È in arrivo la svolta diplomatica nella crisi iraniana? Domenica, un funzionario americano ha affermato che l’accordo tra Washington e Teheran «sarà firmato nei prossimi giorni» e che la Guida Suprema della Repubblica islamica, Mojtaba Khamenei, avrebbe dato «un’approvazione generale» all’intesa. «I negoziati stanno procedendo in modo ordinato e costruttivo, e ho informato i miei rappresentanti di non affrettare un accordo, dato che il tempo è dalla nostra parte», dichiarava, nelle stesse ore, Donald Trump su Truth. «Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino a quando non verrà raggiunto, certificato e firmato un accordo. Entrambe le parti devono prendersi il loro tempo e fare le cose per bene. Non ci possono essere errori!», ha anche aggiunto il presidente americano, sottolineando che il nuovo accordo sarà migliore di quello firmato da Barack Obama nel 2015. Nello stesso post, Trump è tornato a lasciare intendere che l’Iran un giorno potrebbe aderire agli Accordi di Abramo: un auspicio che l’inquilino della Casa Bianca aveva formulato già l’anno scorso.
Secondo Axios, l’accordo in discussione prevedrebbe una proroga (ulteriormente rinnovabile) del cessate il fuoco di 60 giorni. Nell’arco di questo periodo, Teheran riaprirebbe lo Stretto di Hormuz, sminandolo e rinunciando a imporre pedaggi. In cambio, Washington revocherebbe il blocco navale ai porti iraniani e sospenderebbe alcune delle sanzioni attualmente in vigore contro il regime khomeinista, consentendo a quest’ultimo di vendere il proprio petrolio. Sulla base dell’accordo, gli ayatollah si impegnerebbero a non sviluppare armi nucleari e aprirebbero alla possibilità di negoziare sia la sospensione del loro programma atomico sia l’eventuale consegna delle proprie scorte di uranio arricchito. A loro volta, gli Stati Uniti accetterebbero di trattare sulla revoca delle sanzioni e sullo sblocco degli asset iraniani attualmente congelati. Infine, ma non meno importante, l’intesa prevedrebbe anche la conclusione del conflitto tra Israele e Libano.
Israele, non è un mistero, ha mostrato preoccupazione verso questo eventuale accordo tra Washington e Teheran. Domenica, Benjamin Netanyahu si è espresso pubblicamente per la prima volta sulla questione. «Ho parlato ieri sera con il presidente Trump riguardo al memorandum d’intesa per la riapertura dello Stretto di Hormuz e ai prossimi negoziati per un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano», ha dichiarato il premier israeliano. «Il presidente Trump ed io abbiamo concordato che qualsiasi accordo definitivo con l’Iran debba eliminare il pericolo nucleare. Ciò significa smantellare i siti di arricchimento nucleare iraniani e rimuovere il materiale nucleare arricchito dal suo territorio. Il presidente Trump ha inoltre ribadito il diritto di Israele a difendersi dalle minacce su tutti i fronti, compreso il Libano», ha aggiunto. Insomma, Netanyahu sembra aver accettato, per quanto obtorto collo, la linea del presidente americano, ma ha al contempo fissato dei paletti sul dossier del nucleare iraniano.
Oltre a Israele, l’altra incognita riguarda i pasdaran. Le Guardie della rivoluzione sono storicamente contrarie alla diplomazia con Washington e sono entrate seriamente in competizione con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, che, preoccupato per la pressione economica statunitense, è a capo dell’ala favorevole a trattare con gli Stati Uniti. Non a caso, alcuni giorni fa, il Pakistan ha cercato di ammorbidire le posizioni dei pasdaran.
