Il conflitto tra Israele e l’asse guidato da Teheran continua ad allargarsi, con nuovi episodi militari che nelle ultime ore hanno coinvolto il Libano, il Golfo Persico e l’Iran stesso. Raid mirati, minacce di rappresaglia e incidenti marittimi nello Stretto di Hormuz delineano uno scenario sempre più instabile. Mercoledì mattina diversi organi di informazione libanesi hanno riferito che l’aviazione israeliana ha bombardato un palazzo residenziale nel quartiere di Aisha Bekkar, nel centro di Beirut. Secondo quanto riportato dall’emittente Al-Hadath, il bersaglio dell’operazione sarebbe stato un ufficio dell’organizzazione Al-Jama’ah Al-Islamiyah. Nel bombardamento sarebbero morte almeno quattro persone.
Il gruppo viene generalmente considerato la ramificazione libanese della Fratellanza Musulmana ed è ritenuto vicino ad Hamas. L’episodio si inserisce in una serie di operazioni mirate che Israele sta conducendo contro strutture e figure legate alla rete militare iraniana nella regione. Già domenica, secondo quanto dichiarato dall’esercito israeliano, era stata condotta un’azione selettiva contro dirigenti operativi collegati alla Forza Quds dei Pasdaran presenti in Libano. In una comunicazione ufficiale, l’unità portavoce delle Forze di difesa israeliane ha spiegato che l’operazione ha colpito alcuni comandanti della struttura libanese riconducibile alla Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica.Fonti locali hanno indicato come luogo dell’attacco il Ramada Hotel, nel quartiere costiero di Raouche, nel cuore della capitale libanese. L’azione avrebbe preso di mira una stanza specifica dell’albergo. Secondo la versione fornita da Israele, i responsabili colpiti avrebbero partecipato alla pianificazione di attentati contro lo Stato ebraico e i suoi cittadini, operando allo stesso tempo come emissari dell’apparato militare iraniano. Mentre Beirut veniva colpita, la crisi si estendeva anche nel Golfo. L’Arabia Saudita ha annunciato di aver intercettato missili balistici, mentre nuove sirene d’allarme hanno risuonato in Bahrein. Il ministero dell’Interno di Manama ha invitato la popolazione a cercare riparo dopo l’attivazione dei sistemi di difesa aerea mentre 20 missili sono stati lanciati dall’Iran verso Israele tra martedì e mercoledì, segnando un aumento nelle ultime 24 ore.
Nel frattempo un episodio preoccupante si è verificato nello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale. L’Agenzia marittima britannica per le operazioni commerciali ha segnalato che una nave cargo è stata colpita da un proiettile non identificato mentre navigava a circa undici miglia nautiche a nord delle coste dell’Oman. L’impatto ha provocato un incendio a bordo e l’equipaggio ha chiesto assistenza prima di iniziare l’evacuazione. La sicurezza dello stretto resta al centro delle preoccupazioni internazionali. Funzionari statunitensi hanno riferito che l’Iran avrebbe posizionato alcune mine nelle acque del passaggio strategico negli ultimi giorni, un segnale che Washington interpreta come tentativo di esercitare pressione sull’economia globale.Secondo le stesse fonti, il numero degli ordigni sarebbe limitato, meno di dieci, ma il gesto avrebbe un forte valore politico: dimostrare che Teheran è in grado di interrompere il traffico energetico mondiale. Il presidente Donald Trump ha reagito minacciando una risposta militare immediata se gli ordigni non fossero rimossi. Poco dopo, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha comunicato di aver distrutto sedici imbarcazioni iraniane impiegate per la posa delle mine nei pressi dello stretto. L’annuncio è stato accompagnato da un breve video che mostrerebbe alcuni degli attacchi contro le unità navali. La via marittima di Hormuz rimane cruciale per il mercato energetico: attraverso quel corridoio transita circa un quinto delle forniture petrolifere mondiali. Un eventuale blocco potrebbe provocare uno shock nei prezzi dell’energia e nel commercio globale. Nonostante la tensione militare, i dati sul traffico petrolifero indicano che l’Iran continua a esportare greggio. Le rilevazioni della società di monitoraggio Kpler mostrano che dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, diverse petroliere hanno caricato petrolio iraniano al largo delle sue coste. Negli ultimi giorni il volume medio giornaliero avrebbe raggiunto circa 2,1 milioni di barili, leggermente superiore ai livelli registrati prima dell’escalation.
Sul fronte politico, Washington avrebbe anche chiesto a Israele di evitare ulteriori attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane senza un coordinamento con gli Stati Uniti. L’avvertimento sarebbe arrivato dopo i bombardamenti israeliani contro depositi petroliferi durante il fine settimana. Allo stesso tempo, l’Agenzia internazionale dell’energia starebbe valutando il più grande rilascio di riserve petrolifere della sua storia per stabilizzare i mercati. La proposta, discussa in una riunione d’emergenza dei paesi membri, potrebbe superare i 182 milioni di barili liberati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Nel frattempo rimane avvolta nel mistero la sorte della nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Secondo fonti iraniane citate dal New York Times, il leader sarebbe stato ferito durante un tentativo di eliminazione attribuito a Israele e sarebbe ora nascosto in una località altamente protetta con comunicazioni estremamente limitate. Alcuni funzionari militari israeliani ritengono che le ferite alla gambe risalgano in realtà al primo giorno della guerra, il 28 febbraio, quando Mojtaba non era ancora stato formalmente designato alla guida della Repubblica islamica. L’isolamento del nuovo leader sarebbe motivato dal timore che qualsiasi contatto con l’esterno possa rivelarne la posizione ma il fatto che non abbia registrato nemmeno un video alimenta le perplessità. All’interno dell’Iran, intanto, il capo della polizia Ahmad-Reza Radan ha lanciato un avvertimento severo contro possibili proteste. In un intervento alla televisione di Stato ha dichiarato che chi scenderà in piazza «su richiesta del nemico» verrà considerato un avversario dello Stato. «Il dito delle forze di sicurezza è sul grilletto», ha aggiunto. Il silenzio che circonda Mojtaba Khamenei continua però ad alimentare interrogativi. Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian e consigliere del governo, ha affermato in un messaggio pubblicato sul suo canale Telegram che Mojtaba Khamenei sarebbe «sano e salvo» nonostante le ferite riportate. «Ho sentito dire che Mojtaba Khamenei era rimasto ferito. Ho chiesto informazioni ad alcuni amici che hanno contatti diretti e mi hanno assicurato che, grazie a Dio, sta bene ed è al sicuro», ha scritto. Secondo queste dichiarazioni, dunque, la nuova Guida Suprema dell’Iran sarebbe «in buone condizioni» malgrado le voci circolate nelle ultime ore sulle ferite riportate. Ma se è davvero cosi’ è perché non registra un video?
