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Toscana rossa, Maremma infetta

Toscana rossa, Maremma infetta

Rosso è il colore dei gessi del Grossetano, scarti inquinanti da pietra e fanghi smaltiti in quantità superiore ai limiti consentiti. Con il benestare della Regione e dell’Arpa, che nega un possibile pericolo. Così non si rischiano illeciti e si favorisce il business delle aziende.


Paradiso invidiato in tutto il mondo, o un luogo nelle cui «viscere »si annidano malaffare e inquinamento? Ogni giorno che passa la «rossa» Toscana sembra essere entrambe le cose. Una recente maxinchiesta ha svelato i veleni interrati sotto la strada regionale 429 che collega Empoli a Castelfiorentino con un filo diretto verso i palazzi istituzionali, e verso presunti (e colossali) interessi della ‘ndrangheta. Di poche settimane fa è invece il maxi-incendio che ha indicato in un piccolo centro fiorentino lungo l’Arno, Cerreto Guidi, la presenza di oltre 50 metri cubi di rifiuti speciali abbandonati e inceneriti. Infine, quelli altamente inquinanti prodotti in Maremma che negli anni sarebbero stati smaltiti con deroghe su deroghe per non rischiare illeciti e favorire così le aziende private.

L’ultimo clamoroso tassello arriva da una relazione prodotta dalla Commissione d’inchiesta parlamentare sugli illeciti ambientali. Oggetto del report: i cosiddetti «gessi rossi» della provincia di Grosseto. Si tratta di un rifiuto realizzato mescolando i residui di due diverse produzioni: le marmettole (lo scarto della lavorazione della pietra) della provincia di Carrara e i fanghi rossi della provincia di Grosseto. Questi ultimi a loro volta derivano dalla produzione del biossido di titanio nello stabilimento della società Venator, nel comune di Scarlino a Grosseto, elemento chiave per la produzione di pitture per interni ed esterni.

Il punto, però, è che il processo produttivo – anche perché unico in Italia – genera enormi quantità di gessi rossi. A dirlo è ancora la relazione parlamentare: da ogni tonnellata di biossido se ne generano sei di gessi rossi, che vanno smaltiti. Come? A oggi finiscono solo in minima parte nella discarica interna presente a piè di fabbrica. A partire dal 2004, grazie anche al volere della Regione Toscana (allora guidata da Claudio Martini), è stato sottoscritto un accordo volontario per smaltire i gessi rossi per il ripristino ambientale della cava esaurita di Poggio Speranzona, località Montioni, nel comune di Follonica. Dai documenti ufficiali risulta che dagli stabilimenti di Scarlino alla cava di Montioni partano circa 70 camion al giorno per conferire 200 mila tonnellate annue di gessi rossi nella cava.

Ma cos’è accaduto nel frattempo? Di volta in volta i tetti per la quantità ammissibile di sostanze inquinanti sarebbero stati derogati. È accaduto il 5 aprile 2006 per i solfati; il 28 dicembre 2015 per i cloruri; il 14 marzo 2017 per il cromo e il vanadio. Quanto si legge nella relazione parlamentare, densa di dati e numeri che testimoniano come i limiti consentiti fossero elusi, lascia senza parole: «L’impiego dei gessi rossi per il ripristino delle ex cave esaurite, con le norme ambientali vigenti all’epoca dell’accordo di programma, stipulato nel 2004, provocava l’inquinamento delle matrici ambientali, in quanto i gessi non rispettavano le condizioni per tale uso». Di fatto, scrive la Commissione, le istituzioni «rendendosi conto di ciò» hanno preferito «cambiare le norme ambientali, derogando ai limiti».

In pratica, gli enti coinvolti – e nello specifico la Regione – hanno «modificato» le leggi, consentendo così che i gessi rossi continuassero a contaminare le matrici ambientali. L’operato delle istituzioni si può sintetizzare, quindi, così: «Trovato l’inquinamento, la legge lo mantiene». Un quadro inaspettato, dunque. Che ovviamente ha garantito ai privati un ritorno economico. La commissione ha stimato che «il risparmio annuo per l’azienda sui costi di smaltimento è stato di 15 milioni e 800 mila euro, che in circa 15 anni di conferimenti corrispondono a un risparmio di 237 milioni di euro». L’Arpa Toscana, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, ha chiarito che non c’è alcun rischio inquinamento.

«Il problema» commenta il consigliere regionale FdI Francesco Torselli «è che oggi Arpat non è più un soggetto credibile. Qualche mese fa, infatti, Eugenio Giani (il presidente della regione Toscana, ndr) ha nominato al vertice dell’agenzia, che dovrebbe vigilare, una persona, il dottor Rubellini, che da due anni a questa parte è a processo con l’accusa di aver danneggiato il patrimonio ambientale della città di Firenze. Voi vi fidereste?».

Il riferimento è a Pietro Rubellini, già dirigente comunale a Firenze, per cui la procura ha chiesto una condanna a due anni e mezzo nel processo sui presunti abbattimenti «selvaggi» di alberi nel territorio comunale (il reato contestato sarebbe «deturpamento di bellezze naturali») e da poco nominato – dopo regolare concorso, ha spiegato in Regione la giunta – al vertice dell’Agenzia per uno stipendio da 130 mila euro l’anno.

Il parere dell’Arpa è però messo in dubbio dalla stessa commissione parlamentare: nel corso dei mesi e degli anni passati, l’Agenzia ha sempre fatto sapere che non c’è stato mai alcun rischio neanche per le falde acquifere circostanti. Tutto vero? Forse no. In varie zone vicine sono stati riscontrati livelli di inquinamento delle acque più alte del previsto.

Per le aziende private, tuttavia, la causa non sono i «gessi rossi» e l’Arpat ha confermato la tesi. E il Parlamento? Dopo aver messo in dubbio la posizione «acritica» dell’Agenzia, sottolinea che «tutte le evidenze provano che gli inquinanti trovati nelle acque sotterranee sono le stesse sostanze contenute nei gessi rossi».

Insomma, una nuova grana «ambientale» per la Regione guidata da Giani che si somma a quella relativa allo sversamento di rifiuti pericolosi sotto la strada regionale 429. In questo caso, secondo l’inchiesta in corso, gli scarti della lavorazione delle concerie sarebbero finiti in parte – 8 mila tonnellate – sotto la 429, in parte nei canali dell’Arno. Nelle carte si parla espressamente di inquinamento ambientale «cagionato dai gestori dell’impianto di depurazione Aquarno (anche loro indagati, ndr) a causa dell’abbandono incontrollato dei rifiuti depositati».

Finora cosa si è fatto? Poco o nulla. «Già mesi fa» aggiunge Torselli «chiedemmo al governo di inviare un commissario straordinario, ma Giani e la sua giunta sono rimasti sordi alle nostre richieste. Non è stato mosso un dito nella direzione della bonifica». Ed è forse anche questa la ragione per cui oggi Torselli ripensa all’accostamento della Toscana a «nuova terra dei fuochi»: «Forse questa definizione ora non è poi così spropositata».

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