L’escalation del conflitto in Medio Oriente ha riportato il costo dell’energia al centro del dibattito sull’economia europea, non tanto come emergenza improvvisa quanto come fattore strutturale di instabilità che continua a condizionare prezzi, investimenti e scelte industriali.
Il prezzo del gas ha reagito in modo meno violento rispetto allo shock del 2022, ma le quotazioni europee sono comunque più che raddoppiate. Questa dinamica si riflette direttamente sul mercato elettrico, dove il gas continua a fissare il prezzo marginale, soprattutto nei Paesi con una quota ancora significativa di generazione termoelettrica, rendendo l’economia europea molto sensibile anche a oscillazioni relativamente contenute dell’offerta di gas. Il nodo centrale rimane la dipendenza dall’estero.
Nel 2025 l’Unione Europea ha importato prodotti energetici per circa 337 miliardi di euro, una cifra che pesa sulla bilancia commerciale e che rappresenta un trasferimento netto di risorse verso Paesi esportatori di energia (Paesi del golfo, ma anche Stati Uniti, Algeria, Libia, Azerbaigian).

Le poche riserve interne all’area spiegano questa fragilità strutturale: UE+ Regno Unito+Norvegia dispongono di riserve di gas naturale equivalenti a circa sei anni di consumo ai livelli attuali (molto pochi), mentre le riserve di petrolio risultano essere addirittura inferiori alla domanda annuale, rendendo l’Europa inevitabilmente esposta a ogni crisi geopolitica nell’area mediorientale e nei corridoi di transito.
La risposta politica si è tradotta nel lancio del pacchetto AccelerateEU, concepito come strumento economico e industriale per trasformare lo shock geopolitico in accelerazione strutturale della transizione, unica vera alternativa strategica per il continente europeo.
AccelerateEU punta a ridurre la domanda di gas di circa il 15% entro il 2028 rispetto ai livelli del 2024, ad aumentare il tasso di elettrificazione finale dei consumi oltre il 35% entro il 2030 e a sostenere l’installazione di oltre 100 gigawatt aggiuntivi di capacità rinnovabile entro la fine del decennio, con un focus particolare su eolico e solare. Il pacchetto prevede inoltre la mobilitazione di circa 200 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati tra il 2026 e il 2030, destinati soprattutto al rafforzamento delle reti elettriche, allo sviluppo di grandi dorsali transfrontaliere e alla digitalizzazione del sistema energetico, elementi considerati essenziali per assorbire volumi crescenti di produzione rinnovabile.

Dal punto di vista macroeconomico, l’obiettivo dichiarato è duplice: ridurre la volatilità dei prezzi dell’energia e aumentare la resilienza del sistema produttivo europeo. Un passo necessario e non più rimandabile vista anche l’importanza della manifattura nel continente europeo.
E’ già oggi evidente che i paesi che hanno meno dipendenza da combustibili fossili (grazie a forte presenza di rinnovabili e/o presenza di centrali nucleari) hanno un vantaggio enorme: i prezzi medi dell’elettricità sono più bassi (si guardi a Francia o ai paesi nordici) e soprattutto sono più stabili essendo meno sovente settati dal prezzo del gas naturale (si guardi alla Spagna rispetto all’Italia), come ci viene ben mostrato dal grafico di FT/Fidelity e da quello di Impax Asset Management rispettivamente.


Sul fronte della domanda di energia da fonti alternative, i grafici mostrano una trasformazione altrettanto rilevante. Le vendite di pompe di calore in Europa sono cresciute in modo costante dal 2015 al 2025, passando da valori marginali a decine di milioni di unità installate, con una forte correlazione temporale con l’aumento dei prezzi del gas. Dall’inizio del conflitto del 2026, diversi operatori del mercato dell’energia segnalano un incremento delle richieste di informazioni per efficientare i consumi a dimostrazione di come anche i privati reagiscano agli shock. Una dinamica di domanda in crescita emerge anche lato fotovoltaico e sulla mobilità elettrica, dove la crescita delle vendite continua anche grazie all’arrivo di modelli di veicoli più performanti lato durata delle batterie e concorrenziali in termini di prezzo.
Senza dubbio è vero che molte delle componenti relative all’elettrificazione l’Europa le importa dalla Cina, come d’altra parte molti altri paesi in giro per il mondo. A testimonianza di ciò è interessante far osservare come il paese asiatico stia facendo segnare mese dopo mese nuovi record lato esportazioni di veicoli elettrici, pannelli solari e batterie.

Che il futuro sia roseo per le aziende, europee e non, protagoniste della transizione energetica, lo si vede molto bene anche in borsa dove, anche quest’anno come già nel 2025, i prodotti che vi investono stanno performando molto meglio del mercato azionario complessivo. Il grafico di Bloomberg che prende in considerazione l’andamento di un paio di ETF e di uno storico fondo tematico lo mostra bene.

Alla prossima!
