Riaperto Hormuz – a singhiozzo -, rischiano di chiudere i frantoi: dopo la guerra del petrolio scoppia quella dell’olio (extravergine?) che sta sconvolgendo le campagne italiane a poche settimane dalla nuova campagna di raccolta e mette a rischio la credibilità di Ursula von der Leyen. L’ulivo fu consegnato agli uomini da Atena (o, se volete, da Minerva che campeggiava sulle monete da 100 lire: altre epoche, altra felicità), dea della saggezza, come il più prezioso dei doni perché dava luce, medicamento e nutrimento. La Genesi ci racconta di come Noè si rese conto che l’ira di Dio era cessata, dopo il diluvio, perché la colomba gli riportò un ramo d’ulivo. Invece gli uomini di oggi, inseguendo il danaro, stanno distruggendo colture e culture millenarie: dalla dieta, alla pace mediterranea. Viene in mente un testo abbastanza dimenticato di Martin Heidegger, L’abbandono, per mettere insieme dimensione divina dell’albero dell’ulivo e dimensione utilitaristica dell’olio, a significare che molta della nostra civiltà – non solo alimentare – dipende da quella pianta che ha in sé il “kairos” il tempo buono, il tempo della qualità.
E d’abbandono bisogna parlare, perché l’Italia nella guerra dell’olio ha i suoi caduti: 200 mila ettari di uliveti lasciati andare, altri 300 mila in via di dismissione. Significa il 20% potenziale della nostra capacità produttiva. A cui si aggiunge la sciagura della Xylella che ha fatto fuori 22 milioni di ulivi in Puglia, quasi il 40% della capacità produttiva del serbatoio italiano. Sono tutti doni dell’Ue che non ha mai fatto chiarezza sulle etichette, che importa olio a dazio zero dalla Tunisia – avviata a essere il primo produttore mondiale -, che ha consentito agli spagnoli di fare una politica commerciale aggressiva, che ci ha “regalato” il batterio killer perché nel porto di Rotterdam i controlli fitosanitari sono a zero e il batterio è arrivato con le piante tropicali.
Gli oliveti in Italia sono stati abbandonati perché con il sistema di coltivazione iperintensivo l’Andalusia, la Mancha, dove il caporalato impera, hanno invaso l’Europa e il mondo con oli a bassissimo prezzo. Ma è un sistema che sta crollando e rischia di travolgere anche i pezzi di Belpaese rimasti ancorati all’ulivicoltura tradizionale, aprendo le porte del mercato a produzioni di Paesi extraeuropei che fanno dumping perché pagano la manodopera una miseria, come appunto la Tunisia.
La guerra dell’olio è ferocissima. Per comprenderla occorre partire dai numeri. L’Italia è il Paese a più forte consumo di extravergine: circa 13 litri a persona, ma abbiamo una produzione che non basta, eppure ne esportiamo molto. Stando a Ismea – l’agenzia del ministero dell’Agricoltura che monitora produzioni, mercati e consumi agroalimentari – noi gustiamo 750 mila tonnellate di olio da oliva per un valore complessivo di circa 3 miliardi. Ma Unaprol – consorzio olivicolo nazionale con circa centomila imprese agricole associate – sostiene che l’Italia produca circa 234 milioni di litri di olio extra vergine d’oliva (è la punta qualitativa degli oli vegetali che si estraggono dalle drupe), cifra che potrebbe essere rivista al ribasso se ci fossero controlli più severi – a fronte di consumi interni pari a 461 milioni di litri, un export di 318 milioni di litri e un import di ben 545 milioni di litri all’anno. C’è qualcosa che non torna soprattutto se si tiene conto che nei frantoi nostrani c’è uno stock di olio extravergine pari a 221 mila tonnellate (dati di fine maggio), di cui circa la metà di origine italiana.
