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Patrimoniale, ecco quanto pagano davvero i ricchi in Europa

Patrimoniale, ecco quanto pagano davvero i ricchi in Europa

La patrimoniale torna al centro del dibattito politico. Ecco quali Paesi europei tassano i grandi patrimoni, quanto si paga e perché l’Italia resta un caso particolare

La parola “patrimoniale” continua a essere una delle più divisive del vocabolario politico italiano. Basta pronunciarla perché il dibattito si trasformi immediatamente in uno scontro ideologico tra chi la considera uno strumento necessario per ridurre le disuguaglianze e chi la vede come una minaccia per il risparmio e gli investimenti.

L’ultima scintilla è arrivata dalle dichiarazioni del leader di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni, che ha sostenuto la campagna europea “Tax the Rich”, rilanciando l’idea di una tassazione sui grandi patrimoni. Una posizione che ha immediatamente riacceso il confronto anche all’interno del centrosinistra, con la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein che ha ribadito come una patrimoniale non faccia parte del programma dell’area progressista.

Al di là delle polemiche politiche, il tema torna ciclicamente perché si intreccia con una questione sempre più evidente: l’aumento delle disuguaglianze economiche e patrimoniali, non soltanto in Italia ma in gran parte dell’Europa.

Patrimoniale, ecco quanto pagano davvero i ricchi in Europa

La ricchezza si concentra sempre di più

Secondo le analisi di Oxfam, il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede oggi circa il 60% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero ne detiene appena il 7,4%.

Il dato più significativo riguarda però l’evoluzione degli ultimi quindici anni. Tra il 2010 e il 2025 la ricchezza complessiva del Paese è cresciuta di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91% di questa crescita è stato assorbito dal 5% più ricco delle famiglie. Alla metà più povera della popolazione è arrivato appena il 2,7%.

Oggi il 5% più ricco degli italiani controlla quasi il 48% della ricchezza nazionale, una quota superiore a quella detenuta complessivamente dal 90% meno abbiente. Un fenomeno che non riguarda soltanto l’Italia.

Anche Paesi tradizionalmente associati a modelli socialdemocratici avanzati, come la Svezia, hanno registrato negli ultimi decenni un aumento significativo delle disuguaglianze patrimoniali. Un paradosso solo apparente, perché dimostra come il welfare e la tassazione dei redditi non siano sempre sufficienti a contenere la crescita delle grandi ricchezze.

Perché le disuguaglianze crescono anche nei Paesi più avanzati

La spiegazione è in parte politica e in parte economica.

Nel caso svedese, negli ultimi vent’anni sono state abolite alcune delle principali imposte sulla ricchezza. La tassa sulle successioni è stata eliminata nel 2004 e quella sul patrimonio netto nel 2007. Parallelamente, però, il Paese ha mantenuto una delle tassazioni sui redditi più elevate d’Europa.

Secondo la teoria elaborata dall’economista francese Thomas Piketty, il problema nasce quando il rendimento del capitale cresce più velocemente dell’economia reale. In queste condizioni chi possiede grandi patrimoni vede aumentare la propria ricchezza a un ritmo superiore rispetto a chi vive principalmente del proprio lavoro.

Il risultato è una progressiva concentrazione della ricchezza che può verificarsi anche all’interno di sistemi fiscali formalmente progressivi.

Dove esiste davvero una patrimoniale in Europa

Quando si parla di patrimoniale è importante distinguere tra tasse che colpiscono specifiche componenti della ricchezza e imposte che gravano sul patrimonio complessivo delle persone.

In Italia non esiste una vera imposta generale sul patrimonio netto. Esistono invece tributi che colpiscono singoli beni, come l’Imu sugli immobili o il bollo sugli strumenti finanziari.

Diversa è la situazione in alcuni Paesi europei.

Norvegia

La Norvegia applica una tassa sul patrimonio netto delle persone fisiche che supera determinate soglie. L’aliquota ordinaria è pari all’1%, con livelli più elevati per i patrimoni maggiori.

Il gettito prodotto dalla misura vale circa lo 0,6% del Pil nazionale, rendendola una delle forme di tassazione patrimoniale più rilevanti del continente.

