Bonus o malus? Questo è il problema. Perché di fronte al moltiplicarsi di decine di misure per sostenere famiglie, imprese e singoli cittadini, viene un dubbio: non è che questi provvedimenti abbiano un effetto negativo, creino distorsioni, o magari alimentino un marketing dell’annuncio a cui corrispondono vantaggi modesti?
L’ultimo arrivato è il bonus colonnine: chi vuole installare una wallbox domestica per ricaricare per l’auto elettrica può chiedere un rimborso pari all’80% della spesa, fino a 1.500 euro per i privati e 8 mila per i condomìni. Poco prima era scattato il contributo per l’affitto dei genitori separati o divorziati con figli a carico, fino a 6 mila euro l’anno. Sullo sfondo spicca il bonus bollette: per le famiglie con Isee fino a 25 mila euro, escluse dal bonus sociale ordinario, può tradursi in uno sconto sulla sola bolletta elettrica fino a circa 60 euro. Il contributo è volontario, dipende dall’adesione del venditore di energia e dall’ammontare dei consumi. C’è anche un secondo intervento, da distinguere dal primo: nel 2026 chi già riceveva il bonus sociale elettrico ha avuto automaticamente un contributo straordinario di 115 euro.
La giungla degli aiuti e il catalogo infinito delle misure
Il prossimo anno potrebbe arrivare il bonus trasporti, sotto forma di una somma da usare per comprare biglietti e abbonamenti di vari servizi di trasporto pubblico locale. E poi ci sono il bonus nuovi nati, la dote sport per i figli, quello per gli elettrodomestici e per lo psicologo e, fra le voci più curiose, l’aiuto per la cura degli animali domestici destinato agli over 65 con Isee basso. Solo per citare alcuni esempi pescati in un mare di misure. Già, perché in Italia la politica continua a sfornare sostegni a raffica. E nessuno sa con precisione quanti siano. Non esiste una definizione amministrativa univoca di “bonus”: sotto la stessa etichetta finiscono assegni, detrazioni, crediti d’imposta, esenzioni, voucher, sconti tariffari, contributi a fondo perduto e perfino fondi di garanzia.
La bussola più affidabile resta Incentivi.gov.it, il catalogo pubblico del ministero delle Imprese, che raccoglie le misure per cittadini, imprese ed enti. Un’elaborazione di agosto ha contato 5.773 aiuti complessivi, di cui 802 attivi; una rilevazione di luglio si fermava a poco più di 700 misure aperte su 5.579. Il numero plausibile oggi, dunque, oscilla tra 700 e 800, ma riguarda in gran parte bandi e incentivi per attività economiche, non soltanto aiuti alle famiglie. Se si restringe lo sguardo ai soli bonus nazionali per famiglie e consumatori, siamo nell’ordine di 30-50 misure, a seconda di come si contano bonus sociali, prestazioni Inps, agevolazioni fiscali e sconti settoriali. Un arcipelago disperso tra Inps, Agenzia delle Entrate, Arera, ministeri e amministrazioni locali, che nella sua frammentazione dice già molto: i bonus, per quanto criticati, restano considerati politicamente redditizi.
L’illusione della fine dei sussidi e la tentazione del consenso
Il bello è che nel programma elettorale del 2022 Fratelli d’Italia prometteva di sostituire la «miope politica dei bonus» con misure stabili e durature. Nel discorso per la fiducia, Giorgia Meloni invitò l’aula ad «archiviare finalmente la logica dei bonus». Parole nette, quasi un manifesto. Eppure, secondo il censimento di Pagella Politica, in quasi quattro anni il governo ha introdotto circa 30 tra sostegni, esenzioni, sconti e agevolazioni temporanee: in media uno ogni due mesi.
La spiegazione è meno ideologica di quanto sembri, ed è anche la più realistica: agli esecutivi i bonus non piacciono quando devono finanziarli, ma piacciono moltissimo quando devono usarli. Sono rapidi da annunciare, facili da intestarsi, immediatamente visibili al cittadino e, almeno sulla carta, reversibili. Una riforma fiscale richiede anni di mediazione; un contributo una tantum entra in un decreto e produce un titolo di giornale il giorno dopo.
Un piano strutturale per i trasporti, l’efficienza energetica o la natalità è complesso da spiegare e ancora più difficile da realizzare. Un bonus da 200 o 1.000 euro è invece immediatamente comprensibile, quasi elementare. E soprattutto consente di aiutare una categoria precisa senza impegnare lo Stato in una spesa permanente, cioè senza scrivere un assegno che duri più di una legislatura. Anche per questo il bonus è diventato una specie di unità di misura della politica contemporanea: non richiede grandi narrazioni, ha una platea riconoscibile e offre un risultato comunicabile.
