È una corsa contro il tempo quella per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: gli Stati Uniti e l’Europa stanno valutando le opzioni per far sì che le forniture di petrolio non siano più ostaggio dei pasdaran. Il presidente americano, Donald Trump, mira a creare una coalizione di Paesi per sbloccare il corridoio marittimo e pretende anche l’aiuto della Nato, mentre in Europa sono iniziate le discussioni per potenziare la missione Aspides.
La proposta americana
Stando a quanto riferito da Axios, Trump sta lavorando per formare una coalizione di Paesi per riaprire lo Stretto e spera di annunciare l’iniziativa questa settimana. Il tycoon, già negli scorsi giorni, auspicava che «la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e altri Paesi» fossero pronti a «inviare le proprie navi» a Hormuz. Questo appello sembra rimasto inascoltato. Il Giappone e l’Australia hanno risposto picche, la Corea del Sud ha preso tempo, sostenendo che comunicherà con gli Stati Uniti e che «la decisione verrà presa dopo un’attenta valutazione». Il premier britannico, Keir Starmer, ha dichiarato che il Regno Unito «non entrerà in una guerra a vasto raggio», ma è aperto a «un piano collettivo fattibile» per riaprire il corridoio strategico. La Cina si è limitata a comunicare di essere «in contatto con tutte le parti», garantendo «l’impegno a promuovere il raffreddamento della situazione».
La stoccata di Trump alla Nato
Oggi il tycoon ha alzato l’asticella.Durante una breve conversazione con il Financial Times, Trump ha avvertito che il futuro della Nato sarà «molto negativo» se gli alleati non sosterranno la sicurezza dello Stretto. E ha aggiunto: «È giusto che coloro che beneficiano dello Stretto contribuiscano a garantire che non accada nulla di male». Nella sua visione, gli europei dovrebbero inviare le dragamine visto che il Vecchio continente ne ha di più degli Stati Uniti.
«Non è la nostra guerra»
A rispondere per le rime a Trump è stata la Germania. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha subito affermato: «Non mi sembra che la Nato abbia preso una decisione né che possa assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz». Poco dopo, anche il portavoce del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha ribadito la posizione tedesca: «Questa non è una guerra della Nato». Pure Starmer ha spiegato che la riapertura dello Stretto non può essere affidata a «una missione» dell’Alleanza atlantica.
Le discussioni in Europa su Hormuz
Hormuz è al centro oggi anche della riunione del Consiglio affari esteri a Bruxelles a cui partecipa il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. L’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, al suo arrivo, ha rivelato di essere stata in contatto nel weekend con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, per «capire se è possibile avere un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina». Kallas ha avvisato che, oltre alla paralisi delle forniture di petrolio, l’altro impatto della chiusura dello Stretto è «la carenza di fertilizzanti». E se non si dovesse superare la crisi «l’anno prossimo si verificherà anche una carenza di cibo».

Il potenziamento della missione Aspides
In questo contesto di crescente incertezza, l’Ue sta valutando di rafforzare la missione navale europea Aspides, il cui comando è ora affidato all’Italia. L’operazione è nata nel 2024 per contrastare gli attacchi degli Huthi contro le navi nel Mar Rosso. La funzione delle unità di Aspides è quindi quella di scortare i mercantili e sorvegliare il corridoio marittimo che mette in collegamento lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez. Si tratta di uno dei principali snodi strategici del commercio mondiale. Una delle opzioni sul tavolo di Bruxelles è di rivedere il suo mandato per far sì che possa operare anche nello Stretto di Hormuz. A tal proposito Kallas ha fatto sapere: «Oggi cercheremo di capire se è possibile cambiare il mandato della missione Aspides, il punto è capire se gli Stati membri vogliono usare questa operazione per la sicurezza nell’area dello Stretto di Hormuz».
La minaccia degli Huthi nel Canale di Suez
Oltre a Hormuz, c’è il rischio che si apra un nuovo fronte nel Canale di Suez, con il traffico commerciale che sarebbe messo ulteriormente in crisi. Aleggia infatti l’ombra di un eventuale coinvolgimento degli Huthi a fianco del regime iraniano. I miliziani sciiti che controllano metà dello Yemen si sono già detti pronti a unirsi al conflitto. Negli scorsi giorni, alla Verità, il portavoce e alto funzionario dell’ufficio politico degli Huthi, Mohammed al-Bukhaiti, ha annunciato che sono pronti a «schierarsi militarmente al fianco dei fratelli iraniani». E ha proseguito: «La nostra scelta è necessaria per rispondere all’aggressione in corso da parte di Israele e degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica». La loro forza sarà dimostrata «distruggendo tutte le navi del nemico».
L’Europa è spaccata
I Paesi europei sembrano già divisi sulla missione Aspides. Il ministro degli Esteri della Spagna, José Manuel Albares, ha infatti dichiarato che «il mandato attuale è corretto» e quindi «non è necessario» cambiarlo. Ancora più diffidente è la Germania, che è anche piuttosto critica sui lavori svolti finora dall’operazione navale europea. Anche se secondo i dati dell’Ue, la missione ha protetto 470 navi, il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha fatto sapere che Aspides «non è stata efficace» neanche «nel Mar Rosso». E si è detto dunque «molto scettico» sull’effettiva capacità della missione qualora si estendesse il raggio d’azione. L’Italia, da una parte è favorevole a «rafforzare la missione che opera nel Mar Rosso» per «garantire il traffico marittimo», ha reso noto Tajani. Ma dall’altra, il vicepremier ritiene «complesso» cambiare il mandato dell’operazione. Dunque su Hormuz deve «prevalere la linea della diplomazia». I Paesi Bassi invece non escludono la loro partecipazione alla difesa della navigazione nel corridoio marittimo. La Francia non ha messo ufficialmente in chiaro la sua posizione, ma pare che sia favorevole a rafforzare la missione.
