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Attacco al Venezuela, Trump: «Abbiamo catturato Maduro e la moglie e li abbiamo portati fuori dal Paese»

Attacco al Venezuela, Trump: «Abbiamo catturato Maduro e la moglie e li abbiamo portati fuori dal Paese»

Il messaggio è stato pubblicato sul suo profilo Truth Social. “Gli Stati Uniti d’America hanno portato a termine con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolás Maduro, che è stato, insieme a sua moglie, catturato e portato fuori dal Paese.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump afferma che gli Stati Uniti hanno condotto “attacchi su larga scala contro il Venezuela” e che hanno “catturato il suo leader, il presidente Nicolás Maduro”, insieme alla moglie. Il messaggio è stato pubblicato sul suo profilo Truth Social. “Gli Stati Uniti d’America hanno portato a termine con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolás Maduro, che è stato, insieme a sua moglie, catturato e portato fuori dal Paese. Questa operazione è stata condotta in collaborazione con le forze dell’ordine statunitensi. Seguiranno ulteriori dettagli. Oggi alle 11.00 si terrà una conferenza stampa a Mar-a-Lago.

Attacco al Venezuela, Trump: «Abbiamo catturato Maduro e la moglie e li abbiamo portati fuori dal Paese»

La notte tra il 2 e il 3 gennaio segna uno spartiacque nella crisi venezuelana. Caracas è stata scossa da una sequenza di violente esplosioni, accompagnate da blackout, panico diffuso e dal sorvolo a bassa quota di aerei ed elicotteri militari americani. Le esplosioni, avvertite in più zone della città poco prima delle due del mattino, hanno colpito anche aree altamente sensibili come il Forte Tiuna, cuore dell’apparato militare, e la zona di La Carlota, nella parte orientale della capitale. Scene che hanno fatto riaffiorare, in modo brutale, una verità che il regime cerca da anni di occultare: il controllo del Paese da parte del potere chavista è sempre più fragile. Sul fondo di questa escalation pesa anche il ritorno sulla scena di Donald Trump, che nelle settimane precedenti aveva più volte indicato il Venezuela come una minaccia diretta alla sicurezza degli Stati Uniti, accusando apertamente Nicolás Maduro di alimentare il narcotraffico e di favorire l’ingresso di criminali sul territorio americano. Trump non ha mai nascosto di considerare il regime venezuelano un avamposto ostile nel continente, soprattutto per i suoi legami con Teheran e per la tolleranza verso reti terroristiche e criminali. Le esplosioni di Caracas arrivano dunque in un clima già carico di avvertimenti e linee rosse tracciate pubblicamente da Washington, rafforzando l’idea che la partita venezuelana sia entrata in una fase di confronto diretto, in cui il margine di manovra di Maduro si è drasticamente ridotto.

La risposta del governo di Caracas è stata immediata e prevedibile. Stato di emergenza, mobilitazione generale, retorica dell’“attacco imperialista” e appello alla resistenza armata. Secondo la versione ufficiale, non solo Caracas ma anche gli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira sarebbero stati colpiti. Ma al di là delle accuse esterne, la notte delle esplosioni racconta soprattutto il fallimento interno di un sistema di potere che sopravvive ormai soltanto attraverso l’emergenza permanente. Il presidente Nicolás Maduro governa un Paese stremato: economia devastata, moneta senza valore, servizi pubblici collassati, milioni di cittadini fuggiti all’estero. Il consenso reale è evaporato da tempo e ciò che resta del regime si regge su una combinazione di repressione, controllo militare e alleanze internazionali sempre più controverse. Proprio queste alleanze rappresentano uno degli elementi chiave per comprendere l’isolamento crescente del Venezuela e l’escalation di tensione che ora esplode nella capitale. Negli ultimi anni Maduro ha trasformato il Venezuela in una piattaforma strategica per attori ostili all’Occidente, aprendo le porte al radicamento di strutture legate all’Iran e ai suoi apparati di sicurezza. I Pasdaran, il corpo d’élite della Repubblica islamica, hanno trovato a Caracas un interlocutore politico disposto a offrire copertura diplomatica, logistica e operativa in cambio di sostegno tecnologico e militare. Una relazione che va ben oltre la cooperazione formale e che si è tradotta in scambi opachi, presenza di personale specializzato, trasferimento di know-how e uso del territorio venezuelano come retrovia strategica.

In questo contesto si inserisce anche la tolleranza, quando non il sostegno indiretto, a reti collegate ai proxy iraniani in America Latina. Il Venezuela è diventato negli anni un ambiente favorevole per attività di finanziamento, copertura e movimento di uomini legati a organizzazioni come Hezbollah, storicamente alleate di Teheran. Un ecosistema che, per affinità ideologica e convergenza strategica, finisce per lambire anche l’universo di gruppi come Hamas, beneficiari del sostegno iraniano su altri teatri. Caracas non è un campo di battaglia mediorientale, ma è diventata un tassello di quella stessa architettura globale di sfida all’ordine internazionale. Questa scelta ha avuto un costo enorme. Isolamento diplomatico, sanzioni, perdita di credibilità e crescente percezione del Venezuela come uno Stato ostile e instabile. Maduro ha sacrificato il futuro del Paese pur di garantirsi una sopravvivenza politica personale, legandosi a potenze e organizzazioni che non portano sviluppo né stabilità, ma solo ulteriore conflitto. Le esplosioni di Caracas sono anche il riflesso di questo isolamento: quando un regime smette di essere percepito come interlocutore politico e diventa un problema di sicurezza, la crisi entra in una fase nuova e più pericolosa.

A livello regionale, l’allarme è scattato immediatamente. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha parlato apertamente di bombardamenti e ha chiesto l’intervento delle sedi multilaterali. È il segno che il dossier Venezuela non è più una questione interna, ma un fattore di instabilità continentale. Confini militarizzati, flussi migratori fuori controllo, rischio di escalation: tutto converge verso un punto critico. Ma soprattutto converge verso una conclusione politica. Un governo che perde il controllo della propria capitale, che risponde alle esplosioni con proclami e stato di emergenza, che ha bisogno di alleati esterni radicali per restare in piedi, è un governo arrivato alla fine del suo ciclo. La narrativa rivoluzionaria è consumata, la promessa di sovranità nazionale svuotata, l’apparato statale ridotto a strumento di sopravvivenza di una ristretta élite. Le esplosioni di Caracas non sono solo un episodio militare. Sono il simbolo di un potere che si sgretola dall’interno. Il tempo di Nicolás Maduro è finito: non perché lo dicano i suoi avversari, ma perché lo dimostrano i fatti, le macerie, la paura nelle strade della capitale e l’isolamento crescente di un regime che ha perso ogni legame con il futuro del suo Paese.

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