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Economia circolare, ecco perché la guerra la sta accelerando anziché rallentarla

Economia circolare, ecco perché la guerra la sta accelerando anziché rallentarla

Tra tensioni internazionali e materie prime sempre più difficili da reperire, l’economia circolare diventa un pilastro della sicurezza industriale europea

Guerre commerciali, crisi energetica, filiere globali sempre più fragili. Uno scenario non proprio idilliaco. Eppure, paradossalmente, questo mondo che si frammenta non sarebbe un ostacolo all’economia circolare europea, ma uno dei suoi motori principali.

Ne parliamo con Giuliano Maddalena, direttore di SAFE, hub che riunisce consorzi operativi nel settore del recupero e del riciclo, e da vent’anni osserva dall’interno le trasformazioni di un comparto che fatica talvolta a essere compreso fino in fondo, anche da chi lo finanzia. Più il sistema degli approvvigionamenti globali diventa inaffidabile, più l’Europa è costretta a guardare in casa propria. E guardare in casa propria, nel vocabolario industriale di oggi, significa saper trasformare lo scarto in risorsa. Significa ridurre quella dipendenza da materie prime extraeuropee che la Commissione europea stima poter calare del 15-20 per cento entro il 2030 proprio grazie alla crescita dell’economia circolare.

Lei sostiene che conflitti e tensioni geopolitiche stiano paradossalmente accelerando l’economia circolare. Come funziona questo meccanismo nel dettaglio?

La dinamica è abbastanza semplice. Il sistema economico mondiale si basa su un intreccio di filiere produttive altamente interdipendenti. Quando i conflitti bellici e commerciali minano l’interdipendenza, i governi puntano sull’autonomia strategica. L’Europa è vulnerabile perché dipende da paesi terzi sia in ambito energetico che per le materie prime chiave di cui ha bisogno l’industria. Il riciclaggio è una soluzione perché, recuperando gli scarti generati dagli Stati Membri, può ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie vergini extraeuropee. In sintesi, più la situazione internazionale è turbolenta più aumenta l’inaffidabilità degli approvvigionamenti extraeuropei. E nella misura in cui questa inaffidabilità cresce, diventano più decise le politiche pubbliche e industriali in favore dell’Economia Circolare. La Commissione Europea stima che entro il 2030 la crescita dell’Economia Circolare ridurrà del 15–20% la dipendenza dell’Unione dalle materie prime importate.

Parliamo della “valanga della tracciabilità” che secondo lei spazzerà gli operatori opachi: su quali strumenti normativi fa affidamento? E con quali tempi realistici?

Gli strumenti sono molteplici e intervengono su diversi fronti. Il passaporto digitale, per norma europea, sarà presto imposto a un’ampia gamma di prodotti, che saranno tracciati anche nelle fasi del fine vita. Le nuove regole comunitarie riguardano anche la due diligence delle imprese sul fine vita dei prodotti, la punizione del greenwashing e la responsabilità organizzativa, finanziaria e di vigilanza dei produttori in merito al recupero dei rifiuti post-consumo. C’è poi un impressionante giro di vite nei controlli doganali sui flussi di rifiuti, anche grazie all’istituzione di organismi internazionali di coordinamento. Le sanzioni applicate alle irregolarità ambientali sono sempre più estese e severe. E potrei continuare a lungo. Negli ultimi anni il quadro normativo e dei controlli è completamente mutato. Molte prescrizioni chiave non sono ancora operative, ma non tarderanno ad esserlo. Di fronte a questa potenza di fuoco, reputo difficile che gli operatori opachi possano resistere più di 5 anni. Alcuni di loro forse rimarranno a galla, ma solo se inizieranno a rispettare le regole.  

Come distingue un modello di business circolare genuino da uno costruito “a tavolino per cavalcare l’onda”? Esistono segnali d’allarme concreti che un investitore dovrebbe saper leggere?

