Alla fine l’auto elettrica ha fatto quello che Sergio Marchionne aveva sempre sostenuto. L’auto a batteria è destinata al fallimento. Averci insistito come ha fatto Carlos Tavares ha fatto deragliare Stellantis. Non uno scarto di corsia, ma un’uscita di strada con tanto di guard-rail divelto e conto salatissimo. Ventidue miliardi di euro – per la precisione 22,2 miliardi – è il prezzo della frenata improvvisa sulla transizione elettrica, quella corsa lanciata che doveva portare il gruppo nel futuro e che invece lo ha riportato brutalmente alla cassa.
Il mercato non ha apprezzato la manovra di emergenza. Anzi. Il titolo crolla del 27% a 5,71 euro, livelli che Stellantis non vedeva dai tempi in cui ancora si chiamava ancora portava i nomi di FCA o PSA e non era la creatura ibrida figlia della fusione del 2021. Dividendo cancellato, capitalizzazione evaporata e investitori che guardano il grafico come si guarda un’auto finita contro un platano: in silenzio, con un misto di stupore e rassegnazione.
La spiegazione ufficiale è educata, quasi gentile. Stellantis parla di “decisioni necessarie per correggere la rotta”, di allineamento “alle reali esigenze del mercato”. Tradotto: abbiamo sopravvalutato la velocità con cui il mondo sarebbe passato all’elettrico. A dirlo senza troppi giri di parole è l’amministratore delegato Antonio Filosa, che ammette il peccato originale: una transizione energetica immaginata più rapida dei desideri – e soprattutto delle possibilità – degli automobilisti.
Nel frattempo, mentre si ridimensionano i sogni green, si smonta anche qualche pezzo di fabbrica. LG Energy Solution si prende per 100 dollari simbolici il 49% di Stellantis nella joint venture canadese sulle batterie. Altro che gigafactory strategica: qui siamo al mercatino dell’usato, banco “svendite di fine stagione”.
Il conto, però, non è solo contabile. Dei 22 miliardi di svalutazioni, 6,5 miliardi saranno veri esborsi di cassa nei prossimi quattro anni. Ed è proprio questa la cifra che ha fatto sobbalzare analisti e investitori. Troppa, troppo in fretta. Il gruppo prevede ora una perdita preliminare tra 19 e 21 miliardi nella seconda metà del 2025, mentre per tenere in piedi la “robusta struttura patrimoniale” il consiglio di amministrazione apre alla possibilità di obbligazioni ibride perpetue fino a 5 miliardi. Tradotto anche qui: meglio rinforzare le mura, perché la tempesta non è finita.
Gli analisti non usano toni molto più rassicuranti. Citi resta neutrale, target price a 9 euro, ma avverte che le nuove indicazioni implicano un ritorno al consumo di cassa nel 2026, con un utile operativo risicato tra il 2 e il 3%, e un 2027 ancora avvolto nella nebbia, complice la guerra dei prezzi nel settore. E soprattutto: nella nota di Stellantis non si parla di chiusura di stabilimenti. Un silenzio che, per Citi, significa una cosa sola: la struttura dei costi non è ancora davvero riallineata alle quote di mercato ridotte.
Oddo va giù ancora più pesante: il reset è “molto maggiore di quanto temuto”. Quelle uscite di cassa da 6,5 miliardi sono due o tre volte superiori alle attese del mercato. Equita concorda: cash-out “ben superiore” sia alle proprie stime sia al consensus. Banca Akros parla senza giri di parole di un ammontare “doppio” rispetto alle previsioni. E Oddo chiude il cerchio con una frase che suona come una sentenza: “È difficile definire l’annuncio di oggi come un evento chiarificatore”. Tradotto: sappiamo che va male, ma non sappiamo ancora quanto.
Qualche spiraglio, va detto, c’è. Nel quarto trimestre 2025 le consegne dovrebbero salire a 1,5 milioni di vetture, +9% su base annua, spinte da un Nord America in versione turbo (+43%). Ma l’Europa resta il tallone d’Achille, con vendite in calo e un contesto competitivo sempre più aggressivo. E dal punto di vista finanziario, i numeri restano impietosi: ricavi tra 78 e 80 miliardi, ma margine operativo negativo, cash flow ancora in rosso e un ritorno al positivo promesso – forse – solo nel 2027.
Morale della favola: la transizione elettrica doveva essere un ponte verso il futuro, si è trasformata in un viadotto crollato. Stellantis ora è costretta a ricostruire, mattone dopo mattone, mentre il mercato guarda e presenta il conto. Salato. Molto salato.
