Secondo fonti interne all’amministrazione e persone informate sui dossier, il presidente Donald Trump, insieme al suo entourage, starebbe valutando un ritorno ad azioni militari circoscritte contro l’Iran. L’ipotesi si aggiungerebbe al blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, con l’obiettivo di rompere l’impasse che ha congelato i negoziati diplomatici. La possibilità è stata discussa già nella giornata di domenica, poche ore dopo il fallimento del confronto tra Washington e Teheran in Pakistan. Tra le opzioni sul tavolo figura anche una ripresa su larga scala dei bombardamenti, scenario che tuttavia, secondo le stesse fonti, resta meno probabile per il rischio di un’ulteriore destabilizzazione regionale e per la riluttanza del presidente a impegnarsi in conflitti prolungati. In alternativa, si valuta un blocco temporaneo più rigido, accompagnato da pressioni sugli alleati affinché assumano un ruolo diretto in future missioni di scorta militare nello stretto. Dopo lo stop ai colloqui, Trump ha trascorso gran parte della domenica nel suo resort di Doral, in Florida, tra interviste televisive, partite a golf e consultazioni con i collaboratori più stretti. Nonostante la linea dura, dalla Casa Bianca filtra che il presidente non abbia chiuso del tutto alla via diplomatica, pur avendo ribadito la volontà di mantenere il blocco e ventilato nuovi attacchi contro infrastrutture strategiche iraniane.
Intanto, sul piano operativo, i primi effetti del blocco si fanno già sentire. «Il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz si è nuovamente bloccato dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’avvio di un blocco navale in seguito al fallimento dei negoziati con i funzionari iraniani», scrive il Lloyd’s List, quotidiano specializzato nel settore dello shipping. Secondo la stessa fonte, prima dell’annuncio il passaggio delle navi non si era mai completamente interrotto, pur restando su livelli ridotti anche nella giornata di domenica. Già sabato si era registrato un lieve incremento del transito di petroliere, con diverse compagnie pronte a sfruttare la finestra offerta dal fragile cessate il fuoco per far uscire alcune unità dal Golfo Persico. Tuttavia, dopo la decisione di Washington, il traffico si è di fatto fermato: almeno due navi che stavano tentando di lasciare lo stretto hanno invertito la rotta. «Non è quello che vorrei fare, ma parliamo delle loro risorse idriche, degli impianti di desalinizzazione, delle centrali elettriche: obiettivi estremamente vulnerabili», ha dichiarato Trump in un’intervista a Fox News. La portavoce della Casa Bianca ha evitato di entrare nel dettaglio delle opzioni operative, limitandosi a sottolineare che «il presidente ha già disposto il blocco dello Stretto di Hormuz, ponendo fine al ricatto iraniano, e mantiene aperte tutte le ulteriori possibilità». «Chi sostiene di conoscere le prossime mosse del presidente – ha aggiunto – sta facendo pura speculazione».
Da Washington si insiste sul fatto che Teheran sarebbe interessata a riaprire il dialogo. Un funzionario vicino al team negoziale statunitense ha confermato che l’offerta americana resta sul tavolo. Anche Reza Amiri Moghadam, figura di primo piano della delegazione iraniana, ha definito i colloqui di Islamabad «l’avvio di un percorso», sottolineando che «se fiducia e volontà politica cresceranno, si potrà costruire un quadro stabile nell’interesse di tutte le parti». Gli Stati Uniti hanno però fissato condizioni molto rigide per qualsiasi nuovo negoziato: piena riapertura dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, fine totale dell’arricchimento dell’uranio, smantellamento degli impianti nucleari, consegna del materiale già arricchito e adesione a un sistema di sicurezza regionale che coinvolga anche gli alleati. Tra le richieste figura inoltre lo stop al sostegno a gruppi come Hezbollah e gli Houthi. I colloqui in Pakistan, guidati dal vicepresidente JD Vance, si sono interrotti proprio sul nodo nucleare, con Teheran che ha rifiutato di rinunciare al proprio programma. Trump ha ribadito che impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica resta la priorità assoluta della sua strategia.
