Mi è capitata tra le mani una copia di Internazionale, settimanale che ripubblica articoli usciti sulla stampa estera. La copertina del numero di fine gennaio era dedicata ai giochi invernali, con un titolo perentorio: «L’insostenibile olimpiade». Dentro si potevano leggere due articoli, uno di Deník Referendum, giornale online che si pubblica a Praga ed è di orientamento progressista, l’altro del quotidiano francese Le Monde, storica testata vicina alla sinistra moderata. Entrambi gli articoli erano dedicati agli effetti disastrosi dell’evento sportivo. «Gli abitanti delle località che ospiteranno i Giochi di Milano Cortina non sono stati consultati, le spese sono cresciute e si consumerà molta acqua ed energia per innevare le piste», spiegava la giornalista di Deník Referendum. «Giochi invernali contro il territorio», rincarava la collega di Le Monde: «Cinquecento larici secolari abbattuti a Cortina per far posto alla pista di bob. E il terreno che cede sotto il peso di un pilone della nuova cabinovia». Il succo dei due articoli era sostanzialmente identico: le Olimpiadi saranno un gigantesco spreco, oltre che uno sfregio al territorio, con opere invasive e perfino con rischi di infiltrazioni mafiose.
I risultati economici e sportivi di Milano Cortina
Grazie al cielo, a Giochi conclusi possiamo dire che gran parte delle preoccupazioni si sono dimostrate infondate. E non solo per il successo della manifestazione che – divisa fra Veneto e Lombardia, tra Milano, Cortina, Bormio e Livigno – non ha creato problemi alle zone interessate, ma anche per gli straordinari risultati conseguiti dagli atleti italiani, portatori di un bottino di medaglie che non si vedeva da tempo. Quanto al resto, il bilancio appare positivo: gli impianti sono stati riempiti al 90 per cento, Assolombarda ha stimato una ricaduta sul Pil dell’1,7 per cento, con un impatto economico complessivo che supererà i 6 miliardi. Insomma, non proprio un disastro, anche perché, leggendo i reportage degli inviati stranieri, l’immagine generale dell’Italia ne esce rafforzata. Ovviamente non voglio dire che tutto sia filato liscio e nemmeno che prima dell’inizio dei Giochi non ci fossero preoccupazioni anche legittime. Tuttavia, ciò che mi colpisce è l’atteggiamento diffidente e sostanzialmente contrario a qualsiasi opera pubblica. La vicenda delle Olimpiadi invernali mi ha richiamato alla mente le polemiche prima dell’Expo del 2015. Anche all’epoca le critiche si sprecarono, giudicando l’evento un bagno di sangue. Ovviamente economico. In realtà, per l’Italia e per Milano la manifestazione si è rivelata un affare. E non soltanto per il numero di visitatori, che comunque fu eccezionale, come del resto quello degli attuali Giochi olimpici (gli albergatori parlano di un riempimento delle stanze fra l’85 e il 90 per cento, quanto il Salone del mobile, per un periodo che va oltre la settimana). Ma anche per il rilancio della città lombarda, entrata di diritto fra le metropoli europee, sviluppando capacità attrattive turistiche e di studio oltre che di lavoro. Quanto ha portato in termini economici Expo? Le stime non sono semplici, ma si parla di miliardi e per capirlo è sufficiente un confronto sui turisti a Milano. Da 5 milioni di visitatori del 2014 si è passati ai quasi 10 del 2025.
Il confronto con le grandi opere e il rischio immobilismo
Perché faccio questo ragionamento? Perché troppe volte il partito del No che si oppone a ogni evento e a qualsiasi opera pubblica mette i bastoni fra le ruote a progetti che riguardano lo sviluppo e la salvaguardia del Paese. Avete presente il Mose, ovvero le paratie che proteggono Venezia dall’acqua alta? Che cosa sarebbe accaduto alla città patrimonio Unesco se non ci fossero state? Eppure, per anni i comitati ambientalisti e parte della sinistra hanno contestato il progetto, giudicandolo uno spreco e perfino un disastro ambientale per l’ecosistema della laguna. Argomentazioni che sembrano simili a quelle che si sentono a proposito della Tav che dovrebbe collegare Lione e Torino, o del Ponte sullo Stretto. Inglesi e francesi hanno realizzato il tunnel che passa sotto la Manica più di trent’anni fa. Noi invece gli ultimi trenta li abbiamo passati a litigare sulle gallerie della val di Susa e sul progetto che dovrebbe unire la sponda calabrese a quella siciliana.
Che si tratti di giochi olimpici, di opere pubbliche, di manifestazioni per discutere su come nutrire il mondo (era il tema dell’Expo 2015), il partito del No è sempre al lavoro e ogni volta minaccia catastrofi. Ma l’unico vero disastro è l’immobilismo cui vorrebbe condannarci.
