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«Cercate riparo subito»: pioggia di missili su Dubai, chiuso lo spazio aereo

«Cercate riparo subito»: pioggia di missili su Dubai, chiuso lo spazio aereo

Messaggi d’emergenza sui cellulari e forti esplosioni: il Golfo trema sotto l’attacco dell’Iran. Dubai chiude lo spazio aereo mentre l’Arabia Saudita abbatte decine di droni in poche ore.

L’escalation in Medio Oriente segna un nuovo salto di qualità, coinvolgendo simultaneamente il Golfo, il Levante e l’Iraq, in una dinamica che appare sempre più difficile da contenere. Nelle ultime ore, una serie di attacchi e contromisure ha evidenziato la crescente interconnessione tra i diversi fronti del conflitto, confermando come la crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele stia ormai assumendo una dimensione regionale.

Le prime avvisaglie sono arrivate dal Golfo. A Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e a Doha, in Qatar, forti esplosioni hanno scosso le città, generando panico tra la popolazione. Secondo i giornalisti dell’AFP presenti sul posto, negli Emirati l’allarme è stato preceduto da un messaggio inviato sui telefoni cellulari che invitava i residenti a «cercare immediatamente riparo» a causa di possibili minacce missilistiche.

Attacco all’Iran e droni nel Golfo: scatta l’allerta massima a Dubai

Il ministero della Difesa emiratino ha successivamente confermato di aver intercettato un attacco, attribuendo l’azione a una nuova ondata di lanci da parte dell’Iran, condotti sia con missili sia con droni. In risposta al rischio di ulteriori attacchi, l’Autorità generale per l’aviazione civile degli Emirati ha disposto la chiusura completa dello spazio aereo nazionale. Una decisione definita dai media locali come «precauzionale ed eccezionale», finalizzata a garantire la sicurezza dei voli, degli equipaggi e delle infrastrutture strategiche del Paese. Parallelamente, anche altri Stati del Golfo hanno rafforzato le misure difensive. L’Arabia Saudita ha reso noto di aver intercettato e neutralizzato 21 droni nella provincia orientale in sole tre ore, segnalando un’intensificazione senza precedenti delle attività ostili nella regione. Mentre il Golfo si trova sotto pressione, il fronte libanese continua a rappresentare uno dei principali teatri operativi. Secondo fonti locali, l’aviazione israeliana ha colpito diversi quartieri della periferia meridionale di Beirut, roccaforte di Hezbollah, poco dopo l’annuncio ufficiale di nuove operazioni contro il gruppo sciita e obiettivi in Iran. I bombardamenti hanno interessato in particolare le aree di Kafaat e Haret Hreik, mentre un raid mirato ha centrato un appartamento ai piani alti di un edificio residenziale nella zona di Doha Aramoun.

Libano sotto attacco

L’offensiva non si è limitata alla capitale. All’alba, una serie coordinata di attacchi aerei e bombardamenti di artiglieria ha preso di mira diverse località del Libano meridionale. L’Agenzia Nazionale di Stampa libanese ha riferito di un’intensificazione delle operazioni lungo tutto il fronte sud, a conferma di una strategia israeliana volta a colpire in profondità le infrastrutture e le capacità operative di Hezbollah. Sul piano strategico, il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane, Eyal Zamir, ha chiarito la visione militare di Gerusalemme: l’Iran rappresenta il fulcro del conflitto. Secondo Zamir, indebolire il regime iraniano e le sue capacità militari significa colpire l’intero asse regionale che fa capo a Teheran, incluso Hezbollah. Il generale ha sottolineato che gli effetti delle operazioni israeliane in Iran si stanno già riflettendo sul gruppo libanese, riducendone capacità operative e risorse. Dall’inizio delle ostilità, ha aggiunto, oltre 400 combattenti di Hezbollah sarebbero stati uccisi, tra cui numerosi comandanti. La crisi si estende però ben oltre Libano e Golfo. Nella notte, l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad è stata bersaglio di un attacco combinato con razzi e droni. Secondo fonti della sicurezza citate da Reuters, si tratta dell’azione più intensa dall’inizio del conflitto con l’Iran. Almeno cinque droni sarebbero stati lanciati contro il complesso diplomatico, senza causare vittime né danni rilevanti, ma l’episodio conferma la vulnerabilità degli asset statunitensi nella regione e la capacità delle milizie filo-iraniane di colpire obiettivi sensibili. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno reso noto l’arresto di dieci presunte «spie straniere» nel pieno del conflitto con Israele e Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’organizzazione di intelligence dei Pasdaran nella provincia nord-orientale di Razavi Khorasan, «dieci individui mercenari e traditori sono stati individuati e fermati», come riportato dall’agenzia Isna, senza indicarne la nazionalità. Le autorità iraniane hanno precisato che quattro dei fermati erano impegnati nella raccolta di informazioni su «siti sensibili e infrastrutture economiche», mentre gli altri sarebbero legati a un «gruppo terroristico di matrice monarchica».

