Il G7 di Evian-les-Bains si apre sotto il segno di Donald Trump e dello Stretto di Hormuz. Mentre i leader arrivano nell’elegante località francese affacciata sul lago di Ginevra, il vertice ospitato da Emmanuel Macron assume subito la forma più concreta e più rischiosa della geopolitica contemporanea: energia, guerra, rotte marittime, Iran, Ucraina e sicurezza globale. Non un summit da fotografia di famiglia, dunque, ma una riunione ad alta tensione, nella quale ogni dichiarazione pesa sui mercati, sulle cancellerie e sugli equilibri militari del Medio Oriente.
Il presidente americano è arrivato all’Evian Resort accolto dal capo dello Stato francese, con cui ha avuto un primo incontro bilaterale prima dell’avvio ufficiale dei lavori. Ed è proprio al termine del faccia a faccia con Macron che Trump ha lanciato il messaggio destinato a dominare la giornata: «Lo Stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì». Una frase netta, pronunciata mentre il mondo guarda a uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, crocevia fondamentale per il transito del petrolio e simbolo, negli ultimi mesi, della fragilità di un ordine internazionale sempre più esposto alla forza delle crisi regionali.
Hormuz al centro del vertice
Trump ha spiegato che gli Stati Uniti non avrebbero bisogno di «molto aiuto» per riaprire lo Stretto, ma ha comunque chiesto alla Francia un contributo operativo. «Vorrei che la Francia potesse dispiegare una o due navi», ha detto rivolgendosi a Macron. La risposta del presidente francese è arrivata immediata, con un registro diplomatico ma molto concreto: Parigi sarebbe pronta a mettere a disposizione caccia già da domani per missioni di ricognizione, fregate entro 48 ore e, successivamente, anche una portaerei.
È una disponibilità che fotografa bene il doppio livello del vertice. Da un lato la necessità occidentale di mostrare unità davanti alla crisi mediorientale, dall’altro la volontà europea, e francese in particolare, di non apparire semplice spettatrice delle decisioni americane. Macron ospita il G7 con l’ambizione di tenere insieme alleati spesso divisi, interessi strategici divergenti e una leadership americana che, con Trump, resta imprevedibile anche quando detta la linea.
L’accordo con l’Iran e il nodo delle sanzioni
Il dossier iraniano resta il cuore politico della giornata. Trump ha chiarito che l’accordo con Teheran non include alcun allentamento immediato delle sanzioni. «È davvero una questione di comportamento. Se fanno quello che devono fare…», ha affermato, lasciando intendere che eventuali aperture future dipenderanno dal rispetto degli impegni assunti dall’Iran.
Il punto è decisivo, perché dietro la riapertura di Hormuz non c’è soltanto la sicurezza delle navi o la ripresa dei flussi energetici, ma la possibilità di costruire una tregua credibile in una regione arrivata a un livello di tensione altissimo. Il presidente americano ha rivendicato il risultato come un passaggio già avviato, sostenendo anche su Truth che alcune navi, molte delle quali cariche di petrolio, starebbero iniziando a muoversi e a uscire dallo Stretto attraverso quella che ha definito una «autostrada meridionale» sicura e protetta.
Come spesso accade con Trump, la comunicazione politica precede e accompagna la diplomazia. Il messaggio è pensato per essere letto dai mercati, dagli alleati, dagli avversari e dall’opinione pubblica americana: Washington torna al centro della scena, decide i tempi, misura gli aiuti richiesti agli europei e lega ogni concessione al comportamento di Teheran.
Evian, la passerella dei leader diventa un tavolo di crisi
L’arrivo dei leader a Evian ha completato il quadro di un vertice costruito intorno alle grandi emergenze internazionali. Oltre a Trump e Macron, sono presenti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, insieme al premier britannico Keir Starmer e al premier canadese Mark Carney.
Tra gli invitati figurano anche il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, la premier giapponese Sanae Takaichi e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Una composizione che allarga il perimetro del confronto e conferma come il G7 non possa più permettersi di ragionare soltanto all’interno del tradizionale club delle potenze industrializzate. Le crisi di oggi, dall’energia alla sicurezza alimentare, dalle guerre regionali alla competizione tecnologica, attraversano continenti e obbligano i leader occidentali a cercare interlocutori esterni, non sempre allineati, ma sempre più necessari.
In questo scenario, la presenza di Meloni assume un valore non secondario. L’Italia arriva al tavolo in una fase in cui il Mediterraneo allargato è tornato centrale, tra Libano, Iran, Nord Africa, rotte energetiche e sicurezza marittima. Il vertice di Evian diventa così anche il luogo in cui Roma può provare a ribadire il proprio ruolo di cerniera tra Europa, Mediterraneo e Medio Oriente, in una partita dove la stabilità non è più un concetto astratto, ma una questione direttamente legata a prezzi, approvvigionamenti, migrazioni e sicurezza nazionale.
