i propri interessi economici. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali, la linea cinese resta improntata alla cautela. Interpellata sulle notizie di migliaia di vittime nella repressione delle proteste iraniane, la diplomazia di Pechino si è limitata a esprimere l’auspicio che Teheran riesca a superare le difficoltà e a preservare la stabilità interna, evitando prese di posizione più nette.
Questa prudenza ricorda l’atteggiamento mantenuto dalla Cina anche nei confronti del Venezuela prima dell’operazione statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. In entrambi i casi, Pechino ha preferito non esporsi oltre una certa soglia, pur restando un attore economico centrale. La Cina è infatti il principale partner commerciale dell’Iran e assorbe circa il 90% delle sue esportazioni di petrolio. Per aggirare le sanzioni, il greggio iraniano viaggia spesso attraverso complesse operazioni di trasferimento nave-nave e viene pagato con meccanismi finanziari alternativi, legati soprattutto a progetti infrastrutturali, come ha riportato il Wall Street Journal (Wsj) Secondo stime di mercato, circa il 12% del petrolio importato dalla Cina lo scorso anno proveniva dall’Iran, una quota significativa ma non insostituibile per le raffinerie cinesi. I numeri degli scambi ufficiali mostrano un rapporto asimmetrico. Nel 2024 la Cina ha esportato verso l’Iran beni per 8,9 miliardi di dollari, mentre le importazioni da Teheran si sono fermate a 4,4 miliardi, includendo minerali, rame e prodotti chimici. Una cifra modesta se confrontata con i circa 6.000 miliardi di dollari di commercio globale cinese. Per Teheran, però, questi flussi sono vitali: l’economia iraniana, strangolata dalle sanzioni, registra una crescita anemica, un deficit di bilancio cronico e un aumento della povertà che, secondo stime indipendenti, coinvolge ormai oltre un terzo della popolazione.
«Per Pechino l’Iran non è un fine strategico in sé, ma uno strumento per garantirsi energia e presenza in Medio Oriente», ha spiegato al Wsj Ja Ian, docente alla National University of Singapore. «Per Teheran, invece, la Cina rappresenta una sorta di ancora di salvezza nel mare delle sanzioni». Un’ancora che però non basta a stabilizzare il Paese: le difficoltà economiche hanno alimentato proteste diffuse, considerate da molti osservatori la sfida più seria affrontata dal sistema politico iraniano nei suoi 47 anni di vita. Iran e Cina fanno parte, insieme a Russia e Corea del Nord, di un asse informale che alcuni funzionari occidentali definiscono “Crink”, unito più dall’opposizione agli Stati Uniti che da una reale integrazione strategica. Pechino ha sostenuto Mosca sul piano economico e industriale, mentre Teheran ha fornito droni e munizioni alla Russia nella guerra in Ucraina. Tuttavia, quando Israele e Stati Uniti hanno colpito obiettivi iraniani lo scorso anno, gli alleati hanno offerto un sostegno limitato, timorosi di esporre banche e grandi aziende alle sanzioni occidentali. L’accordo di cooperazione economica firmato nel 2021, che prevedeva investimenti cinesi fino a 400 miliardi di dollari in cambio di petrolio a prezzi scontati, è rimasto in gran parte sulla carta. Le esercitazioni militari congiunte e i forum multilaterali hanno contribuito ad attenuare l’isolamento diplomatico dell’Iran, ma non hanno risolto il nodo centrale: un’economia in crisi strutturale, incapace di garantire benessere e stabilità. E proprio su questo terreno, più che sul piano geopolitico, si gioca oggi la tenuta del governo di Teheran. Infine, Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha invitato il popolo iraniano, che sta attualmente manifestando contro il regime degli ayatollah, a
« continuare a protestare» e ha promesso che «gli aiuti sono in arrivo». Trump ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social:
«Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE – PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate i nomi degli assassini e degli aggressori. Pagheranno un prezzo altissimo. Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l’insensata uccisione dei manifestanti NON cesserà. GLI AIUTI STANNO ARRIVANDO. MIGA!!! PRESIDENTE DONALD J. TRUMP».