I paesi del Golfo vogliono la distruzione del regime di Teheran

In questo contesto, gli equilibri politici del Golfo stanno rapidamente evolvendo. Secondo diverse fonti, gli Stati arabi della regione stanno mettendo in guardia contro un possibile esito negoziale che lasci intatte le capacità offensive dell’Iran. Il timore è che Teheran possa continuare a rappresentare una minaccia diretta per le infrastrutture energetiche e per le rotte commerciali da cui dipendono le economie locali e globali. L’Iran ha infatti dimostrato di poter colpire in profondità, prendendo di mira aeroporti, porti, impianti petroliferi e persino centri commerciali nei sei Stati del Golfo. A ciò si aggiungono le interferenze nella navigazione nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale attraverso cui transita una quota significativa delle forniture petrolifere mondiali. Le interruzioni e le minacce lungo questa rotta hanno evidenziato la fragilità di un sistema energetico globale fortemente dipendente dalla stabilità della regione. Nonostante la crescente pressione, i Paesi del Golfo mantengono un atteggiamento prudente. Un intervento militare diretto contro l’Iran appare al momento improbabile, soprattutto per il rischio di ritorsioni su larga scala. Il coordinamento tra i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo resta limitato, anche se si registrano segnali di una maggiore cooperazione nel campo della difesa, come confermato dal Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth. Dietro le quinte, Washington sta cercando di consolidare un fronte comune. Secondo fonti diplomatiche, l’amministrazione americana ha incoraggiato i partner regionali a manifestare un sostegno più visibile all’operazione congiunta con Israele. Il presidente Donald Trump punta a rafforzare la legittimità internazionale dell’intervento, anche in chiave interna, mostrando una coalizione ampia e coesa.

In questa direzione si inserisce anche la proposta di creare un’alleanza internazionale per garantire la sicurezza del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, i progressi restano limitati e non è escluso che un eventuale coinvolgimento possa estendersi anche alle principali economie asiatiche, fortemente dipendenti dalle forniture energetiche del Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti, pur ribadendo di non voler contribuire a un’ulteriore escalation, hanno sottolineato la necessità di difendere la propria sovranità e sicurezza. Un alto funzionario emiratino ha evidenziato come il Paese abbia mantenuto una linea di moderazione nonostante le accuse iraniane sull’utilizzo del territorio per operazioni militari. Secondo Abdulaziz Sager, direttore del Gulf Research Center, nella regione si sta diffondendo la convinzione che l’Iran abbia ormai superato «ogni linea rossa». L’iniziale opposizione alla guerra si sarebbe progressivamente attenuata, soprattutto dopo gli attacchi attribuiti a Teheran contro obiettivi civili e strategici. Tuttavia, resta il timore che un’escalation incontrollata possa trascinare l’intero Medio Oriente in un conflitto su larga scala. Gli analisti parlano apertamente di un dilemma strategico: da un lato la necessità di contenere la minaccia iraniana, dall’altro il rischio di un coinvolgimento diretto in una guerra più ampia guidata da Stati Uniti e Israele. In questo equilibrio fragile, ogni decisione appare carica di conseguenze potenzialmente destabilizzanti. A tre settimane dall’inizio del conflitto, il quadro resta quindi estremamente fluido. Tra attacchi incrociati, pressioni diplomatiche e timori per la sicurezza energetica globale, il Medio Oriente si trova davanti a un passaggio cruciale, in cui la linea tra deterrenza e guerra aperta appare sempre più sottile.

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