La Corea del Sud condanna un ex presidente all’ergastolo per insurrezione. Non è un titolo simbolico: è una sentenza pronunciata a Seoul e destinata a incidere in profondità sugli equilibri politici del Paese.
Yoon Suk Yeol è stato riconosciuto colpevole di aver guidato il tentativo di imporre la legge marziale nel dicembre 2024, mobilitando esercito e polizia per bloccare l’Assemblea Nazionale e arrestare esponenti di primo piano dell’opposizione. Secondo i giudici, l’operazione non rispondeva a una minaccia esterna né a un’emergenza di sicurezza nazionale, ma configurava un tentativo diretto di neutralizzare il Parlamento e consolidare il potere esecutivo.
L’accusa di insurrezione è la più grave prevista dal codice penale sudcoreano in materia di ordine costituzionale. Prevede soltanto due pene: la morte o l’ergastolo. I procuratori avevano chiesto la condanna capitale, ritenendo le azioni dell’ex presidente una minaccia alla democrazia del Paese. La corte ha optato per la reclusione a vita, anche alla luce della moratoria sulla pena di morte in vigore dal 1997, che di fatto ne sospende l’esecuzione.
La notte della legge marziale
La crisi si aprì con un annuncio che riportò la Corea del Sud a una terminologia che evocava la stagione autoritaria del Novecento. La proclamazione della legge marziale prevedeva il dispiegamento di militari attorno al Parlamento, il blocco degli accessi all’Assemblea Nazionale e l’arresto di figure chiave dell’opposizione politica. Le forze impiegate, secondo la sentenza, avevano ricevuto ordini espliciti per impedire il funzionamento del potere legislativo.
La misura durò poche ore. I parlamentari riuscirono a riunirsi comunque e a votarne la revoca, trasformando un atto concepito per sospendere l’equilibrio dei poteri in un’accelerazione della crisi istituzionale. Da quel momento si è attivato un meccanismo costituzionale preciso: sospensione, impeachment votato dall’Assemblea, conferma della destituzione da parte della Corte costituzionale, detenzione e apertura dei procedimenti penali.
Yoon era già stato condannato in precedenza a cinque anni di carcere per reati legati alla gestione dell’ordine di arresto e alla proclamazione del provvedimento. La sentenza per insurrezione rappresenta il passaggio più grave e politicamente più pesante.
Le altre condanne e il ruolo dei vertici della sicurezza
Il procedimento non si è limitato alla figura dell’ex presidente. L’ex ministro della Difesa è stato condannato a trent’anni di carcere, mentre altri vertici politici e della sicurezza sono stati giudicati colpevoli per aver contribuito all’attuazione della legge marziale. Il tribunale ha stabilito che l’operazione fu coordinata ai massimi livelli e non il risultato di un’iniziativa isolata.
Sul piano parallelo delle responsabilità politiche, l’ex first lady Kim Keon Hee è stata condannata a venti mesi di carcere in un procedimento distinto per corruzione, ulteriore elemento che ha aggravato la percezione di una presidenza sotto pressione giudiziaria su più fronti.
I precedenti: una democrazia che processa i suoi presidenti
La Corea del Sud ha già conosciuto impeachment e condanne ai vertici dello Stato. Park Geun-hye fu destituita nel 2017 e successivamente condannata per corruzione e abuso di potere, al termine di una mobilitazione popolare imponente. Negli anni Novanta, anche Chun Doo-hwan e Roh Tae-woo furono processati per il loro ruolo nella stagione autoritaria.
La differenza, oggi, è che il reato contestato riguarda un tentativo diretto di sospendere il funzionamento del Parlamento in un sistema democratico consolidato. Non un’eredità del passato militare, ma un atto compiuto dentro una Repubblica pienamente costituzionale.
Un Paese diviso e un equilibrio regionale delicato
Nel giorno della sentenza, attorno al tribunale di Seoul si sono radunati sostenitori e oppositori dell’ex presidente. Le immagini restituiscono un Paese polarizzato, con una frattura politica che non si è ricomposta. Per una nazione esposta strategicamente tra Cina, Corea del Nord e Stati Uniti, la stabilità interna non è un dettaglio secondario ma un elemento chiave dell’equilibrio regionale.
La sentenza non chiude la stagione di tensione. L’appello è già annunciato. Ma stabilisce un principio netto: a Seoul, nessuna carica è al di sopra dell’ordine costituzionale. Ed è un principio che, nella storia politica sudcoreana, non è mai stato puramente teorico.
