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L’India cambia pelle: la nuova potenza industriale globale che sfida la Cina

L’India cambia pelle: la nuova potenza industriale globale che sfida la Cina

Con una crescita del Pil di oltre il 7 per cento nel 2025, Nuova Delhi si conferma l’economia emergente del continente asiatico, superando ancora una volta la Cina. Alla base, un mercato interno in grande espansione e una forte digitalizzazione che attira gli investimenti stranieri

Ktm è la casa europea che vende più moto nel mondo. E con la sua gamma di modelli dalle alte prestazioni è un simbolo dell’industria meccanica austriaca. Peccato che sia finita in una profonda crisi e a salvarla ci abbia pensato il gruppo indiano Bajaj. Una svolta storica ma non del tutto sorprendente: all’ultima fiera internazionale delle motociclette di Milano, l’Eicma, uno degli stand più ricchi di novità era dominato dal marchio Royal Enfield, la più antica azienda del settore ancora in attività, anche lei indiana.

Certo, quello delle moto è un comparto di nicchia in Europa (ma non certo in Asia dove milioni di persone si spostano sulle due ruote): tuttavia è un buon indicatore dell’aggressività tecnologia e commerciale di un Paese. E l’India sembra pronta a sfidare la Cina in questa corsa. Insomma, la più grande democrazia globale guidata con piglio quasi autoritario da Narendra Modi non è più soltanto la nazione dei call center e del software «in outsourcing».

È un’economia che oggi compra, guida e reinventa pezzi interi dell’industria globale. Per anni la narrazione dell’ascesa asiatica è stata una storia quasi esclusivamente cinese, con Pechino descritta come la «fabbrica del mondo» e l’epicentro di ogni catena del valore. Oggi però, mentre il motore del Dragone rallenta e convive con problemi di debito, demografia e fiducia degli investitori, la traiettoria indiana corre in controtendenza, con tassi di crescita che la collocano stabilmente tra le economie più dinamiche del G20. Nel 2024 l’India ha registrato una crescita del Pil di circa il 7 per cento (contro il 5 della Cina) e si prepara a chiudere il 2025 su livelli simili, con trimestri che hanno superato la soglia dell’8 per cento, confermandosi come la grande economia con il ritmo di espansione più sostenuto tra i Paesi avanzati ed emergenti.

Non si tratta solo di rimbalzo postpandemico, ma di un trend strutturale alimentato dall’aumento della classe media, dalla transizione digitale e da una strategia esplicita del governo che punta a trasformare il Paese in una piattaforma produttiva alternativa e complementare alla Cina. Il suo primo grande vantaggio competitivo è la dimensione del mercato domestico. Con circa 1,4 miliardi di abitanti e oltre il 65 per cento della popolazione sotto i 35 anni, l’Elefante dispone di una base di consumatori che cresce non solo in numero, ma soprattutto in potere d’acquisto. La combinazione fra urbanizzazione, diffusione capillare degli smartphone, pagamenti digitali e piattaforme di e-commerce ha creato un ecosistema in cui milioni di persone entrano ogni anno nell’economia formale, spingendo verso l’alto vendite di moto, auto, elettrodomestici, beni di largo consumo e servizi digitali. Per molte multinazionali questo significa poter contare su una domanda interna sufficiente a giustificare investimenti di lungo periodo, con l’India che diventa così sia mercato finale sia base industriale per l’export verso l’Africa, il Medio Oriente e l’Occidente. Se dunque negli anni Novanta e Duemila il marchio di fabbrica locale erano i servizi di informatica per le grandi aziende occidentali, oggi la parola chiave è manifattura.

Il governo di New Delhi, con programmi come «Make in India» e incentivi mirati, punta chiaramente a spostare una fetta crescente delle catene del valore globali sul proprio territorio, attirando multinazionali e favorendo la scalata internazionale dei propri gruppi industriali. Il risultato è che il gigante non è più solo il Paese a cui si esternalizzavano call center o sviluppo software, ma anche un polo di produzione di smartphone, componenti elettronici, veicoli, farmaci, prodotti chimici e beni di consumo.

La nuova potenza industriale indiana ha nomi e cognomi ben precisi. Il conglomerato Tata Group è forse il più emblematico: fondato nel 1868, attivo dall’acciaio all’auto, dall’informatica all’aviazione, dall’energia all’hospitality, conta oltre un milione di dipendenti e un fatturato di circa 180 miliardi di dollari, integrando produzioni domestiche e acquisizioni all’estero come Jaguar Land Rover e pure l’italiana Iveco.

Accanto a Tata, l’Aditya Birla Group e l’Hinduja Group rappresentano altri due pilastri di un  capitalismo familiare che ha saputo globalizzarsi, con interessi che spaziano dalla metallurgia al cemento, dalla moda alle energie rinnovabili, dalla chimica ai servizi finanziari, dall’automotive ai media. Nel campo dell’economia della conoscenza, player come Infosys, Wipro e Tcs hanno consolidato l’India come hub globale per il software e la consulenza tecnologica, spingendo verso servizi ad alto valore aggiunto, automazione e Intelligenza artificiale.