Anche in questo caso l’evoluzione normativa ci è di aiuto. La reportistica delle imprese, anche quando non è obbligatoria, obbedisce a regole sempre più precise. Oggi un investitore attento e non sventato ha molti più strumenti per giudicare la credibilità delle promesse di un’impresa. Occorre precauzione soprattutto con quelle start-up che si presentano in modo roboante, dichiarando di poter raggiungere risultati epocali in virtù di una qualche idea geniale. Le start-up, in generale, offrono un validissimo contributo all’innovazione; ma in alcuni casi sono mere macchine accalappia soldi, che non dispongono di veri modelli di business e spariscono all’improvviso. Gli indicatori usati nei round di investimento per valutare la prospettiva di crescita di un business non sempre sono sufficienti per capire la realtà, e oltretutto sono facili da truccare. Per fare investimenti sicuri bisogna avere una qualche nozione del contesto operativo e di mercato.

Lei avverte che le filiere circolari che oggi sono le più competitive commercialmente non sono necessariamente quelle che sopravviveranno. Può fare esempi concreti di filiere che considera solide e di altre che ritiene a rischio bolla?

Oggi nel settore circolare le imprese che operano nell’illegalità sono commercialmente molto competitive, e spesso più competitive di chi lavora bene. La loro competitività deriva dalla sistematica elusione dei costi necessari a rispettare le regole e garantire standard decenti a livello ambientale, sociale e di sicurezza dei lavoratori. Avendo meno costi, possono sbaragliare i concorrenti onesti applicando prezzi più attraenti. Ma, come ho appena spiegato, queste imprese non hanno futuro. Ci sono poi le imprese che deformano il mercato e sono a rischio di bolla perché la loro competitività è gonfiata da costanti iniezioni di capitale e non si fonda su modelli economicamente solidi.

Da gestore di filiere a fine vita, lei vede già oggi un cambiamento nella qualità o nella quantità dei materiali che entrano nel sistema? Le materie prime seconde stanno davvero diventando più strategiche nei contratti con i produttori?

Dare una risposta generalizzata sarebbe disonesto. Il riciclaggio è tanto vasto quanto è vasta l’economia industriale.  Ci sono materie più difficili e costose da riciclare, che faticano a raggiungere le performance delle materie vergini, e altre materie dove è vero l’opposto. Materie come l’acciaio, il ferro, l’alluminio, il piombo e la carta, sono già vicine al loro massimo potenziale di recupero. La plastica, dal canto suo, non ingrana come materia secondaria a causa della concorrenza cinese. Litio e terre rare, pur avendo un’alta domanda di mercato, non dispongono ancora in Europa di una proporzionata capacità di riciclaggio. Il booster decisivo arriverà dagli imminenti obblighi europei sul contenuto di riciclato nei nuovi prodotti; ne conseguirà un’impennata della domanda di materie secondarie, che incrementerà scala e sviluppo tecnologico delle filiere di recupero che non sono ancora mature.

La governance europea che lei descrive procede “a tappe forzate”. Dal suo osservatorio operativo, la velocità normativa è coerente con quella industriale, o il rischio è che le imprese non riescano a stare al passo?

Quando in Europa a ispirare la transizione ecologica era la cosiddetta “Dottrina Timmermans” le industrie, effettivamente, non riuscivano a stare al passo. Era un problema fisiologico: troppi cambiamenti sovrapposti e intersecati, imposti con scarsa pianificazione. Fortunatamente la nuova legislatura europea ha incrementato il dialogo con i settori produttivi e porta avanti la riforma con maggiore attenzione alla dimensione operativa e di mercato. Ora si parla meno di ecologismo e più di autonomia strategica: ma al di là della comunicazione politica, la direzione è rimasta la stessa. A essere cambiato è il metodo. La transizione ecologica oggi ha maggiori chance di riuscita perché le prescrizioni normative hanno un più alto grado di fattibilità. C’è chi pensa che, nella dinamica della riforma, l’istituzione pubblica sia il traino e l’industria faccia il possibile per frenare. Questa lettura è sbagliata. L’industria europea, per una quantità di ragioni, ha sposato pienamente la visione circolare. In alcuni settori, come il tessile, è la politica pubblica che fatica a stare al passo con la spinta circolare dell’industria. 

Economia circolare, ecco perché la guerra la sta accelerando anziché rallentarla
Giuliano Maddalena, direttore di SAFE
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