Sebbene la crisi energetica causata dal conflitto mediorientale si stia facendo sentire alla pompa di benzina, le catastrofiche previsioni di inizio conflitto, che parlavano di un prezzo del petrolio vicino ai 150 dollari o persino superiore, non si sono ancora verificate.
Sorge quindi spontanea la domanda se il pericolo sia definitivamente scampato grazie alle misure di correzione implementate da diversi Paesi, o se queste ultime siano solo dei palliativi, e la vera risoluzione passi giocoforza da una fine durevole del conflitto.
Cosa ha tenuto “bassi” i prezzi del petrolio
Sebbene con il riaccendersi della crisi mediorientale possa sembrare fuorviante parlare di fattori che hanno “contenuto” il prezzo del petrolio, va però detto che all’indomani dell’inizio della guerra la quasi totalità dei più importanti istituti di credito, come ad esempio JP Morgan, parlavano di un prezzo del petrolio che avrebbe presto raggiunto e sorpassato i 150 dollari al barile.
Questo non è mai avvenuto per diverse ragioni. La prima è la grande riduzione nell’import di petrolio da parte della Cina. Pechino, che è il più grande importatore mondiale di petrolio greggio, ha ridotto l’import da oltre 11 milioni di barili al giorno a febbraio 2026 fino ai 6,4 milioni di giugno (stime Kpler).
La scelta era voluta. Le raffinerie di Stato e quelle indipendenti (che trattano anche petrolio sanzionato dagli USA) hanno sospeso gli acquisti spot, consumato le scorte galleggianti e in transito ed evitato di fare nuovi acquisti a prezzi maggiorati.
Il secondo motivo ha a che fare con le Riserve strategiche americane (Spr). Poco dopo lo scoppio del conflitto, il governo americano ha autorizzato (in accordo con la International Energy Agency) il più grande rilascio di riserve strategiche della storia degli Stati Uniti.
Circa 172 milioni di barili della Spr sono ancora in fase di rilascio, così da compensare almeno parzialmente il flusso interrotto di Hormuz.
Non bisogna poi dimenticare i continui messaggi ottimistici via social di Trump, che durante le fasi cruciali del conflitto hanno contribuito a creare la cosiddetta “headline fatigue”, riducendo le scommesse rialziste sui prezzi del petrolio dei grandi fondi.
L’ultimo fattore è stata la parziale riapertura dello Stretto tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, riapertura che ha permesso a decine di superpetroliere di lasciare le acque del Golfo Persico.
Le scorte americane si assottigliano
La richiusura di Hormuz ha già fatto schizzare verso l’alto i prezzi del petrolio, che hanno superato gli 83 dollari per il Wti americano e i 90 per il Brent, ma la situazione potrebbe aggravarsi.
Secondo i dati diffusi l’altro ieri, la Spr è scesa infatti a 311,4 milioni di barili, il livello più basso dal 1983, con un rilascio di oltre 104 milioni di barili dall’inizio del conflitto.
Il margine rispetto alla soglia dei 252,4 milioni previsti dalla legge per i prelievi ordinari si è così ristretto a circa 59 milioni di barili (anche se, va precisato, quel vincolo normativo riguarda solo i prelievi “limitati” e non l’attuale rilascio emergenziale). Ai ritmi attuali, tale limite verrebbe raggiunto intorno al mese di settembre.
Più insidiosa è la soglia geologica: diversi analisti collocano il limite operativo tra 150 e 200 milioni di barili, sotto il quale le caverne di sale in cui è conservato il petrolio non riuscirebbero più a garantire la pressione necessaria per estrarre greggio a ritmi utili, con il rischio di danni permanenti alle cavità.
Escalation o nuovo accordo?
Il dilemma per Washington è ormai evidente. Qatar, Egitto, Pakistan e altri mediatori regionali hanno presentato a Stati Uniti e Iran una proposta di tregua di dieci giorni per salvare l’intesa di giugno, mentre l’amministrazione Trump la valuta ma si prepara in parallelo a un possibile fallimento del negoziato, spostando nella regione caccia e aerei da rifornimento in vista di un’eventuale escalation su vasta scala.
A complicare ulteriormente lo scenario è il blocco navale dichiarato dagli Houthi contro l’Arabia Saudita, che minaccia i porti sul Mar Rosso da cui Riad esporta circa quattro milioni di barili al giorno, dirottati lì proprio dopo la chiusura di Hormuz.
Se a una ripresa su larga scala dei bombardamenti si sommasse un taglio reale dell’export saudita, la Casa Bianca si troverebbe costretta ad attingere ancora di più alla Spr proprio mentre il margine si assottiglia. Un combinato che avvicina, più che allontanare, un nuovo (e più devastante) shock dei prezzi.
