Gli effetti indesiderati della guerra mediorientale stanno colpendo brutalmente il settore del traffico aereo, proprio mentre l’inizio della stagione estiva dista solamente qualche mese.
Alla chiusura di spazi aerei di vitale importanza per le rotte commerciali si aggiungono rincari catastrofici nei costi del carburante aereo, senza dimenticare il traffico limitato in grandi hub come Abu Dhabi, Dubai e Doha.
La naturale conseguenza è un generale rincaro nei costi operativi, che si riflette per i consumatori in biglietti più salati e meno disponibilità di aerei. La situazione, tuttavia, potrebbe essere ancora più complicata.
Carenza di carburante
La chiusura dello Stretto di Hormuz, come ormai noto, ha tolto improvvisamente dal mercato quasi un quinto del greggio globale. Tra i principali prodotti raffinati dal petrolio c’è il kerosene per aerei.
Tale prodotto, fino all’inizio della guerra, veniva raffinato in loco ed esportato anche in Europa. Il Vecchio Continente, secondo un rapporto della Food and Agriculture Organization (FAO), importava fino al 60% del proprio carburante aereo dai Paesi del Golfo Persico.
Quell’import non c’è più, e le conseguenze non sono tardate ad arrivare. Il costo del carburante per aviogetti, come riportato dall’International Air Transport Association, ha registrato impennate record, passando da poco più di 800 dollari a tonnellata agli attuali 1.550, di fatto raddoppiando.
La situazione è ancora gestibile, ma solo nel breve termine. Secondo i dirigenti delle principali compagnie aeree, fra cui Easyjet ed Air France, sentiti dal Financial Times, “i fornitori di carburante non forniranno indicazioni sulla disponibilità oltre il mese prossimo”.
Da maggio, quindi, il carburante aereo potrebbe iniziare a scarseggiare per davvero.
Rotte modificate e hub fermi
Ai costi del carburante si devono aggiungere le rotte aeree sempre più compresse e irregolari. La guerra in Ucraina aveva già segnato un punto di rottura, con Russia e Occidente che hanno vietato i sorvoli dei rispettivi spazi aerei alle compagnie della controparte.
La guerra attuale in Medio Oriente ha provocato la chiusura a tutti i voli degli spazi aerei di Iran, Iraq, Siria, Kuwait e Bahrein, mentre in quelli di Israele, Giordania, Qatar ed Emirati Arabi Uniti si avventurano solo le compagnie di bandiera.
Tradotto in tempistiche, se prima del 2022 un volo da Francoforte a Tokyo impiegava 11/12 ore, sorvolando la Russia, oggi le ore sono almeno 14, con una distanza extra da percorre che varia dai 2000 ai 3500 chilometri a seconda degli spazi aerei mediorientali da evitare.
Aumento dei costi
Le conseguenze sul costo dei biglietti sono inevitabili. Secondo un’analisi di Alton Aviation Consultancy, citata da Bloomberg, i prezzi dei biglietti sulle rotte chiave tra Asia ed Europa sono già aumentati considerevolmente, raggiungendo in alcuni casi la cifra monstre del 560%, e rimarranno elevati almeno fino alla fine dell’autunno.
Vettori come Malaysia Airlines, All Nippon Airways e China Southern hanno introdotto o aumentato specifici supplementi per il carburante, che vanno da 5 fino a oltre 380 dollari a biglietto a seconda della distanza.
Anche se il conflitto dovesse attenuarsi nel breve termine, gli effetti sui prezzi del carburante e sulle tariffe aeree sono destinati a perdurare.
I limiti green
A complicare ulteriormente il quadro economico delle compagnie aeree ci pensa anche la normativa ambientale internazionale. Il Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation (CORSIA), adottato dall’ICAO nel 2016, obbliga i vettori a compensare la crescita delle emissioni di CO₂ al di sopra dell’85% dei livelli del 2019.
Nella Prima Fase del programma (2024-2026), si stima che le compagnie aeree debbano acquistare oltre 200 milioni di unità di emissione a fini di compensazione, per un costo complessivo stimato tra i 4 e i 5 miliardi di dollari; il costo di conformità per il solo 2026 è previsto a 1,7 miliardi di dollari.
Dal 2027, inoltre, tutti i voli internazionali saranno soggetti agli obblighi di compensazione, non solo quelli tra gli Stati che hanno aderito volontariamente.
Nel momento in cui le compagnie sono già stremate dai costi del carburante e dalle rotte allungate, questo ulteriore onere finanziario rischia di rivelarsi insostenibile per molti vettori, specialmente quelli low-cost.
