In un’epoca segnata da economie fragili e mercati del lavoro sempre più competitivi, una piccola impresa veneta ha fatto parlare di sé in tutta Italia, non per un titolo di bilancio da primato né per una nuova tecnologia all’avanguardia, bensì per un quesito interno destinato ad accendere tensioni e malumori tra i suoi dipendenti.
Nei giorni scorsi, alla Bluergo, società di componentistica elettronica con sede a Castelfranco Veneto (Treviso), è stato distribuito un questionario interno rivolto ai dipendenti con una richiesta tanto insolita quanto controversa: indicare quale collega avrebbero licenziato, se ne avessero avuto la possibilità.
Un «gioco» dall’effetto Squid Game
Secondo quanto riportato da organi di stampa locali e nazionali, i lavoratori, circa una sessantina, avrebbero trovato la domanda non solo imbarazzante, ma profondamente offensiva e divisiva. Nel modulo venivano proposte categorie come «chi è più giovane», «chi lavora part-time», oppure «chi non ha famiglia da mantenere», accompagnate dalla richiesta esplicita di inserire nome e cognome del presunto licenziato.
La reazione è stata immediata: molti dipendenti si sono rifiutati di compilare il questionario, auspicando un confronto con la proprietà per chiarirne le finalità. La notizia ha rapidamente trovato eco sui media nazionali, che non hanno esitato a paragonare la richiesta a un meccanismo da «Squid Game», la celebre serie televisiva in cui la competizione tra individui porta a scelte estreme anche mortali.
La versione dell’azienda: solo un sondaggio di clima?
Interpellata sulla vicenda, la dirigenza di Bluergo ha negato che si trattasse di un atto ostile o discriminatorie, difendendo la mossa come un «strumento di ascolto interno» per valutare il clima aziendale. Secondo questa versione, l questionario non avrebbe alcun effetto pratico sulle risorse umane e si configurerebbe come un modo per comprendere le dinamiche di gruppo e l’umore dei dipendenti.
Ciononostante, l’effetto sui lavoratori è stato ben diverso: molti hanno interpretato la richiesta come un modo per istruire divisioni interne, alimentare competizione o peggio ancora scaricare sui colleghi eventuali decisioni difficili di gestione delle risorse.
Un incontro chiarificatore, previsto tra dipendenti e proprietà, si preannuncia tutt’altro che semplice, con alcuni partecipanti incerti se compilare ansiosamente o ignorare del tutto il modulo all’origine della disputa.
Il contesto più ampio: mercato del lavoro teso e gestione dei licenziamenti
Questo episodio non è isolato: nel mondo contemporaneo, spesso attraversato da crisi economiche, pressioni competitive e trasformazioni tecnologiche, le aziende si trovano a rivedere le logiche interne di gestione del personale.
In Italia e in Europa, il tema dei licenziamenti è da sempre accompagnato da normative stringenti: per esempio, nella disciplina italiana, un licenziamento collettivo deve seguire criteri oggettivi e trasparenti per evitare discriminazioni e garantire la tutela dei lavoratori, pena la possibile dichiarazione di illegittimità da parte di un giudice.
All’estero, episodi simili hanno riguardato grandi realtà tecnologiche: X (ex-Twitter) ha chiesto ai dipendenti di giustificare il proprio ruolo prima di procedere a centinaia di licenziamenti, mentre altre aziende, come Netflix, hanno invitato i manager a valutare continuamente se «rivenderebbero» o meno determinati collaboratori, con implicazioni sul loro futuro lavorativo.
Etica e leadership: dove si colloca il limite?
La vicenda di Castelfranco Veneto solleva interrogativi più ampi riguardo alle pratiche manageriali moderne. È legittimo coinvolgere i lavoratori in scelte che possono minare la loro coesione e fiducia reciproca? Quale distanza etica separa un sondaggio interno da una manipolazione psicologica del gruppo di lavoro? E soprattutto: dove passa il confine tra innovazione nella gestione delle risorse umane e sfruttamento delle dinamiche sociali per obiettivi che possono non essere dichiarati?
Mentre Bluergo respinge le accuse di aver messo in atto un meccanismo punitivo, l’opinione pubblica e molti lavoratori restano scettici. Che fosse solo un tentativo maldestro di misurare il morale interno o uno specchio delle tensioni che attraversano le aziende contemporanee, il caso ha già segnato un precedente nel dibattito su etica, leadership e dignità sul lavoro.