Sul piano internazionale, la crisi nello Stretto di Hormuz continua a suscitare reazioni. La Cina ha sollecitato che il traffico marittimo lungo questa arteria strategica non venga ostacolato, intervenendo all’indomani delle minacce statunitensi di bloccarne il passaggio. «Lo Stretto di Hormuz rappresenta una rotta commerciale fondamentale per merci ed energia. Garantirne sicurezza, stabilità e libertà di navigazione è nell’interesse dell’intera comunità internazionale», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun. Dura la replica di Teheran. Il comandante della marina iraniana, Shahram Irani, ha definito «ridicole» le dichiarazioni di Trump sul possibile blocco delle navi dirette o in uscita dai porti iraniani, come riportato dall’emittente statale Press TV. L’ammiraglio ha assicurato che le forze navali iraniane stanno «tracciando e monitorando ogni movimento delle unità militari statunitensi nella regione». «Le minacce del presidente americano, dopo quella che è stata un’umiliante sconfitta del suo esercito nella terza guerra imposta, sono del tutto risibili», ha aggiunto, secondo quanto riferito da SkyNews.Alle dichiarazioni ufficiali si è aggiunto anche l’intervento del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che su X ha lanciato un avvertimento diretto agli Stati Uniti: «Godetevi i prezzi attuali della benzina: con il cosiddetto “blocco”, i 4-5 dollari al gallone diventeranno presto un ricordo», ha scritto, riferendosi all’ipotesi di chiusura dei porti iraniani a partire dalle 16.00 di oggi. All’interno dell’amministrazione americana cresce tuttavia la consapevolezza dei rischi legati a ogni scelta.
Un’escalation militare su larga scala metterebbe sotto pressione le scorte di armamenti statunitensi e alimenterebbe le critiche interne, in un Paese sempre più stanco delle guerre in Medio Oriente. Al contrario, un allentamento della pressione potrebbe essere interpretato come un successo da Teheran, che pur molto indebolita mantiene capacità strategiche e il controllo dello stretto. Diversi analisti vedono nel blocco navale la soluzione più efficace, o quantomeno la meno rischiosa. Colpendo le esportazioni energetiche – da cui dipende una quota rilevante delle entrate iraniane – Washington punta a esercitare una leva economica decisiva, rassicurando al contempo alleati e mercati globali sul fatto che Teheran non possa usare lo stretto come arma di pressione. «Una strategia simile ha già dato risultati nel caso del Venezuela», ha osservato Matthew Kroenig, ex funzionario del Pentagono. «È uno strumento che può aumentare significativamente la pressione sul regime e costringerlo a scelte difficili». Ma anche questa opzione presenta incognite. L’Iran ha finora resistito a sanzioni pesanti e settimane di bombardamenti, e le forze statunitensi nello stretto restano esposte a possibili attacchi con missili e droni. Nel frattempo, Trump ha modificato più volte la propria linea, inizialmente minimizzando il ruolo dello stretto per poi porlo al centro della strategia. La pressione arriva anche dagli alleati, fortemente colpiti dalle restrizioni su una rotta attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Sul fronte interno, il presidente deve fare i conti con un’opposizione crescente e con il rischio di prezzi energetici elevati, tema sensibile in vista delle elezioni di medio termine. Una guerra prolungata, avvertono i suoi consiglieri, rischierebbe di aggravare i costi economici, a partire dall’aumento dei prezzi dell’energia. «Mettere in sicurezza lo stretto immediatamente è una priorità assoluta», ha dichiarato al Wall Street Journal l’economista Steve Moore, vicino al presidente. «Abbiamo i mezzi per garantire il flusso del commercio globale e dobbiamo usarli, altrimenti il rischio è una recessione mondiale». Trump, dal canto suo, ha difeso le difficoltà temporanee come un sacrificio necessario per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare. Secondo Fred Fleitz, ex alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, la presenza di una delegazione iraniana numerosa ai colloqui dimostra che uno spiraglio diplomatico esiste ancora: «Il conflitto è iniziato da poche settimane, è presto per trarre conclusioni, ma le prospettive non sono negative». Speriamo abbia ragione.
