La Repubblica islamica tenta di mostrare un Paese compatto mentre l’Iran attraversa una delle fasi più violente e instabili degli ultimi anni. Da oltre 84 ore la rete internet è bloccata su gran parte del territorio nazionale, mentre le proteste antigovernative, iniziate il 28 dicembre, proseguono senza sosta da due settimane. In questo contesto, la televisione di Stato iraniana ha trasmesso immagini di manifestazioni filogovernative in diverse città del Paese. La versione in lingua inglese dell’emittente pubblica, Press TV, ha diffuso sul proprio account X video in diretta che mostrano centinaia di persone sfilare con bandiere della Repubblica islamica a Zahedan, Rasht, Ilam, Arak e nella provincia settentrionale dell’Azerbaigian. Le immagini includono ritratti della guida suprema Ali Khamenei. Secondo Press TV, si tratterebbe di «iraniani uniti contro il terrorismo», mentre le proteste antigovernative vengono definite «rivolte appoggiate da Stati Uniti e Israele». L’emittente ha inoltre annunciato ulteriori manifestazioni a sostegno del regime previste in varie città, compresa Teheran, nel primo pomeriggio. Un filmato diffuso sui social mostra decine di corpi all’interno di un obitorio alla periferia di Teheran. Fonti che conoscono bene la struttura, insieme alla Human Rights Activists News Agency (Hrana), hanno riferito che le immagini sarebbero state girate presso il Centro di medicina legale di Kahrizak. Nel video si vedono persone muoversi tra sacchi mortuari allineati in una vasta sala, nel tentativo di procedere all’identificazione delle vittime. Un secondo filmato, rilanciato dagli attivisti, mostra un gruppo di persone raccolte attorno a un monitor all’interno dell’obitorio mentre scorrono le immagini dei volti dei cadaveri. In sottofondo, dall’esterno, si odono lamenti e pianti. Le riprese risultano coerenti con altre immagini della stessa struttura già disponibili online.
Di segno opposto le informazioni diffuse dall’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (PMOI/MEK). Secondo il movimento di opposizione, il numero complessivo delle vittime della rivolta, tra il 28 dicembre e l’11 gennaio, avrebbe superato quota 3.000. La stima, spiegano, si basa su indagini condotte attraverso fonti locali, strutture ospedaliere, uffici di medicina legale e testimonianze delle famiglie delle vittime e delle persone scomparse in 195 città. Il regime, secondo il PMOI, sarebbe stato costretto a mostrare alcuni cadaveri sulla televisione di Stato, attribuendone però la responsabilità agli oppositori e ai manifestanti. A intervenire è stata anche Maryam Rajavi, presidente eletta della Resistenza iraniana, che ha espresso «le più profonde condoglianze al popolo iraniano, in particolare alle famiglie e ai compagni di questi fieri martiri». Rajavi ha definito quanto accaduto «un grave crimine contro l’umanità» destinato, a suo avviso, a non restare impunito in una futuro Iran democratico. «I responsabili di questo brutale massacro – ha aggiunto – dovranno rispondere delle loro azioni».
Secondo la Resistenza iraniana, la vastità della rivolta dimostrerebbe l’esistenza di una struttura organizzata sul territorio. «La sollevazione è promossa dai nuclei della Resistenza, che superano abbondantemente le trentamila unità, coordinati dai Mojahedin del popolo. Senza questa organizzazione interna, la rivolta non avrebbe mai raggiunto tali dimensioni», ha dichiarato a LaPresse Davood Karimi, presidente dell’Associazione rifugiati politici iraniani in Italia. «L’alto numero di morti conferma questa realtà: in Iran ormai nulla accade senza una guida». Karimi ha anche ridimensionato le ipotesi di un ritorno della monarchia. «Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, avrà un ruolo chiave. Il figlio dello scià è un miraggio. Europa e Stati Uniti devono accettare che è la piazza a comandare, non le cancellerie. Possono rallentare o accelerare questo processo, e ne saranno anche i primi beneficiari. Puntare sul figlio dello scià, una marionetta dell’intelligence iraniana, è uno spreco di energie». Nel suo intervento, Karimi ha lanciato anche un appello all’Occidente: «La Resistenza iraniana ha sessant’anni di esperienza contro entrambi i regimi. È arrivato il momento che il sangue di oltre tremila morti scuota davvero l’Occidente. Altrimenti dovrà continuare per anni a subire la politica di ricatto e di terrorismo dei mullah». Quanto ai segnali di apertura diplomatica evocati da Washington, Karimi è netto: «Trump parla di una presunta disponibilità di Teheran alle trattative, ma si tratta di una manovra diversiva, preparata all’ultimo minuto per evitare un’azione americana a favore dei dimostranti. È una tattica-imbroglio: l’unica alternativa reale nasce dalle piazze che guidano la rivolta». Sul piano internazionale, intanto, emergono segnali di crescente allarme ai vertici del regime. Secondo quanto riportato dal Moscow Times, dall’inizio delle proteste si sarebbero intensificati i voli di aerei privati da Teheran verso la Russia, Paese che garantisce sostegno tecnico-militare alla dirigenza iraniana e che, allo stesso tempo, starebbe predisponendo piani di evacuazione per l’ayatollah Ali Khamenei, i suoi familiari e i collaboratori più stretti. La stessa fonte riferisce anche di trasferimenti di riserve auree verso Mosca, con rotte che sorvolano il Caucaso ed evitano gli spazi aerei controllati dalla Nato, uno schema già visto in occasione della caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria. Mentre il potere cerca di mostrare normalità e consenso, la frattura tra regime e società appare dunque sempre più profonda, e il bilancio umano della repressione continua a crescere.