Nel settore automoto, la capacità indiana di produrre veicoli robusti, economici e sempre più tecnologici è diventata un asset competitivo di peso. Aziende come Bajaj Auto, Hero MotoCorp, Tvs e Mahindra dominano il mercato domestico e si espandono in Asia, Africa e America Latina, spesso con prodotti pensati per le esigenze dei Paesi emergenti, ma coltivano anche l’obiettivo di crescere in Occidente. Anche l’automotive a quattro ruote vede l’India emergere come piattaforma cruciale per veicoli compatti, piccoli Suv e, progressivamente, per l’elettrico, con investimenti di gruppi internazionali affiancati a player domestici in crescita.

La vera discontinuità degli ultimi anni è la fusione tra manifattura e digitale. Il Paese si è dotato di una delle infrastrutture pubbliche digitali più avanzate al mondo, l’India Stack, che integra identità digitale, pagamenti istantanei e accesso a servizi pubblici e privati, consentendo oggi a circa 900 milioni di persone di effettuare pagamenti diretti dal cellulare. Non sorprende quindi che i giganti della tecnologia vedano l’India come uno dei pilastri del proprio futuro globale: Amazon ha annunciato programmi di investimento per decine di miliardi di dollari, Apple ha accelerato sulla produzione di iPhone nel Paese, mentre Microsoft e Google rafforzano data center, cloud e progetti di Intelligenza artificiale dedicati al mercato indiano.

Per queste aziende la nazione è laboratorio di innovazione a basso costo, enorme bacino di talenti digitali e mercato finale in espansione, con la possibilità di testare modelli di business poi esportabili altrove. Dietro questa ondata di investimenti stranieri c’è una combinazione di fattori difficilmente replicabile. La demografia favorevole garantisce una forza lavoro abbondante e giovane per molti anni, riducendo la pressione sul welfare e alimentando consumi interni, mentre la crescita delle startup, con l’India già tra i primi Paesi al mondo per numero di unicorni (società che hanno raggiunto una valutazione di mercato di almeno un miliardo di dollari prima della quotazione) segnala una vivacità imprenditoriale inedita. Allo stesso tempo, le riforme fiscali, la progressiva semplificazione normativa in alcuni settori e l’impegno a potenziare infrastrutture come porti, strade, reti energetiche, hanno migliorato il contesto per imprese locali e multinazionali, pur in un quadro che resta complesso.

Contano anche i fattori geopolitici: in un mondo frammentato in blocchi, molte aziende cercano di diversificare le catene di fornitura riducendo l’eccessiva dipendenza dalla Cina, e l’India, pur mantenendo una propria autonomia strategica, si propone come partner affidabile per Stati Uniti, Europa, Giappone e Paesi del Golfo.

In questo scenario, l’Italia non parte da zero. Nel 2024 l’interscambio tra i due Paesi ha superato i 14,2 miliardi di euro, con l’obiettivo condiviso di arrivare a 20 miliardi entro il 2029, secondo i dati e i target richiamati nella missione del ministro degli Esteri, Antonio Tajani. La recente visita del vicepremier a New Delhi e Mumbai, la seconda in meno di otto mesi, ha avuto proprio lo scopo di rafforzare i legami industriali, promuovere la collaborazione in settori strategici come automotive, rinnovabili, tecnologie dello sport, agrifood e infrastrutture, e aprire nuove porte alle imprese italiane interessate al mercato indiano.

L’interesse è reciproco: per la nazione, il made in Italy rappresenta competenze chiave in meccanica di precisione, automazione, agricoltura avanzata, economia circolare, difesa, spazio e valorizzazione del patrimonio culturale. Ultimo esempio: una commessa da 500 milioni ottenuta pochi giorni fa dalla Danieli per un nuovo impianto siderurgico della Steel Authority of India. Del resto molti campioni nazionali in India ci sono da anni, spesso lontano dai riflettori. Piaggio, per  esempio, produce e vende nel Paese veicoli a due e tre ruote per il trasporto passeggeri e merci, adattando i propri prodotti alle esigenze locali e utilizzando il Paese anche come base per servire altri mercati asiatici.

Nel complesso operano in India oltre 700 imprese italiane, tra grandi gruppi e Pmi, attive in settori che spaziano dalla meccanica all’energia, dalla chimica ai servizi, spesso attraverso joint venture con partner locali. Per le nostre aziende si tratta di una doppia opportunità. Da un lato, c’è il mercato interno, enorme e in crescita, in cui il made in Italy può giocare la carta della qualità, del design e della tecnologia per le fasce medio-alte della popolazione urbana, e quella dell’efficienza per i segmenti più popolari, in settori come macchinari, filiera auto, agricoltura avanzata e tecnologie ambientali. Dall’altro lato, c’è la possibilità di usare la nazione come piattaforma produttiva e di innovazione per servire altre regioni, integrando la presenza indiana nelle catene del valore globali in cui le imprese italiane sono già inserite.

Le sfide non mancano: burocrazia, complessità regolatoria, competizione locale molto aggressiva e la necessità di costruire relazioni di lungo periodo con partner affidabili. Ma proprio il successo dei grandi gruppi indiani, la crescita del numero di unicorni e la scelta dell’Italia di puntare su strumenti come una linea di credito dedicata, garanzie sui prestiti e piattaforme digitali per mettere in contatto imprese dei due Paesi indicano che la direzione è tracciata.

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