La natura autonoma degli agenti di intelligenza artificialenell’esecuzione dei compiti o nell’esecuzione di azioni potrebbe influenzare in futuro la capacità degli individui di impegnarsi nel pensiero critico, di fare scelte e di agire in modo indipendente e responsabile. Uno scenario che suscita preoccupazione, di cui abbiamo discusso con il professor Fabio Giuseppe Angelini, coordinatore del PhD in Diritto, Management e Politiche dell’Innovazione presso la UniNettuno University e direttore scientifico di INFRALawTech, la piattaforma di ricerca sul Diritto delle infrastrutture e dell’Intelligenza artificiale nel settore delle costruzioni del SISCON Politecnico di Torino, al fine di analizzare lo spazio dell’agency umana nell’era dell’AI e il ruolo del sistema universitario per preservare una sana cooperazione uomo-macchina.

Quale rischio intravede nell’attuale dibattito sull’Intelligenza artificiale?
Nell’attuale dibattito sulla trasformazione digitale che attraversa le nostre democrazie, il sistema economico e la nostra quotidianità, si corre spesso il rischio di presentare la questionedell’intelligenza artificiale come uno scontro tra due agency rivali, una umana e una artificiale, dove l’una guadagna terreno necessariamente a spese dell’altra.
Il rischio è quello di affrontare l’impatto dell’agency artificiale nei termini di un gioco a somma zero. Il problema non è impedire all’intelligenza artificiale di entrare nel nostro lavoro, nelle imprese e nelle nostre relazioni sociali, bensì costruire le condizioni, anche istituzionali, affinché l’agency umana e quella artificiale possano interagire, contribuendo al benessere economico e sociale, senza che la seconda finisca per assorbire la prima, svuotandola di senso.
In quale modo questo sarebbe possibile?
La via sussidiaria e poliarchica al potere digitale. Sussidiaria, perché l’AI deve porsi al servizio dell’uomo, sia come singolo chenelle formazioni sociali e nei corpi intermedi ove svolge la propria personalità, ampliandone le potenzialità nella prospettiva dello sviluppo umano integrale. Poliarchica, perché la dignità della persona esige che nessun potere – politico, economico, culturale odigitale, specie se privato e capace di operare su una o più di queste dimensioni – dovrebbe concentrare la capacità di orientare la conoscenza, il linguaggio pubblico e l’immaginario collettivo in assenza di adeguati correttivi e senza incontrare stringenti limiti di natura istituzionale o morale.
Quale dovrebbe essere il contributo dell’Università in questa prospettiva?
L’università è, per definizione, proprio uno di quei corpi intermedi nei quali la persona sviluppa la propria personalità. In questa nuova epoca, l’università non è chiamata soltanto a formare individui capaci di sapere o saper fare qualcosa: è chiamata a essere essa stessa uno dei luoghi poliarchici in cui l’interazione tra agency umana e agency artificiale resta strutturalmente aperta, verificabile, contendibile, mai delegata in blocco a un solo attore, pubblico o privato, umano o artificiale che sia. Il ruolo dell’università va ben oltre l’aula. Il diritto e la regolazione dei poteri digitali sono necessari, ma non bastano: il fattore decisivo èquello che potremmo chiamare il sistema immunitario culturale delle democrazie, quel nesso tra verità, cultura e istituzioni che rende possibile il pluralismo sociale.
L’università è uno dei presidi di questo sistema immunitario.
Eppure l’università del novecento è stata costruita per produrre “knowledge worker”, persone addestrate a sapere le cose o a saper fare le cose.
Ma sapere le cose, e finanche saper fare le cose nel caso dell’AI agentica, è esattamente ciò che oggi i modelli linguistici fanno, spesso in modo più efficiente di noi. Se l’università continua a competere su questo terreno, a perdere sarà perciò l’agency umana a confronto con quella artificiale.
Il compito dell’Università nell’era dell’AI è generare non solo “know how” ma quel “know why” necessario per governare le transizioni. Occorre perciò investire su un’alfabetizzazione fondata su tre pilastri: 1) l’alfabetizzazione tecnologica, perché i laureati capiscano davvero come funzionano le macchine che li circondano, invece di trattarle come fossero dei moderni oracoli di Delfi; 2) l’alfabetizzazione ai dati, perché siano in grado di leggere, interrogare, mettere in discussione i numeri che governano sempre più i processi decisionali; e, infine, 3) l’alfabetizzazione umana – virtù umane, comunicazione, agilità culturale, capacità di lavorare attraverso le differenze e di coltivare il senso del limite – perché è quello il terreno che le macchine non possono occupare.
Occorre distinguere i compiti cognitivi essenzialmente computazionali dalle capacità propriamente umane: creatività, imprenditorialità, empatia, flessibilità mentale. Le macchine calcolano. Gli esseri umani sono in grado di interrogarsi sul perché di quello che fanno. Le macchine ottimizzano verso un obiettivo. Gli esseri umani scelgono l’obiettivo dandosene una ragione. Questa è l’essenza dell’agency umana: non la capacità di processare informazioni, ma la capacità di imprimere una direzione, di chiedersi quali problemi contino davvero, di esercitare un giudizio (come quello sul bene e sul male) là dove non esiste una formula e la probabilità statistica non è sufficiente.
Qual è la reale posta in gioco?
Se lasciamo che gli studenti esternalizzino il giudizio alla macchina – perché è più efficiente, più veloce, perché l’AI non sembra mai incerta o in preda al dubbio – se lasciamo che accettino passivamente l’idea di dover competere con l’agency artificiale senza metterli nelle condizioni di scoprire il senso dell’esistenza umana, non li staremo formando ad essere personechiamate a coltivare i propri talenti, ma li staremo dequalificandoo, peggio, privando della loro stessa dignità. Così facendo li prepareremo a vivere in un mondo certamente peggiore.
Le tre nuove alfabetizzazioni e, in particolare, quella umana di cui parlava prima, sarebbero sufficienti per evitare un simile scenario?
Il ruolo dell’università nel mondo dell’AI non è competere con la macchina sulla conoscenza, né rifugiarsi nella nostalgia per un’aula pre-digitale. Il suo ruolo è essere l’istituzione che coltiva, deliberatamente e strutturalmente, l’agency umana: la capacità di giudicare, di scegliere, di prendersi cura e di assumersi la responsabilità di qualcosa o qualcuno. Non dobbiamo proteggeregli esseri umani dall’AI ma da noi stessi e dai bias antropologicidella nostra epoca, coltivando l’idea che alcune decisioni devonorestare umane (secondo il principio dello “Human in the loop” e non del semplice “Human on the loop”) e che uomo e macchina non possono essere messi sullo stesso piano come se fossero beni fungibili.
L’università deve essere il luogo in cui quest’idea viene allenata, generazione dopo generazione, supportando la cooperazione umana e la cooperazione uomo-macchina, trasformando il rapporto tra sviluppo umano e sviluppo tecnologico da un gioco a somma zero a un gioco a somma positiva.