Svizzera

La Svizzera rappresenta probabilmente il caso più consolidato in Europa.

L’imposta patrimoniale viene riscossa a livello cantonale e comunale e varia sensibilmente da territorio a territorio. Le aliquote possono arrivare attorno all’1% per i patrimoni più elevati.

Il risultato è un gettito che supera l’1% del Pil, uno dei livelli più alti registrati tra le economie avanzate.

Spagna

La Spagna mantiene una delle patrimoniali più strutturate d’Europa.

L’imposta si applica generalmente oltre una franchigia di circa 700 mila euro e prevede aliquote progressive che possono arrivare fino al 3,5%.

Negli ultimi anni il governo guidato da Pedro Sánchez ha inoltre introdotto una tassa aggiuntiva temporanea sulle grandi fortune superiori ai 3 milioni di euro.

Francia

Per decenni la Francia è stata il simbolo europeo della tassazione patrimoniale grazie all’Impôt de solidarité sur la fortune (ISF), introdotta nel 1982 durante la presidenza di François Mitterrand.

Nel 2018 il presidente Emmanuel Macron ha sostituito quel sistema con l’Impôt sur la fortune immobilière (IFI), che colpisce esclusivamente il patrimonio immobiliare.

La riforma ha escluso gran parte delle attività finanziarie dal perimetro della tassazione patrimoniale, suscitando forti critiche da parte di economisti e forze politiche di sinistra.

Perché l’Italia è un caso particolare

Più che per l’assenza di una patrimoniale generale, l’Italia si distingue rispetto ad altri Paesi europei per la bassa tassazione delle successioni.

Secondo Oxfam, il 63% della ricchezza detenuta dai miliardari italiani deriva da eredità, contro una media mondiale del 36%.

Anche il gettito delle imposte successorie resta tra i più bassi d’Europa. Le entrate generate rappresentano circa lo 0,1% del totale fiscale nazionale, contro l’1,36% registrato in Francia.

Questo significa che una quota rilevante della trasmissione della ricchezza tra generazioni continua a essere tassata in misura relativamente contenuta rispetto ad altri sistemi europei.

Il problema della progressività fiscale

Il dibattito sulla patrimoniale si collega inevitabilmente a quello sulla progressività del sistema fiscale.

Quando fu introdotta nel 1974, l’Irpef prevedeva ben 32 aliquote, con un’aliquota marginale massima del 72%. Oggi gli scaglioni sono diventati tre e il livello massimo del 43% si applica a tutti i redditi superiori a 50 mila euro annui.

In pratica, chi dichiara 60 mila euro e chi dichiara diversi milioni di euro viene assoggettato alla stessa aliquota marginale massima.

In molti altri Paesi europei la situazione è diversa. In Spagna l’aliquota più elevata scatta oltre i 300 mila euro annui, in Francia oltre i 180 mila euro circa e in Germania oltre i 278 mila euro.

A questo si aggiunge il crescente peso di regimi sostitutivi e tassazioni proporzionali che, secondo diversi osservatori, hanno progressivamente ridotto la capacità redistributiva del sistema fiscale italiano.

Una discussione destinata a tornare

L’ultima vera misura che nell’immaginario collettivo viene associata a una patrimoniale resta il prelievo straordinario sui conti correnti disposto dal governo Amato nel luglio del 1992.

Tecnicamente non si trattava di una patrimoniale in senso stretto, perché colpiva indistintamente tutti i correntisti senza criteri di progressività. Eppure quell’episodio ha lasciato un segno profondo nel dibattito pubblico italiano.

Oggi il confronto si svolge in un contesto completamente diverso. Da una parte cresce la concentrazione della ricchezza, dall’altra aumentano le pressioni sui bilanci pubblici e sulla sostenibilità dei sistemi di welfare. Per questo la discussione sulla tassazione dei grandi patrimoni continua a riemergere periodicamente.

La vera domanda non è soltanto se introdurre o meno una patrimoniale, ma quale modello fiscale adottare in un’economia nella quale la ricchezza finanziaria e patrimoniale pesa sempre più rispetto ai redditi da lavoro. Ed è proprio su questo terreno che nei prossimi anni si giocherà una delle partite economiche più importanti per l’Europa e per l’Italia.

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