Tutto questo condiziona il prezzo, che non è più remunerativo, e i frantoi stanno chiudendo uno dopo l’altro. Un fortissimo allarme è venuto da Andria – uno dei distretti oleari più importanti: 20 mila ettari di uliveti e oltre 3 milioni di piante – con Riccardo Guglielmi, coordinatore del dipartimento nazionale Agrocepi Frantoi, che sostiene: «Abbiamo i silos pieni, la domanda viene compressa apposta per abbassare i prezzi e far entrare olio straniero». Proprio dalla Puglia è partita una mobilitazione nazionale di Coldiretti-Unaprol che denunciano due fenomeni: un’invasione di olio estero e una spinta alla contraffazione. Non a caso il “grido” di battaglia è «Fermiamo i trafficanti di olio extravergine d’oliva made in Italy». Secondo uno studio di Divulga – think tank che si occupa di economia agricola -, nell’ultimo anno il prezzo del prodotto è crollato del 50% passando da circa 9 euro al litro dello scorso anno alle quotazioni attuali che non vanno oltre i 4,80 euro, mentre i costi a carico dei produttori nazionali sono aumentati di oltre 200 euro a ettaro. La ragione – secondo David Granieri, vicepresidente di Coldiretti e presidente di Unaprol – sta in questi fattori: la miscelazione di olio d’oliva extravergine con sottoprodotti trattati termicamente che, per magia, diventano extravergine, l’arrivo di olio a dazio zero dalla Tunisia, le triangolazioni che gli spagnoli fanno con oli esteri che, guarda un po’, diventano comunitari e addirittura italiani. Per fermare tutto questo servono più controlli, l’etichetta d’origine e maggiore informazione al mercato.
Sugli scaffali dei supermercati si trovano oli spacciati per extravergine sotto i 5 euro al litro: il costo di produzione in Italia per un vero extravergine non può scendere sotto gli 11 euro. Che olio è quello a scaffale? Basta girare l’etichetta per leggere «da olive Ue non Ue», ma non ci sono né le percentuali, né le provenienze, né i luoghi e i sistemi di spremitura. A Bruxelles di mettere finalmente sotto controllo il settore non se ne parla. Ursula von der Leyen ha due problemi: il primo non scontentare gli spagnoli, il secondo non smentire sé stessa; lei ha incoraggiato la Tunisia a incrementare la produzione promettendo un assorbimento crescente di olio da parte dell’Europa. L’impegno assunto è arrivare a importare centomila tonnellate senza dazio. Per avere un’idea basta soffermarsi a considerare che un raccoglitore di olive in Tunisia è pagato 5 dollari al giorno – in Italia non si scende sotto gli 80 euro al quintale che più o meno corrisponde a un giorno di raccolta – e che il costo di produzione in Africa non va oltre 1,80 euro al litro contro un minimo di 9 euro in Italia.
Eppure anche la Tunisia – noi siamo il primo importatore con circa 67 mila tonnellate su 260 mila che è l’export complessivo del Paese africano – sta soffrendo per un ribasso dei prezzi ma, soprattutto, per uno scandalo che ha coinvolto Abdelaziz Makhloufi, il principale commerciante, finito agli arresti e Adel Ben Romdhane, il boss dell’export rifugiato in Spagna, che hanno fatto un buco da 180 milioni di euro. Il risultato è che 300 frantoi tunisini sono falliti e che il piano olivicolo nazionale che ha consentito alla Paese di sorpassare l’Italia nella produzione (450 mila tonnellate in Africa, circa 300 mila noi) sta subendo una battuta d’arresto anche se sono già arrivati a un milione e mezzo ettari olivati.
Ma chi trae profitto da queste situazioni? Soprattutto i grandi gruppi spagnoli diventati ormai non più produttori, ma intermediatori a livello globale di olio da olive. Deoleo, il maggiore imbottigliatore al mondo, fa 2 miliardi di fatturato; Magasa, che “regna” in Andalusia, supera i 2 miliardi; Acesur intasca 1,4 miliardi; Borges 1,3 miliardi. I primi venti marchi davvero italiani messi insieme non arrivano a 2 miliardi. Sono i big spagnoli che fanno il prezzo e dirigono il mercato, anche a discapito dell’agricoltura patria. L’Assemblea dei Comuni olivicoltori spagnoli una settimana fa ha sottoscritto la Dichiarazione di Adamuz in cui si legge: «Con un prezzo medio di 3,51 euro al chilo oltre il 75% della superficie olivicola spagnola è in perdita. Il costo di produzione negli oliveti tradizionali oscilla tra 5,3 euro al litro a 4,18 in pianura. Negli oliveti intensivi e a siepe i costi superano i 3,52 euro». Morale, anche la Spagna che produce 1,4 milioni di tonnellate rischia di rimetterci. Perché? Perché l’olio oggi si fa in mezzo mondo e l’Ue fa accordi commerciali dove l’agricoltura è solo merce di scambio. Ah, sia detto per inciso, l’extravergine è il primo ingrediente della Dieta mediterranea, patrimonio Unesco. Ma a Bruxelles preferiscono la margarina.