Macron cerca equilibrio, Trump sposta il baricentro
Il padrone di casa Emmanuel Macron tenta di dare al summit un’impronta di coordinamento multilaterale, ma l’arrivo di Trump sposta inevitabilmente il baricentro. Il presidente americano non si limita a partecipare al vertice: lo attraversa con la sua agenda, i suoi annunci e il suo linguaggio diretto, spesso brutale, sempre capace di imporsi sul dibattito pubblico.
Lo dimostra anche il messaggio pubblicato su Truth prima di atterrare a Ginevra, nel quale Trump ha scritto: «Purtroppo, se importi persone dai paesi del Terzo Mondo, diventi rapidamente un paese del Terzo Mondo; e non c’è nulla che tu possa fare al riguardo». Una frase destinata ad alimentare polemiche, soprattutto in un contesto internazionale in cui immigrazione, sicurezza, identità nazionale e coesione sociale restano tra i temi più esplosivi dell’agenda politica occidentale.
È il Trump più riconoscibile: quello che alterna negoziato internazionale e messaggio identitario, diplomazia e comizio permanente, dichiarazioni operative e provocazioni culturali. Al G7, questa doppia postura pesa ancora di più, perché il summit dovrebbe essere il luogo della sintesi tra alleati, mentre il presidente americano tende a trasformarlo nel palcoscenico di una leadership verticale, personale e muscolare.
Ucraina e Libano restano sullo sfondo, ma pesano sul tavolo
Dopo il bilaterale con Macron, Trump ha fatto sapere di voler ora concentrare l’attenzione sulla guerra in Ucraina. Il dossier resta uno dei più delicati del vertice, anche perché il sostegno a Kiev continua a rappresentare un banco di prova per la tenuta dell’Occidente. La questione ucraina si somma al fronte mediorientale, al Libano in fiamme e alla necessità di evitare che le crisi aperte si saldino in un’unica grande instabilità globale.
Le parole di Ursula von der Leyen sul Libano, secondo cui non potrà esserci una pace duratura finché il Paese resterà «in fiamme», indicano chiaramente quanto il G7 sia costretto a muoversi su più livelli contemporaneamente. Nessun dossier è isolato. La riapertura di Hormuz parla di Iran, ma anche di energia. Il Libano parla di sicurezza regionale, ma anche di rapporti con Israele, Hezbollah e le potenze arabe. L’Ucraina parla di Russia, ma anche di difesa europea, industria militare, spesa pubblica e futuro della Nato.
Il vertice sotto pressione
Fuori dal tavolo ufficiale, la tensione si è vista anche nelle proteste contro il G7, con scontri a Ginevra tra black bloc e polizia durante il corteo “No G7”. Un contorno ormai abituale per i grandi summit internazionali, ma non per questo irrilevante: mentre i leader discutono di sicurezza e stabilità, una parte della piazza contesta proprio il modello di governance globale rappresentato dal G7, considerato da molti un organismo incapace di affrontare le disuguaglianze e le crisi climatiche senza riprodurre rapporti di forza già esistenti.
Evian, con la sua immagine ordinata e quasi sospesa, diventa così il teatro perfetto di una contraddizione. Dentro, i capi di Stato e di governo provano a tenere insieme un mondo sempre più frammentato. Fuori, la contestazione ricorda che la fiducia nelle istituzioni multilaterali è tutt’altro che scontata. In mezzo, c’è la realtà: guerre aperte, rotte energetiche da proteggere, accordi da verificare, alleanze da tenere in piedi.
Il G7 comincia con una promessa: venerdì Hormuz aperto
La promessa di Trump sulla riapertura completa dello Stretto di Hormuz entro venerdì è il primo grande banco di prova del summit. Se confermata dai fatti, potrebbe segnare un passaggio importante nella de-escalation con l’Iran e ridurre la pressione sui mercati energetici. Se invece dovesse rivelarsi più fragile del previsto, il G7 di Evian rischierebbe di nascere già prigioniero della distanza tra annuncio politico e realtà sul terreno.
Per ora, la fotografia della giornata è chiara: Macron ospita, Trump detta il ritmo, gli europei cercano spazio e il mondo guarda a Hormuz come a una linea sottile tra stabilizzazione e nuova crisi. Evian doveva essere il vertice delle grandi sfide internazionali. Lo è diventato immediatamente, senza preamboli, nel modo più concreto possibile: attraverso uno Stretto, alcune navi, molte promesse e la solita, enorme domanda che accompagna ogni summit globale dell’era presente. Chi ha davvero la forza di trasformare le dichiarazioni in ordine?
