Mesi e mesi di palude statica, indiscrezioni e ipotesi più suggestive che realistiche. Ma ora i puntini iniziano a collegarsi, e il quadro appare più limpido e al tempo stesso sconcertante. Sconcertante perché tutte le verità che pensavamo di conoscere erano in realtà menzogne. Sconcertante perché Alberto Stasi, che secondo la perizia della dottoressa Cristina Cattaneo non era sulla scena del crimine al momento dell’omicidio, è stato condannato a 16 anni di galera e ne ha scontati 10. Ora, invece, si profila per lui la probabile revisione del processo. Lo spostamento dell’omicidio più avanti nel tempo, infatti, vedrebbe il fidanzato di Chiara Poggi al pc di casa sua, intento a lavorare alla tesi di laurea.
Cerchiamo dunque di far ordine in questo marasma spiegando per filo e per segno quali siano i principali elementi in campo e la loro interpretazione in chiave investigativa.
L’ipotesi di più assassini
Una delle teorie che si è fatta strada nelle ultime settimane nello fra rovi e le sterpaglie garlaschesi ipotizza che l’assassino non sia uno solo, ma si sia avvalso di complici. E che il delitto fosse premeditato e avvenuto in più fasi, forse quattro (cucina, divano, zona telefono e scale). Ad alimentare questa possibilità le nuove testimonianze dei vicini di casa dei Poggi.
In particolare, la sera antecedente all’omicidio, uno dei vicini avrebbe visto due persone all’interno di «una macchina ferma nella via alle 22». Un secondo testimone racconta invece di «un uomo curvo in bici fermo davanti al cancello nella villetta», intorno alle 7:30 del 13 agosto 2007. Una terza persona, infine, afferma a proposito dell’unico indagato che «Sempio qui non si è mai visto, io stavo sempre in giardino, forse veniva con gli amici a prendere Marco Poggi la sera». Un episodio che allontanerebbe anche lui dalla scena del crimine.
Chi sono i protagonisti dell’esposto
Un menù ricchissimo che vanta fra i piatti principali anche l’esposto presentato in Procura, comprendente anche chat e audio, sul possibile depistaggio dell’indagine. La denuncia chiamerebbe in causa Antonio De Rensis, avvocato di Stasi, il quale avrebbe cercato di indirizzare il dibattito mediatico intorno a Garlasco. A questo proposito, la criminologa Roberta Bruzzone ha espresso il proprio parere: «Ci sono dei passaggi, a mio modo di vedere, estremamente significativi. Quello che riguarda il tirare in ballo il fratello di Chiara Poggi, addirittura attribuendogli una relazione intima con l’attuale indagato Andrea Sempio, lo trovo uno dei passaggi in assoluto più agghiaccianti».
Uno dei punti chiave dell’esposto è la testimonianza su una delle gemelle Cappa, cugine di Chiara. Nel maggio dello scorso anno, durante la prima fase delle nuove indagini, venne effettuato il dragaggio del canale di Tromello, dove si presumeva potesse essere l’arma del delitto. Una testimone aveva infatti riferito di aver visto Stefania Cappa con «pesante borsone» proprio la mattina dell’omicidio, e proprio nei pressi del canale. Qui, sempre secondo il racconto, avrebbe gettato l’arma con cui Chiara Poggi sarebbe stata uccisa. Una versione che avrebbe contribuito a nutrire dubbi sulla posizione delle gemelle Cappa.
Come si profila il caso Garlasco
Un altro elemento particolarmente curioso è quello dell’«impronta di piede nudo femminile, taglia 37-38, con alluce valgo», rilevato grazie alla perizia dei consulenti dei Poggi vicino alla porta a soffietto che conduce al seminterrato, dove fu rinvenuto il cadavere. Eppure, l’impronta non apparterrebbe alla vittima, ma a uno dei possibili (ignoti) assassini.
Insomma, la palude sembra lasciar spazio a una prateria più verde, più lineare. Una prateria dove i vari elementi non si contrastano fra loro ma si concatenano in un puzzle complesso e al tempo stesso lucido e comprensibile.
