Ci sono state l’emergenza e le difficoltà per far partire le opere di ricostruzione (aggravate dal Covid). Ora, con quasi 30 miliardi di danni, diventano cruciali gli interventi per la ripresa sociale ed economica di un territorio che era marginalizzato già prima del sisma. Parla Guido Castelli, commissario straordinario alla ricostruzione.
Alle 3 e 36 del 24 agosto 2016 una scossa del sesto grado della scala Richter cancellò Arquata e Pescara del Tronto, Accumuli e Amatrice: 300 le vittime. Il terremoto continuò sino al 30 ottobre con altre scosse fino al grado 6,5. Un territorio vasto oltre 8 mila chilometri quadrati, su quattro regioni, devastato. Camerino Visso, Ussita, Castel Sant’Angelo cancellate nelle Marche, in Umbria distrutta la cattedrale di Norcia intitolata a San Benedetto. Dal 3 gennaio Guido Castelli, senatore di Fratelli d’Italia, è commissario alla ricostruzione: il quinto in sette anni. Il terremoto lo ha vissuto come sindaco di Ascoli, il post-sisma lo ha già affrontato come assessore della Regione Marche. Con lui Panorama fa il punto sulla situazione. «Mettere in fila i numeri aiuta a comprendere anche le dimensioni delle tragedie. Il numero delle vittime è incommensurabile con il dolore. Ogni vita è irripetibile. Non è sensato fare una classifica. Ma quelle del terremoto del 2016 sono tante quanto quelle dell’Aquila, senza che ci fosse coinvolta nessuna “grande città”. Ottomila chilometri quadrati vuol dire un’estensione pari a quasi otto volte la superficie del comune di Roma, quasi sette volte la provincia di Milano. Il bilancio esatto dei danni lo potremo sapere, purtroppo a ricostruzione completata. Dopo sette anni non sono state ancora presentate tutte le domande di intervento, oltre 28 mila su 50 mila attese: non dimentichiamoci che abbiamo avuto la pandemia, che ha sospeso la vita di tutti per un paio d’anni almeno. E non dimentichiamo nemmeno che nell’ultimo anno abbiamo dovuto registrare l’infiammata dell’inflazione, che ha fatto cambiare di molto le stime degli interventi e dei prezzi. Ma non siamo distanti da una valutazione complessiva di 27-28 miliardi di euro di danni, tra patrimonio privato e pubblico. Anche per questo il cantiere della ricostruzione del sisma del 2016 è certamente il più grande – per dimensione e valore – della storia recente italiana. Sono coinvolte quattro regioni – Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria – e 138 Comuni».
Lei è commissario da otto mesi: quali priorità si è dato?
La priorità che mi è stata affidata è affiancare al programma di ricostruzione un piano organico di rigenerazione, cioè di ripresa sociale ed economica di un territorio che prima di essere ferito dal terremoto da decenni aveva subìto una marginalizzazione che ne ha fatto un’area bisognosa di un grande sforzo di rilancio. Nell’Appennino centrale registriamo da anni una denatalità che oggi è diventata, finalmente, motivo di emergenza nazionale. Registriamo difficoltà strutturali di collegamento, fisico e digitale. Abbiamo strade inadeguate, collegamenti ferroviari insufficienti, una connessione digitale del tutto incoerente con le necessità di chi opera e produce. Nel Decreto Ricostruzione varato a inizio anno sono state fatte molte semplificazioni. La struttura commissariale ha il potere di derogare alle norme vigenti, per inseguire le migliori opportunità di ricostruzione. Nella zona centrale del cosiddetto «cratere» siamo riusciti a rilanciare la misura del superbonus del 110 per cento fino al 2025. Abbiamo ottenuto un’ulteriore stabilizzazione del personale a tempo determinato impiegato nella ricostruzione. Le attività produttive potranno beneficiare della anticipazione Iva, così come alle imprese è stato consentito di scegliere i prezzari più aggiornati. Infine, per rafforzare l’aggregazione delle comunità locali, è stata introdotta la norma che deroga stabilmenteal numero minimo degli alunni che sono richiesti per la formazione delle classi fino all’anno 2028-2029, affidando la decisione agli uffici scolastici regionali. A marzo è stato possibile sbloccare la procedura per 228 interventi di ricostruzione (valore 899 milioniìdi euro) di edifici scolastici. Non avranno solo impatto zero con l’ambiente, ma si propongono come esempio di resistenza sismica. Spesa buona in un orizzonte ormai insostituibile di sostenibilità e sicurezza.
Lei è il quinto commissario in sette anni. L’impressione che sia ha è che la gente sia sfiduciata, che non creda più né alla ricostruzione né alla rinascita di questi che è il cuore d’Italia.
Non ho la stessa impressione. Un conto è la legittima e insistente richiesta di fare al più presto interventi di ricostruzione e di ripresa economica. Un conto è perdere la fiducia. Per il programma Next Appennino, finanziato con il Piano vazionale complementare del Pnrr, abbiamo già approvato oltre 1.300 richieste di intervento per il finanziamento di circa 300 milioni di euro destinati ad attivare quasi il doppio di risorse private per imprese, artigiani, Terzo settore. Mi piace ripetere: c’è vita nel «cratere». E c’è collaborazione tra pubblico e privato che ci fa sperare in un futuro di ripresa in un territorio che è cuore e radice del Paese, della sua arte e della sua cultura, e che rischiava di essere dimenticato. Schiacciato tra una questione meridionale irrisolta e una questione settentrionale non maturata, il Centro Italia ha finito per essere dimenticato. La ricostruzione nelle aree del sisma 2016 è una grande occasione per dare un segno diverso al domani dell’Italia.
Quanto è stato davvero ricostruito e quanto resta da fare?
Molto è stato fatto, ma moltissimo resta da fare. Abbiamo autorizzato oiù di 16 mila cantieri, di cui circa 9 mila completati. È giusto che i cittadini continuino a incalzare le istituzioni. A ben vedere il disastro avvenuto ha colpito aree già toccate in modo severo da perdita economica e produttiva. I territori del «cratere» soffrivano da lungo tempo di un progressivo spopolamento, di una crisi occupazionale allarmante e di una accentuata carenza di infrastrutturazione: sia fisica sia digitale. Quello che c’è da fare è indicato in un recente studio elaborato dalla Banca d’Italia che sintetizza la condizione ambiziosa di chi vuole ridare un futuro a un pezzo non trascurabile del Paese. Scrive Bankitalia: quando un territorio viene colpito da un disastro naturale, l’allontanamento della popolazione, inizialmente inevitabile per la sua messa in sicurezza, rischia di avere effetti persistenti se col passare del tempo la circostanza di vivere altrove diviene una scelta definitiva e se si innescano circoli viziosi tra lo spopolamento e il depauperamento dell’economia locale, attraverso il calo dell’offerta di lavoro, da un lato, e il ridimensionamento della domanda rivolta ai prodotti e ai servizi offerti sul territorio, dall’altro lato. Quello che c’è da fare, oltre alla ricostruzione fisica, è prima di tutto evitare che si avveri questa previsione.