Il verdetto degli economisti tra aiuti mirati e trappole universali
Se poi sono disegnati bene, essi sono apprezzati anche dagli economisti. Prendiamo gli aiuti contro il caro energia. Il Fondo monetario internazionale raccomanda che i sostegni siano temporanei, mirati alle famiglie vulnerabili e possibilmente erogati come trasferimenti diretti, non come sussidi generalizzati al prezzo dell’energia o dei carburanti.
La logica è semplice: se si abbassano accise, Iva o tariffe, si finisce per aiutare anche chi non ne ha bisogno, si spende molto denaro pubblico e si attenua il segnale di prezzo che dovrebbe spingere a consumare meno. Banca d’Italia, in un lavoro sugli choc energetici, arriva a conclusioni simili: i trasferimenti alle famiglie vulnerabili sostengono il reddito senza distorcere troppo i prezzi relativi, mentre i tagli generalizzati alle imposte energetiche spalmano il beneficio lungo tutta la scala dei redditi, compresi quelli che non ne avrebbero bisogno.
Il prezzo alto dell’energia resta un problema, ma lo sconto universale rischia di trasformare l’intervento pubblico in un aiuto anche per chi potrebbe assorbire il rincaro senza ridurre altre spese essenziali. Questo è un punto decisivo. I bonus mirati possono funzionare quando intervengono su un problema preciso: povertà energetica, perdita di reddito, accesso insufficiente a beni meritori, costi iniziali troppo alti per investimenti utili anche alla collettività. In questi casi un incentivo selettivo, automatico o comunque facile da ottenere, può proteggere chi è più fragile o correggere quello che gli economisti chiamano un «fallimento del mercato»: una situazione in cui, lasciato a sé, il mercato non produrrebbe un risultato efficiente. È il caso, per esempio, dei bonus sociali in bolletta o dell’Assegno unico.
Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, il nuovo assegno ha rafforzato la redistribuzione e aumentato il reddito disponibile della maggioranza delle famiglie che ne hanno beneficiato; la Banca d’Italia ha a sua volta rilevato un contributo alla riduzione della disuguaglianza, soprattutto grazie alla componente più progressiva del sostegno.
Il cortocircuito dei prezzi e il rischio della misura punitiva
Il problema nasce quando il bonus diventa troppo generoso, troppo generale, troppo disancorato dal reddito di chi ne beneficia. Il Superbonus è il caso di scuola: Banca d’Italia riconosce che gli incentivi edilizi hanno attivato investimenti aggiuntivi, ma stima anche che circa un quarto della spesa agevolata abbia finanziato lavori che sarebbero stati eseguiti comunque, bonus o non bonus. Non solo: un altro studio di Via Nazionale ha concluso che il Superbonus avrebbe spiegato circa metà dell’aumento dei costi di costruzione delle abitazioni fra settembre 2021 e dicembre 2023. La meccanica è quasi banale, una volta spiegata: quando lo Stato rimborsa più o meno tutto, il consumatore ha meno interesse a negoziare il prezzo dei lavori, e il mercato trova più spazio per alzarli. Anche il Fmi è stato netto sul punto: gli incentivi all’edilizia hanno sostenuto la crescita, ma hanno pesato fortemente sui conti pubblici e andrebbero resi meno generosi e più concentrati sui nuclei a basso reddito.
Il problema, dunque, non è incentivare l’efficienza energetica o la riqualificazione degli edifici. È farlo in modo tale da non trasformare una politica ambientale e industriale in un enorme trasferimento di denaro pubblico verso prezzi gonfiati, rendite e lavori che sarebbero stati realizzati comunque.
La lezione generale, alla fine, è meno ideologica di quanto la vulgata anti-sussidi lasci intendere. I bonus non sono un “malus”. Sono strumenti: utili se circoscritti, regressivi o distorsivi se distribuiti a pioggia. Funzionano meglio quando sono temporanei, selettivi, semplici da richiedere e da valutare; funzionano peggio quando sostituiscono riforme vere o cancellano ogni responsabilità di spesa in capo al beneficiario. Ed eccoci al paradosso finale. Dopo anni passati a evocare la fine della «logica dei bonus», la politica si è ritrovata con un arsenale talmente ampio di aiuti da poterlo usare perfino al contrario, come una leva punitiva anziché premiale. A Legnago, dopo alcuni gravi episodi di microcriminalità giovanile, il sindaco Paolo Longhi ha proposto di togliere contributi comunali e benefici non essenziali alle famiglie dei minori che delinquono, se i genitori non collaborano con i servizi sociali. Il bonus, nato come strumento di sostegno, si trasformerebbe così nel suo esatto contrario: non più incentivo a fare qualcosa, ma minaccia per non fare qualcos’altro. «Bonus maranza»? No grazie.
