Quanto si è impoverito il pensionato del ceto medio negli ultimi 13 anni? Chi nel 2012 incassava un assegno di 2.500 euro lordi al mese, nel 2025 è arrivato a 2.826 (circa 1.917 netti), ma ha perso per strada, in quei tredici anni, oltre 37mila euro lordi. Una perdita che riguarda circa 3,3 milioni di pensionati. A fare il conto e cercare i motivi è una ricostruzione di Dataroom (Corriere della Sera) con il Centro Studi Itinerari Previdenziali, che definisce appartenente al ceto medio chi riceve al mese una pensione tra 2.400 e 5.300 euro lordi.
Come funziona la rivalutazione e cosa significa «perdere» migliaia di euro
Fino al 1992 pensioni e stipendi crescevano insieme grazie alla scala mobile, abolita dalla riforma Amato. Dal 1994 gli assegni si adeguano invece all’inflazione: è la cosiddetta perequazione automatica, pensata perché chi non lavora più non ha contratti da rinnovare. Il recupero però non è uguale per tutti. Si misura rispetto al trattamento minimo Inps, cioè l’importo più basso garantito: se una pensione è inferiore, lo Stato integra la differenza. Più l’assegno è alto in multipli del minimo, meno inflazione viene recuperata.
E la «perdita»? È la differenza tra quello che il pensionato ha incassato e quello che avrebbe incassato se l’assegno fosse sempre salito quanto i prezzi. Ogni anno di recupero ridotto abbassa la base di partenza di quello dopo, e il divario si somma e si ripete. Sono usati due sistemi: a scaglioni, dove la percentuale cala solo sulla parte di pensione che supera ogni soglia, e a classi, dove superare la soglia, anche di un euro, riduce il recupero sull’intero assegno. Il secondo è molto più penalizzante.
Blocco Monti e anni successivi: come si è formata la perdita
Nel 2012 il governo Monti ferma per due anni l’adeguamento sopra tre volte il minimo. La Corte costituzionale lo dichiara illegittimo, ma il recupero è minimo: il 10% del dovuto. Dal 2014 si applica il sistema a classi: con un assegno di oltre cinque volte il minimo si recupera metà dell’inflazione. Nel 2020 e 2021, con il governo Conte II, la soglia di recupero pieno sale a circa 2.050 euro lordi, senza cambiare il meccanismo. Gli scaglioni tornano nel 2022, quando la perdita ha già raggiunto 22.979 euro.
La stretta del 2023 e il confronto con gli altri Paesi
Nel 2023 e 2024, con i prezzi in forte rialzo, il governo Meloni torna al sistema a classi: il pensionato di fascia media recupera il 53% dell’inflazione e lo Stato risparmia circa 10 miliardi in due anni. Dal 2025 tornano gli scaglioni, ma si sono persi altri 14.519 euro: il totale è 37.498. Un altro indicatore è il valore dell’assegno in multipli del minimo: 5,34 nel 2011, 5,07 nel 2022 (con 2.614 euro), 4,72 nel 2025.
Secondo l’Ocse, cinque Paesi recuperano l’inflazione per intero solo sotto certe soglie: Austria, Colombia, Italia, Lettonia e Portogallo. Colombia, Lettonia e Portogallo hanno però regole stabili, mentre in Italia e in Austria cambiano spesso, tanto che l’Ocse parla di rivalutazione «quasi discrezionale». In Italia i criteri sono stati modificati 15 volte in trent’anni.
Manovra 2027 e futuro: cosa aspettarsi
Per il ceto medio la prossima legge di Bilancio sembra puntare più sul fisco che su un aumento dell’assegno lordo o su migliori tassi di rivalutazione. Tra le ipotesi circolate c’è un alleggerimento dell’Irpef sui redditi medio-alti, con un risparmio che le stime più ottimistiche fissano fino a circa mille euro l’anno.
Sulle pensioni, invece, un recupero pieno dell’inflazione per le fasce medie appare lontano: servirebbero oltre 10 miliardi e le risorse andrebbero prima alle pensioni minime. Sono per ora ipotesi, da confermare con il testo definitivo.
C’è poi un nodo che riguarda chi andrà in pensione dopo. Dal 2036 tutti gli assegni saranno calcolati solo sui contributi versati: partiranno quindi più bassi per chi ha avuto stipendi modesti o carriere discontinue. Se a questo si aggiungesse una rivalutazione che cambia a ogni governo, il rischio non sarebbe più un ceto medio impoverito, ma una vera fragilità economica da anziani.
