La settimana appena trascorsa ha segnato un’accelerazione evidente nel caso di Garlasco. Non un ritorno improvviso d’attenzione, ma un susseguirsi di elementi tecnici, testimonianze rivalutate e nuovi incroci investigativi che stanno dando una forma diversa a una storia che, diciannove anni dopo, continua a presentare zone d’ombra.
Cinque articoli, cinque prospettive, un unico filo conduttore: le certezze sul delitto di Chiara Poggi stanno vacillando, mentre si consolidano nuovi punti interrogativi.
Impronte e testimonianze: ciò che non era stato ascoltato
Le impronte rinvenute nella villetta dei Poggi sono tornate centrali, non come scoperta recente ma come elemento finalmente trattato con la profondità che mancò all’epoca. A riemergere è anche una testimonianza rimasta per anni ai margini, oggi letta con un valore diverso nel quadro delle nuove analisi.
È l’indizio di un’inchiesta che sta recuperando ciò che allora non venne messo a fuoco.
Il DNA sui pedali: la prova che oggi non regge più
Al centro del dibattito c’è poi la prova genetica che contribuì alla condanna di Alberto Stasi: il DNA sui pedali della bicicletta. Gli esperti che l’hanno riesaminata questa settimana concordano su due punti: la qualità è discutibile, la quantità è esigua.
Senza ricorrere a revisionismi spettacolari, si parla apertamente di inadeguatezza metodologica. Una fragilità che oggi pesa in modo radicalmente diverso, soprattutto alla luce degli altri elementi riemersi.
Il video ignorato e il ritorno di Sempio
Il tassello più spiazzante arriva dall’analisi dell’ultimo video visto da Chiara Poggi prima di morire. In quelle immagini compare Andrea Sempio, il cui nome era affiorato anni fa senza mai diventare parte della narrazione principale.
La novità non è la presenza di Sempio, ma il fatto che quel materiale non fu mai approfondito davvero.
Le reazioni non si sono fatte attendere: Sempio è sbottato parlando di sé come del «colpevole desiderato» e indicando nuovamente Stasi come responsabile. A prescindere dal tono delle dichiarazioni, il dato politico-giudiziario è chiaro: la sua posizione non può più essere considerata marginale.
La ricostruzione dei 16 minuti: un tempo che non basta più
L’ultimo elemento esploso questa settimana riguarda l’analisi dei tempi della mattina dell’omicidio. Secondo l’ultima ricostruzione pubblicata, Alberto Stasi avrebbe avuto solo 16 minuti per uccidere Chiara, ripulirsi, cancellare ogni traccia, lasciare la casa e costruire un alibi.
Sedici minuti che, secondo gli esperti, non reggono in una dinamica realistica.
È un dettaglio che, in un’inchiesta dove tutto è già in movimento, acquista una rilevanza enorme.
Un mosaico che cambia forma
Il quadro che emerge dai cinque articoli non è quello di un caso riaperto, ma di un caso che continua a trasformarsi sotto la pressione delle nuove analisi.
Impronte rivalutate, DNA debole, un video ignorato, un nome che ritorna, una timeline che non convince: la settimana ha mostrato che la verità sul delitto di Garlasco non è un capitolo chiuso, ma una questione ancora aperta, in attesa di una risposta che regga finalmente a ogni prova.
